Infatti il 14 luglio 1193, il castello di Trebbio si sottometteva al Comune di Firenze, di cui avevano la legale rappresentanza Gherardo Caponsacchi Potestas Florentie et eius Consiliarii, insieme coi sette Rettori delle Capitudini delle Arti.[197] I Consiglieri, dei quali il documento dà i nomi, sono sette anch'essi, e quasi tutti di famiglie consolari; due sono anzi veri e proprî nobili, un conte Arrigo (forse da Capraia) ed un Tegghiaio Buondelmonti. Nel 1194 par certo che si tornasse ai Consoli, anzi il pseudo Brunetto ci dà i nomi di due, fra i quali un Uberti. Nel 1195 comparisce nuovamente il Podestà nella persona di Rainerius de Gaetano, cum suis Consiliariis, uno dei quali è Consul iustitiae.[198] Si può con certezza ritenere che questi Consiglieri, il cui numero nei documenti varia di continuo, non sono altro che i Consoli stessi, che, per qualche tempo, persistono ancora sotto questa forma transitoria, durante la quale il Podestà è come il loro capo. Essi rappresentano il Comune insieme con lui, o anche senza di lui. A poco a poco però la loro importanza diminuisce, e quella del Podestà aumenta. Insomma è un periodo di trasformazione, durante il quale la nuova forma, non ancora ben determinata, di governo, si alterna con quella dei Consoli.
Nel 1200 il Podestà non è piú un fiorentino, ma uno straniero, e già rappresenta il Comune senza la compagnia de' suoi Consiglieri, che nel 1207, quando cioè la nuova magistratura piglia la sua forma definitiva, sono addirittura scomparsi. Per meglio dire, essi si vanno sempre piú trasformando, ed aumentano di numero, fino a che formano un Consiglio speciale della Città intiera, accanto all'antico Consiglio o Senato, che diventa il Consiglio generale. Il governo allora sarà rappresentato dal Podestà e da due Consigli, i quali qualche volta voteranno separatamente, qualche altra uniti, e si chiameranno in questo caso, il Consiglio generale e speciale. L'ufficio dei Consoli si può dire cosí morto per non piú ricomparire. Salvo infatti un ultimo tentativo, pel quale essi furono di nuovo eletti negli anni 1211 e 1212, noi piú non li ritroviamo. E da quanto abbiam detto finora può facilmente intendersi, perché i cronisti pongano in tempi assai diversi l'origine del Podestà. Il pseudo Brunetto Latini lo fa cominciare nel 1200, quando cioè esso fu la prima volta un ufficiale forestiero, qualità che era tenuta essenziale. E però il cronista prima d'allora sembra vedere in esso piú che altro un capo dei Consoli.[199] E si capisce ancora perché il Villani lo faccia invece cominciare nel 1207. Questo è infatti l'anno in cui l'ufficio prende la sua forma definitiva davvero, giacché il Podestà non solo è forestiero, ma apparisce anche senza i Consiglieri. Il Villani però s'inganna quando ce lo vuol dare come un magistrato eletto all'unico ufficio di amministrare piú imparzialmente la giustizia, e quando aggiunge che allora «non si rimase la signoria dei Consoli, ritegnendo a loro ogni altra cosa del Comune». Sono due errori, il secondo dei quali si può credere poco piú che un semplice anacronismo. Infatti se ciò che egli afferma non può esser vero nel 1207, tale può ritenersi, in parte almeno, per gli anni precedenti, quando cioè i Consoli sopravvivevano quasi a sé stessi, come Consiglieri del Podestà.
VI
Certo dal 1196 al 1199 c'era stato un ritorno ai Consoli.[200] Ma in questo tempo seguí anche un fatto assai importante, che mutò profondamente la politica generale di tutta la Toscana, e sul quale perciò dobbiamo ora fermarci. Il 27 settembre 1197 moriva l'imperatore Arrigo VI, e questa morte portò prima l'abbandono, poi la totale caduta di quel sistema imperiale, con tanta cura e persistenza iniziato da Federico I nell'Italia centrale. I Samminiatesi distrussero la rocca, che era in mano dei Tedeschi; poi le mura di S. Genesio.[201] I Fiorentini ripresero per denaro Montegrossoli, che era stato rioccupato e fortificato da nobili, che davano noia continua.[202] E dopo di ciò Firenze si pose ad un'assai maggiore impresa, iniziando una lega delle città toscane contro l'Impero. Essa fu conclusa il dí 11 novembre 1197, a S. Genesio, dove giurarono primi i Lucchesi, poi i Fiorentini, i Senesi, i Samminiatesi, il vescovo di Volterra, presenti, per maggiore solennità, due cardinali di Santa Chiesa. I patti principali erano: alleanza a comune difesa contro chiunque attaccasse la Lega; non far pace o tregua cum aliquo Imperatore vel Rege seu Principe, Duce vel Marchione, senza il consenso dei Rettori della Lega stessa; muover guerra contro le città, conti, vescovi o borghi, che, invitati ad entrarvi, si ricusassero.[203] Ma dove era il pericolo imminente? Perché questa alleanza contro l'Impero, ora appunto che esso piú non minacciava? Uno dei patti ci spiega, meglio d'ogni altro, lo scopo vero cui si mirava. I castelli, i borghi, le piccole terre, cosí esso diceva, possono essere ammessi solo come dipendenti da coloro, che sono legittimi possessori del territorio in cui queste terre o castelli si trovano. Unica eccezione era fatta per Poggibonsi,[204] perché di esso molti si disputavano il dominio. Montepulciano sarebbe stato ammesso come dipendente da Siena, appena che questa fosse riuscita a provare il suo diritto di dominio su di esso.
Da tutto ciò adunque par chiaro che, in sostanza, quello che veramente si voleva era: profittare della morte dell'Imperatore, per assicurare alle città il pieno dominio dei propri territori. A questo fine occorreva essere in Toscana uniti, e però si voleva che la Lega fosse, per quanto era possibile, obbligatoria. Gli atti posteriori di essa non lasciano alcun dubbio sul vero suo fine; provano anzi assai ampiamente che Firenze l'aveva promossa, perché tutta Toscana l'aiutasse ora ad impadronirsi subito del suo contado. Se però la Lega era contro l'Impero, non per questo essa era a difesa del Papa, delle cui pretese, come erede di Matilde, non teneva anzi conto nessuno. Si dichiarava, è vero, di non riconoscere imperatore, re, duca o margravio, senza l'approvazione della Romana Chiesa; ma si aggiungeva che se il Papa voleva entrare nella Lega, doveva accettarne i patti, altrimenti ne sarebbe restato fuori. Se chiedeva aiuto, per riconquistare le proprie terre, si doveva far solo ciò che i Rettori della Lega avrebbero ordinato. Non si sarebbe però, in nessun caso, tenuti ad aiutarlo, se le terre da lui richieste fossero già tenute in possesso di qualcuno dei Comuni o città alleate. Piú chiaro non si poteva parlare. E però quando ai primi del 1198 fu eletto papa Innocenzo III, questi, sebbene avverso all'Impero, e fautore dello spirito nazionale in Italia, si dimostrò, come vedremo, assai scontento di un tal modo di procedere.
Il 4 dicembre 1197, a Castel Fiorentino, giurarono i Rettori della Lega, fra cui primi il vescovo di Volterra ed il Console fiorentino Acerbo, che ne fu il capo effettivo, sebbene il titolo venisse dato al Vescovo, a cagione della sua ecclesiastica dignità. Pisa e Pistoia per ora ne restarono fuori; ma ad esse, come ad altre città toscane, era serbato libero l'aderire, cosa che Arezzo aveva già fatto il 2 dicembre.[205] Il 5 febbraio 1198 giurò il conte Guido, ed il 7 giurò il conte Alberto. I Fiorentini però espressamente dichiaravano nel secondo di questi due trattati, che essi si serbavano liberi d'assalire Semifonte, e di sottoporre anche colla forza Certaldo e Mangona, terre degli Alberti.[206] E cosí continuarono a procurare una quantità di altre adesioni alla Lega, con atti che erano piuttosto di sottomissione a Firenze.
Fu questo il momento in cui papa Innocenzo, da poco eletto, nel mese stesso di febbraio in cui fu consacrato, scriveva ai due cardinali stati presenti alla Lega, che in molte cose essa nec utilitatem contineat, nec sapiat honestatem, non essendosi tenuto conto alcuno che il Ducato di Toscana apparteneva alla Chiesa, ad ius et dominium Ecclesiae Romanae pertineat. Egli intendeva perciò far valere i suoi diritti. Se i collegati a lui si sottomettevano, avrebbe colla minaccia d'interdetto obbligato anche i Pisani ad unirsi a loro, contro l'Impero; altrimenti li avrebbe lasciati liberi di fare quel che volevano.[207] Non gli fu però dato ascolto, e gli convenne fare di necessità virtú, moderando non poco il suo linguaggio.[208] Pare nondimeno che alcune concessioni di forma gli fossero fatte (sebbene non sappiamo quali), perché, scrivendo poi ai Pisani, si dimostrava piú contento, e li spingeva ad entrare nella Lega. Certo è però che essi ne restarono sempre fuori, e che se egli, fatto accorto dagli eventi, si dichiarò piú tardi fautore energico degl'interessi nazionali, e promotore della Lega contro l'Impero, poté cosí riuscir solo ad aumentare la sua autorità morale e politica, non a guadagnare un sol palmo di terra, né a far valere alcuno de' suoi pretesi diritti sulla Toscana.
Chi ogni giorno ne cavava invece vantaggio erano i Fiorentini. Il 10 aprile 1198 Figline entrava nella Lega, sottomettendosi a Firenze, pagando anche un annuo tributo;[209] ed il dí 11 maggio Certaldo faceva lo stesso.[210] La Repubblica continuava a procedere non solo con energia, ma con grande accortezza per la via intrapresa. Lasciava che i nobili pigliassero sempre maggior parte al governo, perché cooperassero di buona voglia al compimento della deliberata impresa. Quel conte Arrigo da Capraia, che nel 1193 trovammo fra i Consiglieri del podestà Caponsacchi, lo troviamo ora, nel 1199, addirittura fra i Consoli.[211] Nell'anno 1200 si eleggeva finalmente a Podestà uno straniero,[212] Paganello Porcari da Lucca, cosa a cui, come già notammo, da un pezzo miravano i nobili. Ed egli venne confermato nel 1201, perché condusse la guerra con energia e valore. Infatti, nel febbraio del 1201, il conte Alberto giurò di cedere ai Fiorentini il poggio di Semifonte col castello e le mura; di aiutarli, ogni volta che fosse necessario, ad impadronirsi di Colle, Certaldo, Semifonte.[213] Il vescovo di Volterra giurò anche esso di aiutarli nelle medesime guerre.[214] E tutto ciò si faceva come se fosse conseguenza e parte degli obblighi della Lega, il che incominciava naturalmente a stancare ed insospettire gli alleati, che si vedevano ridotti cosí a fare il solo interesse di Firenze. La quale, non curandosi d'altro, era pronta a cominciare la guerra contro Semifonte, a ciò essendosi andata spianando la via con tutti questi trattati.
Da un pezzo essa meditava la presa di quel castello, la cui strategica posizione e la facilità grande che esso aveva di ricevere aiuti da tutti i vicini, lo rendevano come un pruno negli occhi della ormai superba Repubblica, deliberata perciò a disfarsene. Il conte Alberto, sebbene si fosse nel 1184 obbligato a non farlo, come due anni prima s'erano obbligati i Pognesi, aveva, non ostante, poco dopo, costruito sul colle di Petrognano il castello di Semifonte, profittando della venuta di Federico I, e della posizione assai difficile in cui si erano allora trovati i Fiorentini, che mai non glielo perdonarono. Egli aveva in quell'occasione assunto anche il titolo di Comes de Summofonte. Presso il castello s'andò subito formando un borgo, che crebbe rapidamente, perché v'accorrevano molti dalle vicine terre, che Firenze andava via via sottoponendo e tassando. E già si ripeteva nel contado:
Firenze, fatti in là.