Che Semifonte si fa città.
Per queste ragioni la Repubblica aveva insistentemente cercato assicurarsi dei vicini, con i molti trattati già ricordati, e con altri ancora, condotti a termine dal suo operoso Podestà. Rimaneva però sempre Siena, che poteva dar valido aiuto al nemico, il quale si dimostrava già pronto alla difesa. E però il 29 marzo del 1201 i Fiorentini conchiusero con essa un'alleanza, promettendo d'aiutarla contro Montalcino, che aveva di fronte a Siena la stessa minacciosa posizione di Semifonte contro la loro Città.[215] Anche Colle fu obbligato a giurare di non dare aiuto ai Semifontesi.[216] Finalmente la guerra incominciò.
Il cronista Sanzanome, che vi si trovò presente, la fa, con la sua solita esagerazione, durare cinque anni, forse tenendo conto di tutte le precedenti scaramucce.[217] Certo però la lotta fu dura, perché, non ostante i trattati, Semifonte venne d'ogni parte aiutata, essendo la gelosia contro Firenze assai cresciuta. Oltre di che, la forte posizione di quel castello e la condotta del suo valoroso podestà Scoto, fecero sí che potesse resistere con molto vigore all'esercito che d'ogni parte lo circondava, tanto che i Fiorentini, non fidando nella sola forza, ricorsero anche al tradimento. Un tal Gonella, che s'era colà dalle vicine terre rifugiato con altri compagni, aveva insieme con essi avuto la guardia della torre detta di Bagnuolo, di cui si valse invece per tradire la terra al nemico. Quando furono però a compiere il tradimento, trovarono tale resistenza nei terrazzani che vi lasciarono la vita. L'effetto, non ostante, s'ottenne lo stesso, perché, poco dopo, Semifonte dovette arrendersi. E se di ciò non fu causa unica il tradimento, come credé il Villani (V, 30), dovette pure avervi non poco contribuito. Il 20 febbraio 1202, infatti, i Consoli, che allora erano tornati in ufficio a Firenze, esentarono in perpetuo da ogni gravezza i discendenti del Gonella e de' suoi compagni morti per la Repubblica,[218] ed il 3 dell'aprile seguente furono sottoscritti e giurati i patti della resa. I Fiorentini promettevano perdono, protezione e restituzione dei prigionieri ai Semifontesi, i quali però dovettero distruggere la torre e le mura; discendere dal poggio al piano; pagare 26 danari l'anno per ogni focolare, salvo i militi e le chiese.[219]
Il Papa rimproverò vivamente i Fiorentini, per la loro condotta crudele contro Semifonte: ma i Consoli, dopo essersi difesi con una lettera,[220] continuando per la loro via, attaccarono briga coi Senesi. Fu a cagione del castello di Tornano, nella valle di Paterno, che essi volevano, e che i Senesi dicevano di non poter dare, perché in possesso di signori da loro indipendenti. I Fiorentini allora incominciarono, al solito, coll'indurre Montepulciano, grossa terra dei Senesi, a giurare sottomissione, con l'obbligo anche di un annuo tributo.[221] La guerra perciò sarebbe subito necessariamente scoppiata, se Ogerio, podestà di Poggibonsi, non si fosse intromesso. Accettato che fu il suo arbitrato, egli esaminò con gran diligenza la questione dei confini, e li determinò coscienziosamente. Il suo lodo fu pronunziato il 4 giugno 1203.[222] A Firenze restò tutto il contado fiesolano e fiorentino, secondo la delimitazione esattamente data da Ogerio, nella quale la valle di Paterno veniva compresa. I Senesi dovevano adoperarsi a far cedere anche il castello da coloro che ne erano signori. Questo trattato dalle due parti accettato, e dai Senesi rispettato scrupolosamente,[223] venne il 15 maggio 1204 sanzionato da papa Innocenzo III, secondo l'espresso desiderio dei Fiorentini.[224] I quali però continuarono i loro segreti accordi con Montepulciano, che avevano, nei giorni 30 e 31 maggio 1203, indotto a giurare di nuovo alleanza offensiva e difensiva contro Siena.[225] Quindi, non appena che ciò si seppe, nuovi rammarichi, nuove proteste di Siena, che portò l'affare dinanzi alla Lega, i cui Rettori furono perciò espressamente radunati il 5 aprile del 1205, a S. Quirico di Osenna, sotto la presidenza del vescovo di Volterra, avendo ricusato di presentarsi i Fiorentini e gli Aretini. Dall'esame dei testimonî risultò chiaro che Montepulciano apparteneva ai Senesi.[226] Non sappiamo se venne allora pronunziato il lodo, né quale risultato definitivo ebbe la disputa. Sembra però chiaro che questo fu il momento in cui la Lega di fatto si sciolse, per opera dei Fiorentini stessi che l'avevano iniziata. Lo scopo che s'erano proposto, essi lo avevano in gran parte raggiunto; ora non potevano dagli alleati aspettarsi altro che ostacoli al conseguimento dei loro fini ulteriori, perché tutti erano piú o meno insospettiti della loro ambizione, di cui nessuno voleva piú a lungo continuare ad essere strumento passivo.
Ma ciò non arrestava punto nel loro cammino i Consoli fiorentini, che ora attaccarono briga coi conti di Capraia, i quali avevano un castello di tal nome sulla riva destra dell'Arno, vicino al confine dei Pistoiesi. Unendosi con questi, potevano essi facilmente chiudere la via dell'Arno ai Fiorentini, che perciò, sin dal 1203, avevano deliberato costruire sull'opposta riva del fiume, nel luogo chiamato Malborghetto, un altro castello, cui dettero il nome di Montelupo, nome che spiegava chiaramente quale era il loro scopo. Infatti già s'andava ripetendo il motto:
Per distrugger questa capra.
Non ci vuol altro che un lupo.[227]
Anche qui la guerra sarebbe necessariamente scoppiata, se profittando della intromissione amichevole dei Lucchesi, l'accortezza diplomatica dei Fiorentini non avesse trovato modo d'evitarla, come sempre, a proprio vantaggio. Nel giugno del 1204: infatti si concluse un trattato, mediante il quale essi s'obbligavano a non recare molestia sulla destra, e i conti di Capraia a non recarne alcuna sulla sinistra del fiume.[228] Il Conte poco dopo giurò addirittura alleanza e fedeltà ai Fiorentini, insieme co' suoi uomini, i quali restarono obbligati a pagare un tributo di 26 denari per focolare, ad eccezione dei militi. Cedeva inoltre il castello e tutto ciò che possedeva sulla sinistra dell'Arno, presso Montelupo, che si obbligava anche a difendere.[229]
Se è vero, come si trova nel pseudo Brunetto ed in uno degli antichi elenchi di Consoli,[230] non però in documenti ufficiali, che il conte Rodolfo di Capraia, figlio del conte Guido, fu nel 1205 podestà di Firenze, bisogna credere che ciò avvenisse anche in conseguenza di questi accordi. Nell'anno seguente pare si tornasse ai Consoli,[231] ma nel 1207 abbiamo finalmente in Gualfredotto Grasselli da Milano, il vero e proprio Podestà forestiero, che ormai rappresenta il Comune, senza piú bisogno d'essere assistito dai suoi Consiliarii. Anch'egli fu riconfermato un secondo anno, perché condusse a compimento le imprese da tanto tempo, con tanto ardore iniziate dai Fiorentini. E l'occasione a ricominciare non si fece aspettare. La faccenda di Montepulciano s'era inasprita; i Senesi erano perciò decisi ad assalire quella terra, su cui credevano avere giusto diritto di possesso. Montepulciano, sicuro d'essere aiutato, si difese con ostinato ardore; e i Fiorentini dapprima lasciarono fare, poi nel 1207 corsero anch'essi alle armi. Uniti ad amici lombardi, romagnoli, aretini, andarono col Carroccio ad assalire il castello di Montalto della Berardenga, fra l'Ambra e l'Ombrone, che i Senesi avevano circondato coi loro amici pistoiesi, lucchesi, orvietani. Tutti questi furono il 20 giugno messi in fuga, lasciando in mano del nemico un gran numero di prigionieri, che Paolino Pieri fa ascendere a 1254. Il castello venne distrutto; ma la guerra continuò, sebbene il Papa si fosse interposto per la pace. I Fiorentini assalirono quasi con ferocia il castello di Rigomagno, ed essendosi rotte le scale, salirono gli uni sulle spalle degli altri, riuscendo cosí ad entrare. Con Rigomagno essi furono padroni della valle dell'Ombrone.[232] I Senesi dovettero allora (febbraio 1208) sottomettersi a durissime condizioni di pace, che ben presto giurarono (fra il 13 e 20 ottobre),[233] rinunziando con esse a tutto ciò che possedevano in Poggibonsi, obbligandosi a cedere Tornano con la torre, a rispettare in ogni sua parte il lodo di Ogerio, né piú molestare Montepulciano. I prigionieri furono vicendevolmente resi.
Ma questa guerra segna già il principio di un nuovo periodo nella storia di Firenze. Ormai non si trattava piú di conquistare il proprio contado, che la Repubblica già possedeva. Si trattava invece di aprire le vie del grande commercio ad una città, che, per le molte sue conquiste, prosperava ogni giorno piú. Siena e Firenze erano in conflitto continuo, non solo per la incertezza dei loro confini, che ognuno voleva allargare; ma per la gara delle loro manifatture nei mercati d'Italia, e specialmente del commercio colla vicina Roma, la quale, per le grandi relazioni che la Chiesa aveva per tutto, era divenuta il centro principale degli affari bancarî nel mondo civile. Firenze mirava da un pezzo ad avere il monopolio di tali affari, ed anche perciò si mantenne sempre guelfa. Essa contrastò piú volte con Arezzo, Volterra, sopra tutto con Siena, la piú potente delle città che trovava sulla via di Roma. Questo fu causa permanente di nuove e piú grosse guerre fra le due rivali, come il bisogno irresistibile, che Firenze cominciò ben presto a sentire d'arrivar sino al mare, fu principale causa di guerre non meno lunghe e sanguinose con Pisa, che gliene sbarrava la via. Ma su di ciò dovremo tornare in seguito, giacché per ora questi conflitti non sono anche cominciati. Dopo la pace con Siena, abbiamo infatti alcuni anni di tregua, fuori però, non dentro la Città, dove invece sono già pronti a germogliare i semi della guerra civile.