E cosí, fra tutte queste guerre, nelle quali l'azione del Papa e dell'Imperatore si faceva da un lato o dall'altro sentire, noi possiamo vedere come s'andassero costituendo i partiti in Toscana, e come andasse cominciando il predominio politico e commerciale di Firenze. Le sue rivali sono ora Pisa e Siena, che aderiscono all'Impero; essa invece aderisce sempre di piú alla Chiesa. Pisa le chiudeva la via del mare, onde l'origine della loro rivalità, e delle guerre continue, rese inevitabili quando la potenza commerciale di Firenze le fece sentire piú che mai insistente il bisogno d'uno sbocco al mare. Siena da un altro lato rivaleggiava con Firenze, per porre in mano dei proprî banchieri tutti gli affari della curia romana, i quali erano tali e tanti che bastavano ad arricchire coloro che li trattavano. Queste gelosie continue spingevano costantemente Pisa e Siena a favorire l'Impero. Lucca, invece, per la rivalità che aveva con Pisa, s'accostò a Firenze, e fu guelfa. Pistoia si trovava fra due città guelfe, che sempre la minacciavano, e divenne perciò ghibellina. Cosí dunque si divisero i partiti in Toscana, e reagirono poi sulla formazione dei partiti in Firenze, i quali, a cagione del carattere piú generale che andavano ora assumendo, per la crescente azione dell'Imperatore Federico II in Italia, presero il nome germanico di Guelfi e di Ghibellini. Firenze, avendo umiliato Pisa, Siena e Pistoia, si trovò di fatto alla testa della Toscana; ma c'era il pericolo che aumentasse la potenza di Federico II, nemico del Papa, che lo aveva scomunicato, e dei Guelfi. Egli s'era prima allontanato, per andare alla Crociata in Asia; ora si trovava in Germania a lottare contro il proprio figlio, che gli s'era ribellato, e tutto ciò aveva molto contribuito alla buona fortuna dei Fiorentini. Ma doveva ben presto tornare, e ciò poteva far rialzare la testa a tutti i loro nemici.

Intanto, sotto la signoria dei varî Podestà, che s'erano in questo tempo seguiti, Firenze prosperava nella guerra, s'ordinava ed abbelliva nella pace. Per opera del podestà Torello da Strada (1233) furono chiamati a scriversi presso i pubblici notai tutti gli uomini del contado, secondo la loro condizione di liberi, servi, o dipendenti, perché si potesse cosí conoscere lo stato vero della popolazione, e meglio amministrare. Il podestà Rubaconte da Mandello (1237 e 38) fece costruire un nuovo ponte sull'Arno, che da lui si disse a Rubaconte, e piú tardi, alle Grazie, dalla vicina chiesa. Furon del pari, per opera sua, lastricate la prima volta tutte le vie di Firenze, ed eseguite altre opere pubbliche, utili alla salute dei cittadini, o di ornamento alla Città. Cosí un magistrato che, secondo i cronisti, aveva cominciato con l'ufficio di semplice giudice, lo vediamo sempre piú operare come capo della Repubblica. E l'aristocrazia sotto di esso cresceva ogni giorno piú d'ardire e di potenza, massime quando la venuta di Federico II cominciò a sollevare il partito ghibellino in tutta Italia. All'assedio che questi pose a Brescia nel 1237, vediamo pigliar parte molti nobili Fiorentini. Le amicizie e gli aiuti che l'Imperatore trovava nella loro Città andavano ogni giorno crescendo, il che fu causa di molti tumulti, per la viva opposizione che a tutto ciò faceva la nobiltà guelfa, unita al popolo, che era guelfo anch'esso.[238] Nel 1240 noi troviamo che furono nominati tre cittadini, per raccoglier danari in aiuto dell'esercito imperiale,[239] cosa strana veramente in una repubblica dove il popolo era tutto guelfo. Non è però strano, che tali fatti portassero l'inevitabile conseguenza, d'una reazione.

Sin dal 1246 Federico II aveva mandato vicario generale in Toscana, il suo figlio naturale Federico d'Antiochia, e pose ancora in Firenze suoi vicarî a tenere l'ufficio di Podestà. Questo suscitò il malumore dei nobili guelfi, che volevano invece ricondurre la Città alla loro parte. Allora Federico II, che l'anno 1247[240] trovavasi nella Lombardia, in guerra sempre piú aperta col Papa, il quale ripeteva le scomuniche, gli toglieva il titolo d'Imperatore, e gli suscitava nemici per tutto, mandò suoi messi agli Uberti in Firenze, avvisandoli ch'era venuto per essi il momento d'impadronirsi del governo della Repubblica. Osassero pur di pigliare le armi, che i suoi aiuti non sarebbero fra poco mancati. E gli Uberti non furono sordi. Raccolti i capi delle piú potenti famiglie ghibelline, decisero di venire senz'altro alla prova delle armi. La Città si trovò subito divisa: da un lato era l'aristocrazia ghibellina, dall'altro tutto il popolo coi nobili guelfi, e fu levato il rumore. Si combatteva da una contrada all'altra, continuando di giorno e di notte, dai serragli, dalle torri, con manganelle e con altri strumenti di guerra. A poco a poco gli animi si riscaldarono per modo, che la lotta divenne generale. I Ghibellini, sicuri nella speranza dei vicini aiuti, e piú destri nelle arti di guerra, avevano unità di comando, e fecero testa alle case degli Uberti, donde partivano gli ordini. Il popolo, invece, che si batteva senza alcun ordine, si vide ben presto circondato. Pure vi fu un momento, in cui pareva che ciò appunto dovesse assicurargli la vittoria. Stretto da ogni lato, si trovò poco a poco forzato a raccogliersi intorno al serraglio dei Bagnesi e dei Guidalotti, di dove, facendo testa con gran vigore, sembrava che fosse per ripigliare il terreno perduto. Ma in quel punto arrivarono gli aiuti imperiali, e allora tutto fu perduto. Federico, figlio e vicario generale dell'Imperatore, entrò in Firenze conducendo 1,600 cavalieri tedeschi, i quali con molto impeto assalirono il popolo, che per tre giorni ancora si difese con grande ostinazione d'animo. Ma era una resistenza vana del tutto. I Ghibellini da per ogni dove soverchiavano, e l'Imperatore avrebbe, all'occorrenza, potuto mandar loro sempre nuovi aiuti. Rustico Marignolli, uno dei piú valorosi Guelfi, che aveva fino allora tenuto nella mischia la bandiera del popolo, venne ferito e morto d'un quadrello nel viso. I capi della parte perciò decisero finalmente di cedere, e di esulare la notte della Candelora (2 febbraio 1249). Radunatisi in armi tutti quelli che erano decisi a partire, andarono a pigliare il corpo del Marignolli, e con grandissima pompa di popolo, di armi e di fiaccole, lo seppellirono di notte in S. Lorenzo, portando la bara sulle spalle i piú onorati cavalieri, e trascinando per terra la bandiera vinta, ma non umiliata. Tutto aveva somiglianza piú d'un giuramento di futura vendetta, fatto sul cadavere del morto guerriero, che d'un funebre convoglio.

Dopo di ciò i capi de' Guelfi partirono, e si rifugiarono nei vicini castelli, quei medesimi castelli, da cui con tanto sangue avevano snidata la nobiltà feudale, che, venuta poi in Città, ripagava ora in tal modo le sofferte ingiurie. Trentasei case di Guelfi furono disfatte, fra cui il palazzo Tosinghi in Mercato Nuovo, alto novanta braccia, tutto a colonnini di marmo. L'odio andò tanto oltre, che si poté dire e credere da molti avere i Ghibellini meditato perfino la distruzione del tempio di S. Giovanni, perché ivi solevano radunarsi i Guelfi. Avevano, si affermava, scavato le fondamenta della vicina torre del Guardamorto, acciò, cadendovi sopra, lo rovinasse. Il tentativo non sarebbe riuscito, perché, nel cadere, la torre prese miracolosamente altra direzione. Ma assai piú credibile è il racconto del Vasari, il quale scrive, invece, che la torre fu abbattuta per sgomberare la piazza, e che Nicolò Pisano, il quale ne ebbe commissione, la tagliò e fece cadere in modo da non danneggiare la chiesa né le case vicine.

Comunque sia, fu questa la prima volta, in cui cominciò veramente la storia funesta delle crudeli vendette cittadine, non solo col disfare le case dei vinti, ma esiliandoli in massa. I Ghibellini restaron padroni di tutto, e per maggior sicurezza ritennero 800 soldati tedeschi, comandati dal conte Giordano Lancia. Si direbbe che il partito il quale traeva la sua origine di Germania, dove riteneva sempre forti aderenze, non potesse neppure ora pigliare in mano le redini del governo fiorentino, senza essere sostenuto dal braccio del soldato tedesco, e potesse nella Repubblica comandar solo in nome dell'Imperatore. Tali furono dunque le ultime conseguenze dell'aver lasciato entrare in Firenze l'aristocrazia feudale-imperiale, e dell'averle permesso di trovare nel Podestà non solamente un giudice, ma ancora un capo politico e militare.

III

La vittoria ottenuta nel 1249 dai Ghibellini contro i Guelfi in Firenze, era stata violenta e sanguinosa, ma non sicura. I Ghibellini avevano disfatto gli ordini della libertà; avevano cacciato in esilio un numero grandissimo dei loro nemici; con l'aiuto del conte Giordano Lancia, vicario di Federico II, e cogli 800 Tedeschi, erano divenuti padroni di Firenze; ma il popolo, la borghesia, tutto il maggior numero de' cittadini erano Guelfi. Inoltre papa Innocenzo IV sollevava in Italia tanti nemici all'Imperatore, che i trionfi di questo non potevano durare a lungo. Gli esuli fiorentini perciò s'erano annidati nei vicini castelli, specialmente in quello di Montevarchi, nel Valdarno superiore, ed in quello di Capraia, nel Valdarno inferiore. Di là facevano continue scorrerie, dimostrando chiaro di non avere perduto la speranza di tornare ben presto in Città. Bisognava dunque proseguire la guerra contro di essi, per non vederli da un momento all'altro tornare potenti.

Venne perciò assalito Montevarchi, con l'aiuto dei soldati tedeschi; ma furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri. Quella rotta fece veder piú chiaro ai Ghibellini di Firenze il pericolo in cui si trovavano, e decisero perciò di portare un regolare assedio al castello di Capraia, dove s'erano chiusi i principali Guelfi, capi della parte o Lega, come allora la chiamavano, i quali guidavano i movimenti degli altri. Sebbene circondati da forze maggiori, gli assediati si decisero ad un'ostinata difesa, ed i Ghibellini s'apparecchiarono a combatterli con l'armi e con la fame. Non sarebbero tuttavia riusciti nell'intento, se non fosse venuto aiuto di nuove genti, mandate dall'imperatore Federico, che allora appunto aveva dovuto abbandonare l'assedio di Parma, ed erasene venuto in Toscana. Ma anche dopo questi aiuti, solo la fame fece arrendere i Guelfi. I principali di essi furono mandati a Federico II, che si trovava a Fucecchio. Egli li menò seco nel regno di Napoli, e quivi li fece, dicono i cronisti fiorentini, barbaramente accecare, mazzerare, affogar nel mare, salvandone uno solo, cui concesse la vita, ma non la vista.

L'Imperatore era stanco, irritato dalla continua guerra mossagli dai papi. Non aveva avuto mai pace dacché Sinibaldo de' Fieschi, pigliando nome d'Innocenzo IV, era salito sulla sedia di S. Pietro, il 24 giugno 1243. In un concilio tenuto a Lione (1245), questi lo aveva condannato e deposto. Aveva poi segretamente promosse contro di lui molte cospirazioni, e si era sempre piú o meno adoperato a farle riuscire nell'intento. In una di esse i sospetti dell'Imperatore caddero perfino sul suo piú fedele segretario ed amico, Pier delle Vigne, che, chiuso nella torre di S. Miniato al Tedesco, fu colà condannato a perdere gli occhi, e menato poi a Pisa, si uccise battendo la testa ad un muro. Queste traversie ora irritavano ed ora piegavano l'animo di Federico, che, sebbene filosofo e scettico, pure temeva assai i fulmini del Vaticano. Voleva riconciliarsi col Papa, partire di nuovo per l'Oriente a combattere gl'infedeli; ed Innocenzo, invece, allora appunto sollevava contro di lui tutte le città guelfe, obbligandolo a prendere di nuovo le armi, per sostenere il partito ghibellino e la propria autorità in Italia. Il che egli non seppe fare, senza abbandonarsi, come abbiam visto, ad eccessi d'inaudite crudeltà, le quali naturalmente accrebbero per tutto il numero de' suoi nemici. In Germania già il partito guelfo non aveva voluto riconoscere l'autorità di Corrado, figlio dell'Imperatore, che lo aveva mandato colà per essere da lui rappresentato. A Parma l'esercito comandato da Federico in persona era stato disfatto. Bologna si mise alla testa di tutte le città guelfe di Romagna, e con forte esercito, andando incontro ai Ghibellini, comandati da re Enzo, altro figlio naturale di lui, li ruppe nella battaglia di Fossalta, il 26 maggio 1249. Lo stesso Enzo fu preso e portato trionfalmente nelle prigioni di Bologna, dove rimase sino alla sua morte, seguita nel 1271. Federico non visse però tanto da provar quest'ultimo dolore. Il 13 dicembre 1250 moriva in un castello presso Lucera, nelle Puglie, e la sua morte fu l'ultimo crollo del partito ghibellino in Firenze ed in tutta Italia.

Contro questo partito s'univa allora all'odio politico anche un odio religioso, non solo perché i Ghibellini combattevano il Papa; ma piú assai, perché le eresie che cominciavano a serpeggiare in Italia, trovavano fra di loro molti seguaci, come avevano spesso trovato nell'Imperatore tolleranza e favore. Questo veleno, che ora filtrava lentamente nella società italiana, teneva i Papi in grandissimo pensiero. Avevano dapprima cominciato a levar grido e trovare seguaci gli Albigesi nella Provenza, dove i poeti avevano attaccato con tutte le loro forze la Corte di Roma. Erano però sorti a combatterli, gli ordini religiosi di S. Francesco e S. Domenico. Innocenzo III aveva a questo fine fondata la Sacro-Santa Inquisizione, e S. Domenico, alla testa di moltitudini assetate di sangue eretico, aveva comandato la strage degli Albigesi, dilaniando tutta la Provenza. Ma gli esuli erano venuti in Italia a comunicare lo stesso odio contro Roma, a seminare il medesimo veleno. Infatti i Paterini, che combattevano il Papa e non credevano alla verginità della Madonna, né alla transustanziazione, né ad altri dommi della religione cattolica, trovavano seguaci per tutto, e si riunivano pubblicamente. Gli Epicurei, gli Avverroisti, altre sette filosofiche si propagavano con rapidità fra i dotti italiani. Per qualche tempo era parso, che il centro principale di questo tumulto intellettuale e religioso si formasse a Palermo, nei giorni piú felici della Corte di Federico II. Circondato da scolastici, da trovatori, da poeti d'ogni sorta, da Musulmani e da Greci scismatici, da Provenzali albigesi e da filosofi materialisti, egli che pure andò alla Crociata, e perseguitò gli eretici, s'era singolarmente compiaciuto di questa multiforme società, nella quale, fra il sarcasmo, il dubbio e l'odio ai preti, sorse quella poesia italiana, che nella Divina Commedia doveva mostrarsi piena di tanta vera fede e di cosí nobili aspirazioni. Ma intanto l'eresia e il dubbio s'eran diffusi per tutta la Penisola. I Paterini s'erano rapidamente moltiplicati tra i Ghibellini di Firenze, dove il Papa mandava l'Inquisizione ad iniziar processi e condanne. Nel 1244 fra Pietro da Verona, animato piú da furore che da zelo religioso, veniva dal pergamo ad infiammare lo spirito cattolico; istituiva una Società dei Capitani di S. Maria o della Fede, nella quale s'arrolavano uomini e donne a sterminio degli eretici. Le passioni s'accesero, e nel 1245 vi fu per le vie di Firenze una regolare battaglia fra cattolici ed eretici. A. S. Felicita ed alla Croce al Trebbio, dove una colonna rammenta ancora l'infausto giorno, i Capitani della Fede, vestiti di bianco, croce-segnati, e guidati da fra Pietro da Verona, alto, robusto, animoso, ruppero i Paterini e li costrinsero a lasciar Firenze. In premio di questa sanguinosa vittoria, esso fu nominato inquisitore di Toscana, e poi anche di Lombardia, dove finalmente, tra Milano e Como, trovò la morte, per opera di coloro che erano stanchi delle sue persecuzioni. Il che gli fece aver nome di santo e di martire, e fu d'allora in poi chiamato S. Pietro martire da Verona.[241]