IV
Ma intanto l'anno 1250, di cui dobbiamo ora discorrere, Federico II moriva, Enzo suo figlio era in prigione a Bologna, Innocenzo IV sollevava il partito guelfo, Pietro da Verona faceva terrore agli eretici ed a tutti i nemici del Papa, in Toscana ed in Lombardia. Il trionfo ghibellino non poteva quindi durare a lungo in Firenze. Ed infatti, sin da quando Federico s'era ritirato in Puglia, già vicino a morire, i Guelfi avevano preso tanto animo, che i Ghibellini pensarono di far nuovo sforzo, ed andarono ad assalirli nel castello d'Ostina, in Valdarno, ove in gran numero s'erano radunati. Ma nel porre l'assedio, bisognò tenere una forte guardia a Figline, per difendere le spalle degli assalitori contro gli altri Guelfi, che in numero non piccolo si trovavano raccolti a Montevarchi. E questi allora assalirono di notte il campo, che era posto a guardia di Figline, e lo ruppero per modo che, quando la nuova giunse ad Ostina, i Ghibellini levarono l'assedio, tornandosene a Firenze. Allora subito cosí il popolo come la borghesia, stanchi già delle incomportabili gravezze sopportate per le guerre continue fatte dai Ghibellini, delle «gravi torsioni e forze e ingiurie», con cui essi tiranneggiavano il popolo, videro giunto il momento della vendetta, e si levarono a tumulto. Ne furono capi i piú autorevoli fra gli uomini, cosí detti, di mezzo, che allora guidavano il popolo. Costoro si raccolsero nella Chiesa di S. Firenze, poi in quella di S. Croce, e finalmente, temendo sempre d'essere assaliti dagli Uberti, si restrinsero in minor numero, piú sicuri, nelle case degli Anchioni, dove nell'ottobre del 1250, nominarono trentasei Caporali di popolo, sei per Sesto, i quali posero le basi della terza costituzione di Firenze, che si chiamò del Primo Popolo, perché intesa principalmente a costituire il popolo e renderlo forte contro i nobili. E questi si trovavano ora cosí perduti d'animo, che senza resistere, accettarono le nuove leggi.
Si cominciò col rimuovere d'ufficio tutti i magistrati; si pose poi mano alla riforma. Si mantenne la istituzione del Podestà, che anzi rimase sempre piú come capo dei nobili, perché di fronte ad esso fu ora istituito il Capitano del popolo, quale capo dei popolani. E perché cosí la Repubblica si trovò divisa in due, furono alla testa di essa, come governo centrale, posti dodici Anziani di popolo, due per Sesto. Questi venivano in certo modo a riprendere l'antico ufficio dei Consoli; ne differivano però non solo perché eran popolani, ma anche per la esistenza del Podestà e del Capitano, nelle mani dei quali si trovò principalmente il governo della Città. La parte nuova e piú importante della riforma fu infatti la istituzione del Capitano, messo a comandare il popolo, che venne allora militarmente ordinato. In Città fu diviso in 20 compagnie armate, con 20 gonfaloni o bandiere, sotto 20 Gonfalonieri; nel contado si ordinarono invece 96 compagnie, trovandosi esso già diviso in 96 pivieri. Riunite tutte queste compagnie della Città e del contado, formarono un solo esercito popolare, pronto, in ogni occorrenza, a combattere cosí i nemici esterni, come le prepotenze dei nobili all'interno. Esso stava sotto gli ordini del Capitano, che era come il tribuno, il generale ed il giudice di questa moltitudine armata, e perciò fu piú tardi chiamato anche Difensore delle Arti e del Popolo, Capitano della massa de' Guelfi, ecc. Simile al Podestà, durava in ufficio un anno, e doveva essere guelfo, nobile e forestiero. Conduceva seco, nel venire a Firenze, giudici, cavalieri, e cavalli armigeri, perché nella guerra guidava il popolo, e nella pace amministrava la giustizia. L'ufficio del Podestà ritenne, come già dicemmo, tutta la sua importanza civile e militare. A lui spettavano di regola le cause civili e criminali; al Capitano erano serbate principalmente quelle che nascevano da violenze dei grandi contro il popolo, quelle risguardanti la gabella o l'estimo, e ancora le estorsioni, falsità, violenze, quando però non ne fosse prima venuta querela al Podestà, o questi non se ne fosse occupato.[242] Ed in tali cause il Capitano poteva condannare anche a morte. A lui era affidato il gonfalone o bandiera del popolo, bianca e vermiglia, e con la campana posta sulla torre detta del Leone, radunava il popolo. Esso dimorava nella Badía, insieme cogli Anziani, che in molte cose furon come suoi consiglieri. Il primo che assunse il nuovo ufficio fu messer Uberto da Lucca. Il Podestà poi, sebbene alcuni scrittori, ingannati dalle parole alquanto oscure del Villani e del Malespini, lo credessero, almeno per qualche tempo, abolito, restò sempre a capo di quello che chiamavasi piú specialmente Comune.[243] Ebbe anch'esso le sue compagnie d'uomini armati, ed ebbe inoltre le bandiere della cavalleria, composta quasi tutta di nobili, e quelle degli arcieri, dei palvesari, dei balestrieri, ecc., i quali, insieme riuniti, formavano l'oste propriamente detta, o sia la parte piú regolare dell'esercito repubblicano. Il Podestà comandava assai spesso tutto l'esercito, ma era suo speciale ufficio stare a capo della cavalleria e dell'oste.[244] E per crescerne sempre piú la importanza, fu deliberata la costruzione d'un grande e monumentale palazzo,[245] in cui avesse residenza, e raccogliesse i suoi ufficiali e consiglieri. Ma da un altro lato, siccome nulla si tralasciava, per afforzare il popolo a danno dei nobili, fu ordinato che tutte le torri dei potenti venissero abbassate in modo che niuna superasse l'altezza di 50 braccia, e con le pietre cosí raccolte, si murò la città oltre l'Arno.[246]
Insomma la terza costituzione, o del Primo Popolo, fu una costituzione politico-militare, che divise la Repubblica in Comune e Popolo, nei quali, come in due campi avversi, si raccolsero l'aristocrazia e la democrazia. L'esercito usciva in campo, a Comune ed a Popolo, le principali deliberazioni dovevano essere approvate dal Comune e dal Popolo. Che se una tal divisione ci sembra strana, essa era pure assai generale nel Medio Evo. La troviamo in molte città di Toscana, la troviamo a Bologna, dove i nobili ed il popolo formavano come due repubbliche, con leggi e statuti diversi, con due palazzi di residenza distinti. A Milano troviamo la repubblica tripartita nella Credenza dei Consoli, nella Motta e nella Credenza di Sant'Ambrogio, nelle quali erano la nobiltà maggiore, la media ed il popolo. E tutto ciò sembrava assai naturale, giacché le istituzioni ritraevano lo stato della società, e questa era divisa, perché sorta in origine dalla lotta delle popolazioni latine con le germaniche, dei conquistati coi conquistatori. I lontani eredi degli uni e degli altri si trovavano armati, in due campi opposti, pronti sempre a combattersi.[247]
In tale stato di cose è facile comprendere, come il governo centrale avesse a Firenze ben poca autorità, e come invece, nel contrasto continuo e nella gelosa emulazione, si andassero rafforzando sempre piú il Podestà ed il Capitano. Il primo, sebbene si trovasse ora in compagnia d'altri magistrati, era sempre quello che piú propriamente rappresentava la Repubblica. Faceva i trattati di pace in nome di essa; accettava concessioni e sottomissioni d'altre terre o castelli, e, come già in passato, cosí continuava adesso ad avere due Consigli, lo Speciale che era di 90, il Generale, di 300 Consiglieri. E due ne ebbe anche il Capitano del popolo, che furono del pari, come era l'uso allora, lo Speciale o Credenza di 80 Consiglieri, che uniti al Consiglio generale, arrivavano a 300, fra cui erano gli Anziani, i Capi delle Arti, i Gonfalonieri delle Compagnie ed altri, tutti popolani, a differenza dei Consigli del Podestà, nei quali entravano anche i nobili. Assai spesso i membri del Consiglio speciale entravano a far parte anche del generale, che perciò soleva chiamarsi Consiglio generale e speciale del Podestà o del Capitano. Gli Anziani ebbero un loro proprio Consiglio che fu di 36 Buoni uomini di popolo, al quale bisogna però aggiungere il Parlamento, sebbene ora s'adunasse di rado, e solo nelle grandi occasioni. Ma tutti questi Consigli solo col tempo presero, come noi vedremo; un assetto definitivo; per ora, salvo quelli del Podestà, che erano piú antichi, ebbero una forma ancora incerta e mutabile.[248] In ogni modo l'ordinamento generale che la Repubblica in gran parte aveva già preso, e verso di cui sempre piú s'avviava, era questo: gli Anziani, il Consiglio dei 36 ed il Parlamento costituivano il governo centrale, assai indebolito però dalla costituzione e dalla forza crescente del Comune e del Popolo, i quali, col Podestà e col Capitano alla loro testa, coi rispettivi Consigli maggiori e minori, formavano come due repubbliche l'una di fronte all'altra. Il Comune aveva di certo piú grande autorità ed importanza legale; ma il Popolo cresceva ogni giorno di numero e d'ardire. Ben presto infatti si videro alcune antiche famiglie mutare i loro nomi e lasciare i titoli, per andare a confondersi tra i popolani.
La nuova costituzione venne diversamente giudicata dai grandi scrittori politici di Firenze. Donato Giannotti la biasimò, dicendo che era: «soggetto da sedizioni e non vinculo di pace e concordia, perché chi ordinò quel governo tutto lo dirizzò contro ai Grandi, che avevano al tempo di Federico retto, li quali, stando con continuo timore, furono necessitati sollevarsi tosto che l'occasione apparse».[249] Il Machiavelli, invece, la lodava, concludendo: «Con questi ordini militari e civili fondarono i Fiorentini la loro libertà. Né si potrebbe pensare quanto di autorità e fortezza in poco tempo Firenze si acquistasse. E non solamente capo di Toscana divenne: ma in tra le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta».[250] Ed aveva ragione. I cronisti del tempo, e la storia imparziale dei fatti dànno piena conferma alle sue parole. La Repubblica cominciò ad abbellirsi di nuovi monumenti. Fu costruito non solamente il palazzo del Comune o sia del Podestà, ma anche il ponte a S. Trinita, opera alla quale concorse largamente un privato cittadino col suo proprio danaro. Si coniò il fiorino d'oro,[251] moneta che, per la sua ottima lega, ebbe subito corso, non solo in tutti i mercati d'Europa, ma ancora negli scali d'Oriente, e fu di vantaggio grandissimo al commercio fiorentino, che ogni giorno s'andava estendendo di piú. I nobili certamente non furono contenti, e lo dimostraron subito nel '51, quando la piú parte di essi ricusarono d'andare al campo contro Pistoia; ma dopo che ne furon mandati alcuni in esilio, gli altri s'acquetaron subito. Vennero richiamati gli esuli guelfi, si fecero paci in Città; ed essendo già morto Federico II, l'aristocrazia si trovò frenata dal popolo, divenuto forte e sicuro di sé. Allora ricominciarono subito le guerre esterne, le quali furon cosí fortunate, che i dieci anni che seguirono, si dissero gli anni delle vittorie.
V
Questo Primo Popolo o Popolo Vecchio, come lo chiamarono, perché era infatti il popolo la prima volta politicamente e militarmente costituito, fece subito sentir la propria forza. Per dare alle crescenti mercatanzie fiorentine libero accesso al mare, senza ancora combattere Pisa, concluse il 30 d'aprile 1251 un trattato coi conti Aldobrandeschi, possenti signori della Maremma, mediante il quale la Repubblica ebbe facoltà di passare liberamente per le loro terre, e cosí arrivare a Porto Talamone ed a Port'Ercole, facendone libero uso pel suo commercio.[252] Tutto ciò non poteva certo piacere ai Pisani, che subito strinsero alleanza con Siena, cui aderí anche Pistoia. Cosí le tre città ghibelline si unirono a danno della guelfa Firenze. Ma non bastava. Il 24 luglio 1251 i Ghibellini della Città, mediante un segreto accordo con Siena, aderirono alla lega, con promessa vicendevole d'aiutarsi al conseguimento del fine comune, al trionfo cioè della parte in tutta Toscana. A questo accordo, come era naturale, parteciparono poi i Ghibellini delle vicine terre, che si trovarono cosí tutti collegati a danno di Firenze.
I Fiorentini allora, trovandosi circondati da tanti nemici, cominciarono a difendersi coll'assalir subito Pistoia; ma i Ghibellini della Città ricusarono di pigliar parte ad una guerra, manifestamente diretta a loro danno. E però, quando l'esercito tornò vittorioso dalla scorreria fatta, molti dei piú autorevoli di essi, fra cui gli Uberti ed i Lamberti, furono cacciati in esilio. La cosa dovette avere un'importanza maggiore assai che non pare, perché gli esuli innalzarono la bandiera della Repubblica, la quale s'indusse a mutare la propria, ed invece del giglio bianco in campo rosso, ebbe d'allora in poi il giglio rosso in campo bianco. La bandiera del popolo rimase sempre la stessa, cioè, dimezzata, bianca e rossa. Nella state di quel medesimo anno si sollevarono in Mugello gli Ubaldini, rinforzati dagli esuli, ma furono sconfitti. I Fiorentini s'avvidero adesso che dovevano seriamente pensare ai proprî casi. E però, mediante i Lucchesi già loro amici, strinsero alleanza (agosto 1251) con S. Miniato al Tedesco, dove non era in quel momento vicario imperiale; rinnovarono (settembre) quella che già avevano con Orvieto, e un'altra ne strinsero con Genova (novembre), sempre nemica di Pisa.
Cosí tutta Toscana si trovò divisa in guelfa e ghibellina. Gli esuli, insieme con alcuni soldati tedeschi delle bande di Federico II, si chiusero nel castello di Montaia, nel Val d'Arno di sopra, che era del conte Guido Novello. I Fiorentini corsero ad assalirlo verso la fine dell'anno, ma ne furono con vergogna respinti. Tornati a casa, sonarono la campana, raccolsero un grosso esercito, ed uscirono di nuovo, armati a Popolo ed a Comune, proseguendo nel gennaio con ardore la guerra, non ostante il freddo e la neve. Le condizioni generali delle cose in Toscana allargarono le proporzioni di questa guerra, da un lato essendosi all'esercito fiorentino uniti i soldati lucchesi, e dall'altro movendosi i Pisani ed i Senesi in aiuto degli esuli. Il Primo Popolo si mostrò ora degno di se stesso. I nemici furono respinti, il Castello di Montaia fu preso e demolito, i difensori vennero menati prigionieri a Firenze (gennaio 1252).[253]