Era perciò inevitabile che la guerra continuasse, ed i Senesi già erano in campo per sottomettere Staggia e Poggibonsi, dare il guasto a Colle, Montalcino e Montepulciano, il che rendeva inevitabile che i Fiorentini pigliassero di nuovo le armi. Farinata degli Uberti e gli altri esuli gettavano di continuo olio sul fuoco, adoperando ogni sottile astuzia per provocarli, e per ordir tradimenti nella loro stessa Città. Furono infatti mandati due frati minori a dire, sotto apparenza di gran segreto, agli Anziani, che Siena era stanca dei Ghibellini e del predominio che in essa aveva Provenzano Salvani; sarebbe perciò stato facile fare aprire le porte all'esercito fiorentino, mediante 10,000 fiorini. Fu agevole ai frati, ingannati, come pare, essi stessi, ingannare gli altri. Venuti nella Città, cosí almeno narra il Villani, chiesero di trattare con due soli degli Anziani, sotto giuramento di strettissimo segreto. E furono a ciò deputati due, i quali, udite le proposte, e pensando che venivano dagli esuli, figli anch'essi della stessa Repubblica, non rammentando quanto potenti erano stati sempre fra loro gli odî di parte, prestarono fede ai fallaci messaggi. Sebbene tutto fosse proceduto con gran mistero, pure a decidere la guerra, era sempre necessario consultare i cittadini. Si tenne perciò un Consiglio numeroso di nobili e di popolo, nel quale gli Anziani, sotto varî pretesti, piú o meno plausibili, sostennero l'utilità e la necessità di ricominciare subito la guerra contro i Senesi. Vi fu nondimeno grandissimo dissenso. E quantunque le leggi fiorentine mettessero mille freni alla discussione, massime quando si trattava di combattere una proposta dei magistrati,[270] pure la deliberazione era di tanta gravità, che piú d'uno si provò a combatterla, sostenendo che il far la guerra adesso, quando si sapeva che Siena non aveva mezzo di mantenere a lungo i Tedeschi, era impresa stoltissima. I nobili specialmente si dimostravano contrarî, perché essi avevano riconosciuto la superiorità della cavalleria tedesca, e non credevano possibile adesso, che ne era venuto un assai maggior numero, tenerle fronte con un esercito d'artigiani e di mercanti poco pratici nell'arte della guerra, la quale aveva già cominciato a far tali progressi, che le battaglie non si vincevano piú col solo valor personale. Ma l'opposizione dei nobili rendeva invece piú caldi i popolani, i quali gridarono che bisognava armarsi e partire senza indugio. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari era stato dei primi a dichiararsi contrario, proponendo che s'aspettasse. Ma a lui lo Spedito, che era, secondo il Villani, uno dei due Anziani a parte del segreto, rispose con ingiuriose parole, concludendo, che se aveva paura, si cercasse le brache. Al che messer Tegghiaio di rimando esclamò, che allo Spedito non sarebbe bastato l'animo di seguirlo a gran distanza nella guerra. E dopo queste irate parole, sorse Cece Gherardini, il quale, senza alcuna reticenza, cominciò anch'esso a parlar forte contro la guerra proposta dagli Anziani. Questi allora, in nome della legge, gl'imposero silenzio, minacciando la pena di 100 lire, voluta dagli Statuti contro chi parlasse senza permesso dei magistrati; ma egli rispose, che voleva pagare e parlare. Portarono allora la pena a 200, poi a 300 lire, e finalmente dovettero, per farlo tacere, imporgli silenzio sotto minaccia del capo.[271] Cosí fu infine deliberata la guerra, la quale, del resto, anche senza questi segreti maneggi, narrati ed esagerati dai cronisti, sarebbe stata inevitabile, tanto s'erano omai accesi gli animi.
L'esercito dei Fiorentini si trovava (1260) sotto gli ordini del medesimo Podestà, che lo aveva comandato nel passato maggio. Ma ora essi avevano aiuti dai Guelfi di tutta Toscana, di Perugia, Orvieto, Bologna ed altre molte città, in modo che si dice ponessero insieme 30,000 fanti e 3,000 cavalli. Messo in moto, nel mese d'agosto, un cosí gran numero di gente, col carroccio, con tutti i capi, con le molte salmerie, entrarono nel territorio senese, e fecero sosta il 2 settembre, alla Pieve Asciata. Le pratiche fatte dagli esuli avevano avuto un doppio resultato. Da un lato cioè avevano nei Fiorentini infuso la vana speranza, che Siena potesse aversi senza sangue, solo con danaro e con la mostra di grandi forze. Da un altro s'erano nell'esercito stesso stretti veramente segreti accordi di tradimento coi nemici. Si cominciò quindi col mandare baldanzosamente ad intimare la resa. Ma gli ambasciatori, entrati in Siena, trovarono tutto il popolo animato dal furore della guerra e della vendetta. Accolti solennemente dai Ventiquattro, che erano alla testa del governo, questi, udite le domande, dissero: Che sarebbe loro risposto in campo, a viva voce. Non restava quindi che apparecchiarsi senz'altro alla decisiva giornata.
La mattina del tre di settembre un banditore andava in giro per Siena, intimando che ognuno s'affrettasse, «in nome di Dio e della Vergine Maria», ad accorrere sotto il proprio gonfalone.[272] Cosí fu raccolto un grosso esercito, che il giorno stesso uscí di città, per andare incontro ai Fiorentini. È assai difficile dirne il numero, tanto variano i ragguagli dei cronisti. Coi Senesi v'erano i Tedeschi, v'erano gli esuli ghibellini di Firenze, v'erano anche parecchi alleati. Tuttavia erano certo in numero minore dei nemici. Come di regola, il comando generale lo aveva il podestà Francesco Troghisio. Ma la condotta effettiva delle armi l'avevano il conte Giordano e il conte d'Arras, che conducevano i cavalieri ed i fanti tedeschi; il conte Aldobrandino di Santa Fiora ed altri capitani valorosi. Il conte Guido Novello comandava gli esuli fiorentini, fra i quali, piú irrequieto che mai, era Farinata degli Uberti. Alla testa dell'esercito fiorentino stava del pari il podestà Iacopino Rangoni; ma i capitani erano gente inesperta, che si cullava ancora nella lusinga di vincere senza combattere. S'avanzarono adunque col carroccio fino a Monselvoli, in Val di Biena, dove misero il campo, non lungi dal fiume Arbia e dal castello di Montaperti, a quattro miglia da Siena. La mattina del quattro settembre i Senesi, sopra tutto i Tedeschi, iniziarono con grandissimo slancio la battaglia. Il conte d'Arras si teneva con la sua banda in agguato, per attaccare di fianco il nemico, al momento opportuno. Sino all'ora di vespro i Fiorentini resistettero con valore, ma poi cominciarono a dar segni di stanchezza. Ed allora il conte d'Arras, uscendo dall'agguato, al grido di San Giorgio, piombò sul loro fianco con tale impeto, che subito li sgominò. Nello stesso tempo, Bocca degli Abati, uno dei Fiorentini che tradivano, mozzò, con un colpo di spada, la mano a Iacopo dei Pazzi, che teneva la bandiera della cavalleria. E questa, che era quasi tutta di nobili, parte per lo sgomento, parte pel tradimento, si dette alla fuga. La fanteria, composta invece di buoni popolani e fedeli alleati, tenne ancora fermo; ma poi cedette, e fu anch'essa trascinata nella fuga generale. Solo la guardia del carroccio, comandata da Giovanni Tornaquinci, che a 70 anni combatté da leone, stette salda fino a che l'ultimo di essa non fu morto accanto alla bandiera, la quale, con la Martinella e col carroccio, cadde in mano del nemico, che li portò via, trionfando, in Siena, dove mise in pezzi ogni cosa.[273] La strage fu grandissima, molti dei Fiorentini correvano al castello di Montaperti, gridando: misericordia, ch'io m'arrendo; ma erano uccisi lo stesso. Finalmente il capitano dei Senesi, conte Giordano, d'accordo coi gonfalonieri del popolo, consigliato anche da Farinata degli Uberti, mandò ordine, che si sospendesse la strage, e restasse salva la vita di chi s'arrendeva.[274] È assai difficile dire qual fosse in quel giorno funesto il numero dei morti. Il Villani, che li riduce al minimo, afferma che i cavalieri si salvarono tutti colla fuga, ma che la strage fu tra i popolani, di cui 2,500 rimasero morti, 1,500 prigionieri. I Senesi, che riducono le loro perdite a 600 morti e 400 feriti, portano quelle dei Fiorentini a 10,000 morti, 15,000 prigionieri, 5,000 feriti, oltre 18,000 cavalli fra morti e perduti. Se queste cifre sono al di sopra, quelle del Villani possono ritenersi al di sotto del vero.[275] Ma questi descrive il vero stato delle cose quando conchiude: e allora «fu rotto e annullato il Popolo vecchio di Firenze».[276] Tale infatti può dirsi la conseguenza ultima di quella battaglia, che fece l'Arbia colorata in rosso.
Grandi furono la gioia, le feste, i trionfi in Siena; grandissimi il lutto, i lamenti in Firenze, dove non era famiglia che non avesse perduto qualcuno. I capi dei Guelfi sapevano, che per essi non v'era omai piú speranza di salvezza, e però, in gran numero, esularono le famiglie dei loro nobili, e non poche anche di popolani. Uscirono di Città il 13 settembre, ed alcuni si sparsero pei castelli della Toscana, ma i piú andarono a Lucca, che rimase come centro principale dei Guelfi. Il 16 entrò in Firenze il conte Giordano con i suoi Tedeschi, e con essi tornarono gli esuli carichi di preda, che la fecero subito da padroni. Uno dei primi loro pensieri fu d'andare in Duomo a disfare il monumento d'Aldobrandino Ottobuoni, quasi che egli, piú che guelfo o ghibellino, non fosse stato cittadino onesto e benemerito della patria. Cosí cominciarono, sin dal principio, a fare ogni opera, per rendersi sempre piú odiosi ed incomportabili. Poggibonsi, Montalcino, molti dei castelli, pei quali s'era tanto combattuto, furono abbandonati a Siena. Gli ordini della libertà furono distrutti, ed il conte Giordano nominò, per due anni, podestà di Firenze il conte Guido Novello,[277] che entrò subito nel Palazzo del Comune, di dove fece poi aprire una via, che andò fino alle mura, e si chiamò, come anche oggi si chiama, Via ghibellina. Cominciarono intanto gli esilî, le persecuzioni, le distruzioni delle case e delle torri de' Guelfi, i cui beni, confiscati, venivan raccolti a benefizio della parte ghibellina, che doveva trionfare per tutto. Fra gli esuli vi fu anche Brunetto Latini, già stato, come vedemmo, ambasciatore ad Alfonso di Castiglia, e rimasto ora in Francia, dove scrisse il Tesoro, in cui ricorda la sua ambasceria.
Il conte Giordano, richiamato da Manfredi nel Reame, dové partire, lasciando in sua vece il conte Guido Novello. Ed allora si tenne in Empoli un concilio di tutti i capi ghibellini, per prendere accordi sul da fare. Quello che dimostra a che segno fosse giunto allora il feroce odio di parte contro Firenze, si fu la proposta fatta di distruggerne le mura, abbatterne le case, e ridurla a borgo, come nido eterno dei Guelfi, i quali altrimenti sarebbero in essa sempre risorti. A questo si oppose però generosamente Farinata degli Uberti, il quale nell'impeto della sua collera, mettendo la mano sull'elsa, dichiarò al conte Giordano ed agli altri capitani, ch'egli aveva combattuto per riavere, non per perdere la patria, e che l'avrebbe difesa contro coloro i quali la volevano distruggere, con piú ardore che non aveva combattuto i Guelfi.[278] Tali parole fecero subito respingere l'insensata proposta.
Il conte Guido pose in Toscana alcuni ghibellini come podestà, ritenendo nelle sue mani il governo generale di quella provincia, e reggendo anche la Città, come vicario di Manfredi. Egli si fece basso strumento di tutti gli odî della parte ghibellina, alla quale però assai poco potevano giovare la sua condotta incerta, il suo carattere debole. Tuttavia la persecuzione contro i Guelfi continuò non solamente in Firenze, dove le confische, le demolizioni di case e di torri s'andarono lungamente ripetendo,[279] ma anche nei vicini castelli ed in Lucca, di dove i Guelfi, che vi s'erano rifugiati, vennero cacciati. Fu in questa occasione, che Farinata degli Uberti, avendo preso prigioniero Cece dei Buondelmonti, se lo portava in groppa del cavallo, chi dice per salvarlo, chi dice come preda di guerra. A quella vista però non seppe frenarsi suo fratello Piero degli Uberti, il quale, a colpi di mazza, uccise il prigioniero sulla groppa stessa del cavallo. Tale era allora la ferocia degli odî di parte. Dopo la sconfitta del '60 molti dei Guelfi andarono pel mondo raminghi. Alcuni si recarono colle armi a servire il proprio partito nell'Emilia, addestrandosi nelle nuove discipline dell'arte militare; altri invece andarono in Francia ad esercitare la mercatura, dando cosí nuovo ed assai maggiore impulso al commercio fiorentino.
VII
Dalla fine dell'anno 1260, in cui seguiva la battaglia di Montaperti, al 1266, in cui cessava il dominio del conte Guido e di Manfredi, la storia di Firenze non presenta alcun fatto notevole. La sua libertà è distrutta, le sue guerre sono piccole e ingloriose scaramucce di partito, le nuove istituzioni, se pur meritano questo nome, non hanno valore nello svolgimento storico della sua costituzione. Chi vuol conoscere il logico legame, che unisce le varie sue forme, nella storia della Repubblica, non deve por mente a queste soste che la libertà subisce, a questi interregni, nei quali la tirannide spezza il corso regolare degli eventi e delle istituzioni, che poi ripigliano il loro naturale cammino, quando la libertà torna a rivivere. Il Podestà che governava in nome di Manfredi, lasciò sussistere i due Consigli (nei quali prevalsero come era naturale i Grandi ed i Ghibellini), il Generale cioè di 300, lo Speciale di 90. Ma del Capitano del popolo e de' suoi Consigli non sentiamo piú parlare, come non sentiamo parlare degli Anziani e del loro Consiglio. Troviamo però, invece di essi, Ventiquattro cittadini, quattro per Sesto, che siedono nei Consigli del Podestà.[280] Dell'antica costituzione non sono rimasti che frammenti ed anche questi di antico non sembrano avere altro che il nome. In sostanza si è, coll'aiuto di Manfredi e per opera dei Ghibellini, costituito un dispotismo aristocratico, che fa singolare contrasto con la costituzione che lo precedette, e con quella che lo seguirà, le quali invece si trovan fra di loro in perfetta armonia e connessione. Intanto, a continuare la guerra contro i Guelfi, non solo si demolivano le loro case, confiscavano i loro beni, ma si ponevano ancora taglie sopra taglie, che oppressavano duramente il popolo, cui s'era tolta ogni parte al governo. Nel 1264 però moriva Farinata degli Uberti, nel 1265 nasceva Dante Alighieri, e l'Italia cominciava ad essere agitata da nuovi eventi, che dovevano ripercuotersi anche in Firenze.
Era veramente un pezzo, che la politica italiana accennava a volersi sostanzialmente mutare. Federico II dispotico e crudele assai spesso, aveva pure saputo raccogliere intorno a sé gli uomini piú culti della Penisola, fra i quali aveva incontrato grandissimo favore. Manfredi, che gli successe, fu un principe avventuroso ed infelice, d'animo grande, che doveva quindi trovare e trovò molti ammiratori. I Papi, è vero, avevano combattuto l'uno e l'altro come Ghibellini; ma la loro politica cominciava lentamente ad essere avversa del pari ai Ghibellini ed alle libertà comunali, perché l'ambizione loro cresceva ogni giorno, e volevano rafforzare il dominio temporale a danno dei Comuni. Firenze si manteneva ancor sempre guelfa; ma i tempi mutati cominciavano in tutta Italia a mutare, se non il nome, il carattere e il valore dei partiti, laonde spesso si passava dall'uno all'altro, senza troppo esitare, né era sempre facile dire se il mutamento seguiva piú nell'animo di chi abbandonava il proprio partito, o nel partito stesso, che perciò veniva abbandonato. E questo disordine cresceva grandemente ora che i Papi, sempre inquieti, sempre paurosi di perdere il loro predominio in Italia, si decidevano a chiamare nuovi stranieri, e quindi facevano su di essa cader nuove miserie.
Intimoriti nel vedere il gran potere e il gran favore acquistato dagli Svevi, cercarono mettervi riparo, seguendo quella politica cosí bene descritta dal Machiavelli, quando dice che i Papi, «ora per carità della religione, ora per loro propria ambizione, non cessavano mai di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre. E poiché eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano, e cercavano la sua rovina, né permettevano che quella provincia, la quale, per loro debolezza, non potevano possedere, altri la possedesse».[281] Cosí, dopo molte ed ostinate pratiche, riuscirono finalmente a far venire gli Angioini contro Manfredi, alla conquista del regno di Napoli. Carlo d'Angiò, benedetto ed aiutato da papa Clemente IV, seguito non solo dai suoi Francesi, ma anche da molti Italiani, tra cui gli esuli guelfi di Firenze, che si dimostrarono fra i piú valorosi,[282] s'avanzò verso la frontiera napoletana, ed il 26 febbraio 1266 venne, presso Benevento, a battaglia con Manfredi, il quale, abbandonato e tradito da' suoi, pugnò da valoroso, morí da eroe. Il suo cadavere, invano cercato per tre giorni in mezzo ai morti, venne poi trovato e trasportato sopra un asino. Non volle re Carlo concedergli sepoltura in terra consacrata, perché era stato scomunicato dal Papa, e fu quindi messo in una fossa, presso il ponte di Benevento, dove i soldati francesi, gettando, ognuno, sopra il cadavere una pietra, elevarono un monte, che poteva dirsi monumento condegno al valore ed alla sventura del soldato morto combattendo. Ma papa Clemente gl'invidiò anche questo umile riposo, e per suo ordine l'arcivescovo di Cosenza persuase il re angioino a far disotterrare il cadavere, e gettarlo fuori del Regno, presso il fiume Verde.[283] Tutti questi fatti diedero il crollo al partito ghibellino in Italia. La sede imperiale era vacante, gli Svevi abbattuti, ed in Napoli succedeva ad essi un'altra dinastia straniera, venuta per opera del Papa. Se la morte di Federico II aveva fatto decadere in Firenze i Ghibellini, ben si può immaginare che cosa dovesse succedere ora che il loro mal governo aveva accumulato contro di essi odî sempre maggiori, e che con Manfredi non era morto solamente un principe amico, ma s'estingueva in Italia il dominio d'una casa imperiale e reale, che era stata il piú valido sostegno del partito.