Ed infatti, all'annunzio di questi eventi, tutto il popolo di Firenze si commosse, e cominciò a pigliare animo contro i Grandi che dominavano ancora. Quando poi si seppe che buona parte di quei Guelfi fiorentini, i quali avevano con gran valore combattuto nell'esercito di Carlo d'Angiò, tornavano con la sua bandiera a Firenze, la moltitudine si mostrò cosí pronta a sollevarsi, che al conte Guido ed ai suoi mancò l'animo. E però i Ghibellini, dice il Machiavelli, «giudicarono che fosse bene guadagnarsi con qualche beneficio quel popolo, che prima avevano con ogni ingiuria aggravato, e quelli rimedî che, avendoli fatti prima che «la necessità venisse, sarebbero giovati, facendoli di poi, senza grado, non solamente non giovarono, ma affrettarono la rovina loro».[284] Volevano infatti il conte Guido ed il partito ghibellino concedere qualche libertà, per acquetare il popolo, ma non sapevano da che parte rifarsi. Gli antichi ordini erano distrutti, ed eglino s'erano talmente allontanati dal popolo, governando ad arbitrio e taglieggiando, che ora il cominciare a ceder qualche cosa, li avrebbe ben presto costretti a ceder tutto. Il popolo dall'altro lato, escluso dal governo, s'era dato all'industria ed al commercio, portandovi quell'attività ed energia, che gli era vietato di esercitar direttamente nella politica. Le industrie perciò, maravigliosamente cresciute, s'ordinarono sempre piú fortemente in associazioni politico-industriali, chiamate Arti maggiori ed Arti minori, le quali, cominciate nei primordî del Medio Evo, andarono assumendo anche una grande forza ed autorità politica, ed acquistarono un grandissimo predominio nella Città. Cosí s'erano formate adesso molte famiglie di nuovi potenti, quasi una nuova aristocrazia del danaro e del lavoro, o, come incominciavano già a chiamarla, di popolani grassi, divenuti di fatto i veri padroni della cittadinanza fiorentina.[285] I Ghibellini quindi, a poco a poco, si trovarono al governo, come una casta separata, e si dovettero sempre piú reggere con la sola amicizia di Manfredi, e con l'aiuto de' suoi Tedeschi. Quasi gente accampata in terra straniera, erano andati perdendo di giorno in giorno ogni ascendente morale e politico, ogni civile autorità sopra i popolani, i quali colle loro industrie ed il loro commercio, s'erano come formato un mondo a parte, costituendosi in una società divisa, e, fra certi limiti, indipendente da chi li governava. Rivolgersi dunque ai piú autorevoli fra costoro, era difficile e pericoloso, perché essi, capi del popolo guelfo, non potevano chiedere altro che la sua partecipazione al governo, il che sarebbe stato ben presto la rovina dei Grandi e dei Ghibellini. Dare, di loro propria iniziativa, parziali riforme neppure era facile ai Grandi, perché non si sapeva quali, né come darle, ora che il popolo si sentiva già in forza da dominar la Città. Si pensò quindi a chiamar da Bologna due cavalieri del nuovo Ordine detto dei Frati Gaudenti, il cui ufficio era di soccorrere vedove e pupilli, metter pace fra i partiti avversi. E perché apparisse un qualche segno piú visibile d'imparzialità, si volle che fossero guelfo l'uno, ghibellino l'altro. E tutto ciò fu fatto col consenso, anzi quasi per consiglio di papa Clemente IV, il quale, provenzale e grande sostenitore di Carlo d'Angiò, scriveva continuamente lettere imperiose[286] ai Fiorentini, come se per la vacanza dell'Impero, ne potesse egli assumere l'autorità, e come se, per la vittoria di Carlo, fosse divenuto il loro padrone.
Questi frati gaudenti però, il cui Ordine durò poco, erano, secondo il Villani, uomini dati piú ai loro piaceri, che capaci di trattar seriamente l'impresa loro affidata di far come da podestà in Firenze, proponendo anche le nuove riforme. E tanto ciò era evidente, che essi stessi videro subito la necessità di consigliarsi e intendersi con le Arti. Laonde, arrivati in Città, alloggiarono nel Palazzo del Comune, e convocarono un Consiglio di 36 mercatanti guelfi e ghibellini, i quali cominciarono subito a radunarsi ogni giorno, per discutere, nella Corte dell'Arte di Calimala, o sia de' panni forestieri che si raffinavano in Firenze, dove questa industria era assai progredita e formava già l'Arte piú potente. Furono subito tutti d'accordo, che si dovesse proporre la costituzione industriale e politica delle sette Arti maggiori, con insegne proprie, armi e capi intorno a cui raccogliersi, e cominciarono ad ordinarle, dando un gonfalone a ciascuna di esse cioè: Giudici e Notai, di Calimala o dei panni forestieri, della Lana, dei Cambiatori, de' Medici e Speziali, della Seta, dei Pellicciai. Ma i Ghibellini s'avvidero che per questa via s'andava rapidamente a costituir di nuovo, sotto altra forma, il Primo Popolo. E però gli Uberti, i Lamberti, i Fifanti, gli Scolari si dimostrarono decisamente avversi a tali novità, e fecero sentire al conte Guido il bisogno di mettervi immediato riparo, se non si voleva lasciarsi fuggire di mano il governo. Ed il conte Guido, che altro non cercava, mandò subito a chiedere aiuti dalle città ghibelline. Da Arezzo, da Siena, Pisa, Pistoia, Colle, S. Gimignano vennero parecchi cavalieri, che uniti ai Tedeschi, furono in tutto circa 1,500. Ma se essi erano agli ordini del conte Guido, erano anche alle sue spese: i Tedeschi già gridavano che volevano le paghe, e a lui mancavano affatto i danari. E però, continuando tuttavia le pratiche d'accordo col popolo, pensò di mettere una nuova imposta del dieci per cento sulle entrate dei cittadini. Ma questa, dopo tante altre gravezze, riusciva ora incomportabile alle piccole fortune, tanto che il popolo, già stanco del mal governo, irritato ancora dal vedere che il Conte aveva spogliato dell'armi il Palazzo del Comune, per arricchirne il suo castello di Poppi, imbaldanzito dalla prospera fortuna, e sempre piú eccitato contro i Ghibellini, protestò energicamente, dando chiari segni di voler correre alle armi. I Trentasei cercarono allora di calmarlo, e, postisi di mezzo, proposero di riscuotere essi la nuova tassa, distribuendola in modo da farla il piú possibile cadere sopra i ricchi e potenti.
Ma questo fu invece il momento in cui i Grandi, divenuti audaci pei nuovi soccorsi avuti, scelsero per farla finita, e levarono addirittura il rumore nella Città. Primi a muoversi furono i Lamberti, che, scesi in Piazza armati, andavano gridando: ove sono questi ladroni dei Trentasei, che noi vogliamo farli in pezzi? E i Trentasei, che erano allora a consiglio, si sciolsero; le botteghe si chiusero; il popolo, levato a rumore, si pose sotto gli ordini di essi, dei Consoli delle Arti, e soprattutto di Giovanni Soldanieri, nobile che, per ambizione, si era nel tumulto messo alla testa dei popolani. Fecero capo a S. Trinita, dove ben presto sopraggiunse colla sua cavalleria il conte Guido, che si teneva sicuro della vittoria. Ma trovò, invece, che la moltitudine, asserragliata, resisteva gagliardamente, e dalle finestre, dalle terrazze venne giú una tal pioggia di sassi e di frecce, che i suoi cavalieri cominciarono a perdersi d'animo, ed egli si sbigottí per modo, che, fatte subito voltar le insegne, se ne tornò alla piazza S. Giovanni; di là, andato poi al Palazzo del Comune, dove erano i due Gaudenti, chiese le chiavi della Città, per partirsene. Né le preghiere de' suoi amici, né lo sdegno de' suoi seguaci bastarono a persuaderlo, che non v'era nessun grave pericolo, e che poteva restare. Egli si sentiva cosí smarrito che, avute le chiavi, volle essere accompagnato da tre dei Trentasei, temendo altrimenti d'essere ferito dalle finestre. E, per la porta detta dei Buoi, se ne andò colle sue genti a Prato, il giorno di S. Martino, 11 novembre 1266.
Il dí seguente, passata la paura, s'avvide dell'errore commesso, e persuaso dai Ghibellini di Firenze, che lo avevano accompagnato, si provò, dice il Machiavelli, «a ripigliare quella città per forza, che aveva per viltà abbandonata».[287] E venne co' suoi ordinato a battaglia, fin sotto la porta del Ponte alla Carraia, là dove è ora Borgo Ognissanti. Ma il popolo, che difficilmente lo avrebbe potuto cacciare prima, se egli non avesse avuto cosí gran paura, facilmente poteva respingerlo adesso. Ed alle domande, tra minacciose ed umili del Conte, perché aprissero, fu risposto colle armi, saettando dalle mura. Dové quindi retrocedere co' suoi, e si sentivano tutti cosí umiliati e adirati, che per via tentarono di pigliare un castello vicino, pur di aver l'aria di fare qualche atto di vigore. Ma respinti anche in questo piccolo assalto, ritornarono a Prato piú avviliti che mai, in gran dissenso tra loro. Il Conte, persuaso ormai d'aver perduto lo Stato, se ne andò in Casentino, ed i Ghibellini di Firenze se ne andarono nei castelli o ville del contado.
VIII
I Guelfi, rimasti ora padroni della Città, posero mano alle riforme necessarie a riordinarla popolarmente, consigliati sempre con lettere imperiose dal Papa, cui però si dava retta solo quanto era necessario per non irritarlo. Prima di tutto furono licenziati i due frati Gaudenti, che non avevano fatto buona prova; poi si mandò ad Orvieto a chiedere un Capitano del popolo ed un Podestà, con qualche aiuto di cavalieri a guardia del Comune. E vennero 100 cavalieri, con messer Ormanno Monaldeschi podestà, ed un messer Bernardini capitano. Per amor di pace rimisero in Firenze i Ghibellini, concludendo tra essi ed i Guelfi paci e matrimonî, sperando cosí accomunare il popolo, e smorzare gli odî: ma in verità si riuscí solo ad eccitare piú vivi rancori, perché gli animi erano ancora troppo esaltati.
Firenze adesso sembrava non aver piú l'antica fiducia nelle proprie forze, tanto che in mezzo alle gravi complicazioni della politica italiana, anche i Guelfi sentivano il bisogno d'avere un protettore straniero. Era un uso funesto, introdotto la prima volta dai Ghibellini, che, per ossequio all'Impero, avevano chiesto un vicario imperiale in Città, ed ora che il popolo aveva vinto, perché nel regno di Napoli, agli Svevi erano successi gli Angioini, parve quasi inevitabile ricorrere allo stesso pericoloso procedimento. Il Papa, facendola da Imperatore, aveva nominato Carlo d'Angiò, prima Paciaro, poi addirittura vicario imperiale per dieci anni in Toscana. E i Fiorentini, credettero di dovere accettare questo nuovo stato di cose, anzi fare ad esso buon viso, e quindi offrirono addirittura a Carlo la signoria della loro Città per sei anni, che furon poi dieci. Ma sia che a ciò ponessero condizioni le quali al Re angioino piacevano poco, sia che egli volesse farsi pregare, certo è che parve dapprima esitar molto. Poco dopo mandò Filippo di Monforte, il quale con 800 cavalieri entrò in Firenze, il giorno di Pasqua del 1267, anniversario, come fu allora notato, della morte del Buondelmonti. Piú tardi vi mandò qual suo vicario Guido di Monforte;[288] poi venne anch'esso a condurre in persona la guerra contro i Ghibellini in Toscana.
Ed ora, cacciati i Ghibellini, accettata la supremazia di Carlo come inevitabile, era pur necessario dare a Firenze un assetto definitivo, studiandosi, in mezzo a condizioni cosí nuove, cosí difficili, di garantirne la libertà, e si venne a quella che fu la quarta costituzione della Repubblica. Le condizioni della società fiorentina erano assai mutate, e con esse doveva mutare anche il carattere della nuova costituzione. Il partito ghibellino o aristocratico s'era ristretto in un piccolo numero di Grandi, che esercitavano l'arte della guerra e volevano spadroneggiare. Coi nobili che, mutando nome e abbandonando i titoli, s'univano ai popolani, e con coloro che, pei rapidi guadagni della mercatura, entravano in una nuova condizione di viver civile, s'era formata, come abbiam visto, quasi una nuova aristocrazia, un popolo grasso divenuto padrone della Città.[289] E v'era poi anche questo di notabile, che andavano, tanto il popolo grasso, quanto il minuto, perdendo ogni giorno piú l'antica educazione militare, non solamente perché ora nelle guerre prevalevano gli uomini d'arme, e cominciavano a valer poco gli eserciti popolari, ma anche perché il commercio aveva preso tali proporzioni, che non potevano i mercanti, sempre affaccendati a bottega, o in giro pel mondo, passare ogni anno, come pel passato, due o tre mesi al campo. Il commercio era divenuto la principalissima occupazione, quasi la vita stessa del popolo fiorentino, che ora poteva dirsi davvero un popolo di banchieri e di mercanti. Ed a tutto questo s'aggiungeva, che in Firenze v'era adesso un'autorità straniera con soldati stranieri. Carlo d'Angiò direttamente, o per mezzo di suoi vicari, o di persone in altro modo da lui nominate, teneva l'ufficio del Podestà, e spesso sceglieva anche il Capitano. I Fiorentini perciò, sempre accortissimi, ristabilirono i Dodici Anziani, due per Sesto, col nome Dodici Buoni Uomini, coi quali il Podestà doveva consigliarsi. E con essi ancora, invece di 36, un Consiglio di 100 Buoni Uomini di popolo, «senza la diliberazione dei quali nessuna grande cosa, né spesa si poteva fare». Con questo Consiglio, unito al Parlamento, che, di diritto almeno, a Firenze non mancò mai, noi abbiamo la ricostituzione di un governo centrale e popolare, che toglieva importanza al Podestà angioino. Può quasi dirsi un ritorno all'antica costituzione consolare, da cui erano già usciti il Podestà ed il Capitano, che si cercava ora sottomettere ad essa. Ma ciò non era tutto. Furono ripristinati i due Consigli, speciale e generale, del Podestà e del Capitano. Se non che, il Capitano del popolo che, nella costituzione del 1250, teneva il secondo posto, e sotto il dominio ghibellino sembrava quasi scomparso, adesso non solo ricomparisce, ma si cerca dargli prevalenza sul Podestà.
Infatti, quando una legge era stata dai Dodici proposta ai Cento ed approvata, passava ai due Consigli del Capitano, e prima a quello speciale e delle Capitudini, detto anche la Credenza, che rimaneva come in antico, composto di 80 membri. Approvata la legge in questa assemblea, veniva proposta al Consiglio generale, speciale e delle Capitudini, che era di 300. Le tre votazioni si facevano di regola in un giorno solo. Nel successivo la legge veniva portata dinanzi ai due Consigli del Podestà, e prima al Consiglio speciale di 90, poi al Consiglio generale di 300, ai quali spesso si univano quelli dello speciale, ed erano allora 390. Poco sappiamo del modo con cui s'eleggevano questi Consigli, che solevano durar sei mesi. Però, essendo molto numerosi, e trovandosi dall'altro lato assai ristretto il numero dei cittadini, noi riteniamo che tutti gli abili a sedere, o sia gli eleggibili, che erano appunto i veri e proprî cittadini, v'entrassero a turno. Ma qui è da notare che non sempre, né tutte le deliberazioni passavano per ognuno di questi varî Consigli. Le leggi e le consuetudini lasciavano non di rado ai magistrati la libertà di consultarne alcuni solamente, come lasciavano loro il diritto di radunar prima un piú ristretto Consiglio di Richiesti, invitandovi solo quegli ufficiali o cittadini, che potevano giovare colla loro esperienza a preparare le deliberazioni. Altre volte s'invitavano nei Consigli anche alcuni estranei. Cosí, per esempio, discutendosi le faccende della guerra, vi si trovano chiamati coloro che avevano l'incarico di provvedervi. Gli Statuti non erano né molto precisi, né molto rigorosi a questo proposito. E pareva che si studiassero singolarmente di frenare la libertà della discussione, forse per impedire che la moltitudine di tanti Consigli mandasse le cose troppo per le lunghe. La proposta d'un provvedimento qualunque, era sempre riservata ai soli magistrati, che la facevano sostenere dal notaio o da altri in loro nome. I Consiglieri, meno i casi di molta gravità, dicevano solo poche parole prima di votare. Il numero degli oppositori era sempre assai piccolo, e ciò anche perché quando una provvisione veniva portata ai Consigli, era stata già prima vagliata molte volte. Piú tardi, lasciando sempre liberissimo il votare contro le proposte dei magistrati, si giunse perfino a proibire il parlare altrimenti che in favore. Laonde con tanti Consigli non si vide nascere in Italia la vera eloquenza politica, della quale infatti la nostra letteratura è assai povera. E qui v'è ancora un'ultima considerazione. Il Consiglio dei 100 era tutto di popolani, e cosí quelli del Capitano; i Consigli del Podestà eran composti invece di popolani e di Grandi. Le Capitudini come abbiam visto, erano sempre presenti nei Consigli del Capitano, ed assai spesso anche in quelli del Podestà. Da tutto ciò risulta chiarissimo che il partito democratico e le Arti maggiori, le quali ne formavano il nucleo principale, avevano grandissima prevalenza.[290] Ed in questo modo re Carlo ottenne la signoria della Città, ma fu vincolato in modo che il potere effettivo rimase nelle mani del popolo, soprattutto del popolo grasso.
Le nuove leggi da noi esaminate, parlano ora assai poco di Guelfi e di Ghibellini, assai piú di Grandi e di Popolani, perché la lotta dei partiti comincia a mettersi ne' suoi veri termini, e si vede chiaro che, in sostanza, trattasi di aristocrazia e democrazia. Ma ciò nondimeno, il partito ghibellino esisteva sempre, anzi era esso veramente il partito aristocratico. Il popolo ne voleva quindi la totale rovina, ed a ciò mirava un'altra parte della nuova costituzione. Si pose mano a fare un elenco di tutti coloro che dal 1260 al 1266 erano stati perseguitati dai Ghibellini, e dei beni loro confiscati. Si trovò che grandissimo era stato il numero dei condannati, e che i danni ascendevano alla somma allora assai ingente di lire 132,160.8.4.[291] Si cercò allora di fare lo stesso contro i Ghibellini, e negli anni 1268 e 69 vi furono tremila circa fra confinati e ribelli, con le rispettive confische, le quali continuarono poi lungamente.[292] Dei beni via via confiscati si cominciò, come dicevasi, a far Monte, cioè a raccoglierli insieme; poi vennero divisi in tre parti, una delle quali doveva andare al Comune; una ai Guelfi, per risarcirli dei danni sofferti; una finalmente alla Parte guelfa, per darle sempre maggior forza, a scapito dei Ghibellini. Coll'andare del tempo però, quasi tutti questi beni si concessero solo alla Parte, e ad amministrarli furono creati sei governatori, tre Grandi e tre popolani, chiamati prima Consoli dei cavalieri, poi Capitani della Parte guelfa, seguendosi in tutto ciò i funesti consigli di papa Clemente IV e di Carlo d'Angiò. E siccome allora ogni magistratura importante soleva essere circondata da due Consigli, cosí anche i Capitani di Parte ebbero un Consiglio segreto o speciale di 14 membri, ed uno generale di 60.[293] Duravano i Capitani due mesi in ufficio, e si radunavano nella chiesa di S. Maria sopra Porta. Piú tardi ebbero un proprio palazzo, e vennero loro concessi altri incarichi, come la cura delle pubbliche fabbriche, la direzione degli ufficiali di torre, e simili. Ma la loro principal cura fu sempre di proteggere la Parte, perseguitare i Ghibellini. E questo ufficio essi adempierono con tanto ardore, e tante furono le persecuzioni, che, coll'andar del tempo, si giunse a tale che chi era padrone dei Capitani di Parte, si poteva dire padrone di Firenze. Esclusione dai pubblici ufficî per mezzo delle ammonizioni, esilî, confische saranno le opere con cui fra qualche tempo li vedremo funestar la Repubblica, e rendersi sempre piú potenti.