Dopo la morte di Federigo II, vi fu un lungo interregno imperiale. Per ventitre anni nessuno fu in Germania definitivamente proclamato re dei Romani, e per sessantadue nessuno venne in Roma a prendere la corona dell'Impero. Il partito ghibellino si trovò quindi abbandonato a sé stesso, ed i suoi capi cercarono di far prevalere i loro diritti feudali, le loro armi, la loro fortuna, a danno della Città e dei minori potenti, che non avevano speranza di trovare protezione nell'Imperatore. Cominciavano quindi a sorgere per tutto piccoli tiranni, e la piú parte di essi erano nobili ghibellini, i quali, fra le tante disfatte avute dall'aristocrazia in Italia, trovavano pure nuovo ed inaspettato aiuto nelle mutate condizioni dei tempi. Assai vi contribuiva anche la nuova arte militare, la quale aveva dato nella guerra prevalenza agli uomini d'arme, che erano cavalieri coperti, insieme col loro cavallo, di pesanti armature, e muniti d'una lunga lancia, con la quale abbattevano il fantaccino prima che potesse, con la sua alabarda, arrivare fino a loro. Occorreva perciò un lungo tirocinio, il quale rendeva sempre piú difficile all'artigiano o al mercante il seguire con fortuna il mestiere delle armi, che diveniva invece l'occupazione principale dell'aristocrazia. Molti infatti delle piú nobili famiglie cominciavano ora ad acquistar nome nella nuova arte della guerra, trovavano seguaci, e, messisi alla testa d'una piccola compagnia, a poco a poco divenivano potenti, e cosí nascevano in essi il desiderio e la speranza di farsi tiranni. Per questa e per molte altre ragioni, che appariranno anche piú chiare in seguito, quasi tutte le città di Lombardia, e non poche della Italia centrale, andavano perdendo la loro libertà.

Non mancavano certo le medesime ambizioni anche nel partito guelfo; ma in esso l'aristocrazia feudale era assai meno potente, e maggiore invece il numero dei mercanti e dei ricchi popolani. Oltre di che, il Papa era vicino, e nella vacanza dell'Impero, le città guelfe trovavano nello stesso tempo un pericolo ed un protettore ambizioso non solo in lui, ma anche in Carlo I d'Angiò, Paciaro e Vicario imperiale in Toscana, durante l'interregno. Carlo nominava i Podestà in tutte le città guelfe di Toscana, dove, quando non veniva egli stesso, mandava un suo rappresentante, o, come lo chiamano i cronisti, Maliscalco del Re, accompagnato da alcune centinaia di fanti e cavalieri, Pisa, Arezzo, tutte le città ghibelline, che non riconoscevano la sua autorità, si trovavano esposte a continue minacce di fuori, ed erano dentro lacerate dai tentativi di coloro che volevano fondarvi la tirannide. Le città guelfe, invece, si trovavano, sotto il continuo incubo dell'ambizione del Re; ma egli non era poi tanto sicuro di sé, da potere, con un ufficio temporaneo e limitato, pretendere di dominare come signore di Toscana, sebben tale fosse la sua segreta mira. Per ora gli bastava presentarsi come alto protettore dei diritti e delle libertà municipali, affinché le città guelfe potessero lusingarsi di trovare in lui un aiuto contro le ambizioni esterne dei Ghibellini, e contro i tentativi di tirannide interna.

Ma i Fiorentini non erano uomini da lasciarsi illudere sull'avvenire, né ingannare sul presente. Avevano richiesto la protezione di Carlo, ponendovi però dei limiti, che erano decisi a fare, in ogni modo, rispettare. Anch'essi avevano un segreto pensiero, e questo era: valersi dell'autorità e delle armi del Re, per crescere non il suo, ma il loro predominio in Toscana. L'autorità imperiale era in Italia assai decaduta; l'autorità temporale dei Papi decadeva anch'essa, e i municipî, sentendosi piú indipendenti, estendevano il proprio territorio. Tutte le città italiane miravano ora a questo scopo. Ma appena che una diveniva piú potente, le altre ad essa vicine, o dovevano fare altrettanto, o divenivano sua preda. E cosí erano spinte a guerreggiare continuamente fra loro, non tanto per gara di partiti o gelosia, quanto per difesa dei propri interessi. Inoltre, con l'uso invalso d'assoldar gente straniera e soldati di ventura, chiunque aveva denari a sua disposizione, poteva a un tratto mettere insieme un esercito potente, ed assaltare il vicino. Bisognava quindi premunirsi, star sempre sull'avviso, accrescere le proprie forze, la propria potenza; ed i Fiorentini pensavano, a questo fine, di valersi ora dell'autorità, del nome e delle genti di Carlo.

E però quando vennero in Firenze, da lui mandati (1267), il Podestà Emilio di Corbano,[299] ed il Maresciallo Filippo di Monforte con 800 cavalieri francesi,[300] i Fiorentini andarono subito con quest'ultimo, con la sua cavalleria, ed un loro esercito, raccolto da due Sesti della Città, ad assediare il castello di S. Ilario o S. Ellero, dove s'erano rifugiati parecchi Ghibellini, capitanati da Filippo da Volognano. Il castello venne preso, e 800 Ghibellini che v'erano dentro furono quasi tutti uccisi fatti prigionieri[301]. Si trovavano fra di essi molti delle piú nobili famiglie di Firenze, come i Fifanti, gli Scolari, gli Uberti, e l'odio di parte era, allora tale, che un giovanetto degli Uberti, quando vide ogni difesa riuscita vana, piuttosto che cader nelle mani dei Buondelmonti, preferí gettarsi dall'alto di un campanile.[302] Continuando la guerra, furono presi i castelli di Campi e Gressa; volte a parte guelfa, cacciandone i Ghibellini, le città di Lucca, Pistoia, Volterra, Prato, S. Gemignano, Colle ed altre ancora, che entraron nella Lega o Taglia coi Fiorentini, sotto il comando del Maresciallo di Carlo.

Pisa e Siena restarono però ghibelline; la prima era stata sempre, e si manteneva ancora il piú forte sostegno del partito in Toscana; nella seconda s'erano, come al solito, rifugiati di nuovo gli esuli di Firenze, e parecchi Tedeschi avanzati alla strage di Manfredi. I Fiorentini non erano riusciti ancora a vendicare la rotta di Montaperti, il che era come una spina nel loro cuore; e Carlo che desiderava anch'esso ardentemente di distruggere ogni avanzo degli amici e sostenitori di casa sveva, s'apparecchiava a venire in Toscana, per condurre in persona la guerra contro Siena. E intanto i Fiorentini, dopo avere invano assalito la città e dato il guasto al contado, visto che gli esuli, coi Tedeschi e con altri Ghibellini, s'erano fortificati in Poggibonsi, andarono coi Francesi e coi Guelfi della Taglia, a portarvi regolare assedio. Allora appunto re Carlo arrivò a Firenze, dove le accoglienze furono perciò assai liete. I piú autorevoli cittadini gli andarono incontro col carroccio, segno di grandissimo onore, e dopo otto giorni di festa in Città, dove nominò varî cavalieri, egli se ne partí pel campo. L'assedio durò quattro mesi, dopo i quali il castello dovette arrendersi per fame, verso la metà di dicembre 1267. Carlo vi mise allora un Podestà che governasse in suo nome, e vi cominciò una fortezza, per costruire la quale, secondo il suo costume, impose gravi tasse alle città della Taglia. Firenze dovette dare 1992 lire. E dopo di ciò, senza metter tempo in mezzo, si condusse l'esercito contro Pisa. Sottomettere una cosí potente e bellicosa repubblica non era impresa agevole; ed il Re quindi si contentò solo di umiliarla, pigliando per ora Porto Pisano e facendone abbatter le torri. Nel febbraio del 1268 andò a Lucca, donde si mosse ad assediare il castello di Mutrone, che prese e donò ai Lucchesi. E cosí aveva, con una serie di vittorie, non di molta importanza, ma pure abbaglianti e rapide, rialzato assai il nome e l'autorità della parte guelfa, la quale aveva contribuito alla guerra, non solo coi suoi uomini, ma sostenendone tutta la spesa, con grosse e continue somme di danaro, che Carlo imperiosamente e continuamente chiedeva. Infatti, fino a tutto il febbraio del 1268, Firenze sola aveva pagato 72,000 lire, 20,000 delle quali per pigliare Poggibonsi, dove il Re non aveva poi costruito la fortezza promessa. Ma ora si levava improvviso un grido di guerra, che commoveva tutta Italia, e Carlo si vide a un tratto minacciato da un pericolo cosí imminente, che, dopo avere alquanto esitato, dovette nel marzo decidersi a tornar nel Reame per difenderlo.

II

Corradino, figlio di Corrado e nipote di Federico II, era l'ultimo erede di casa sveva in Germania, e l'ultima speranza dei Ghibellini in Italia. A lui spettava per eredità il regno di Napoli, che Carlo d'Angiò aveva usurpato colle armi; ed era anche ritenuto da molti futuro imperatore. Giunto che fu alla età di 15 anni, si presentarono a lui molti fuorusciti di Napoli, di Sicilia, e d'altre parti d'Italia, invitandolo a riconquistare il suo regno, a sollevare la parte imperiale in Italia. Ed egli, che era d'animo precoce, pieno di ardore e di ambizione, appena che vide balenare una speranza, subito decise di passare le Alpi. Vendé i pochi beni che gli restavano, raccolse i suoi piú fidi amici, mise insieme un piccolo esercito, e giunse a Verona il 20 ottobre, con 3000 cavalieri e parecchi fanti. Di là spedi a tutti i principi cristiani lettere, che narravano le sue sventure; le ingiurie ricevute per le usurpazioni di Carlo d'Angiò, per l'odio di papa Urbano IV, il quale, non contento d'invitare un usurpatore francese a calpestare i diritti dell'Impero, aveva ancora scomunicato i legittimi eredi dell'Impero stesso. E papa Clemente, in risposta, rinnovava ora la scomunica contro Corradino; mandava per tutto lettere violenti, velenose contro di lui; sollecitava Carlo, che ancora se ne stava in Toscana ad aspettare ivi la battaglia, perché andasse a difendere il suo Reame dai pericoli imminenti. Infatti la cospirazione ghibellina si estendeva adesso in tutta Italia. Pisa e Siena sollevavano l'animo a grandi speranze, le città di Romagna, le città del Napoletano, quelle soprattutto della Sicilia, si ribellarono contro di lui. Nell'aprile del 1268 Corradino era già a Pisa, col suo esercito, che s'andava aumentando per l'accorrere di molti partigiani, sebbene la mancanza di danari avesse fatto tornare a casa parecchi Tedeschi. Carlo era già tornato nel Reame, per apparecchiarsi alla difesa, ed intanto assediava Lucera, dove i Saraceni di Manfredi avevano innalzato la bandiera di Corradino, che era pronto a partire, senza neppur fermarsi in Toscana ad incoraggiare le città che si sollevavano in suo favore, Pisa e Siena erano apertamente per lui; Poggibonsi si ribellò subito dai Fiorentini; altre terre s'apparecchiavano a far lo stesso. Intanto i soldati tedeschi s'avviarono subito verso Roma, dove il senatore Errico di Castiglia li attendeva. I Francesi, che erano in Firenze, uscirono per chiuder loro la via, e furono invece respinti con gravissime perdite, il che dette nuovo animo a Corradino ed ai suoi.

Ma la battaglia di Tagliacozzo, seguita il 23 d'agosto 1268, presso le rive del Salto, doveva decidere il suo fato. Dapprima l'esercito di Carlo, inferiore di numero, pareva disfatto, a segno tale che i Tedeschi già si davano da ogni lato ad inseguirlo. Ma quando s'erano sbandati, inseguendo e saccheggiando, Carlo, che s'era nascosto con una riserva di 800 cavalieri, piombò loro addosso, e la vittoria improvvisamente fu sua. La sera stessa, frenetico di gioia, annunziò il fatto al Papa, non meno di lui esultante. Inaudite furono le crudeltà commesse contro i prigionieri, amputati, decapitati, bruciati vivi. Corradino, con circa 500 de' suoi, in compagnia di Arrigo d'Austria, Galvano Lancia, il conte Gherardo Donoratico di Pisa, ed altri fidi, s'avviò verso Roma, di dove, abbandonato dai piú, dovette fuggire per la Maremma, ricoverandosi nel castello d'Astura. Ma ivi, mentre che s'apprestava ad andarsene con pochi de' suoi, sopra una barca in Sicilia, fu preso da Giovanni Frangipane signore del luogo, che lo consegnò a Carlo, e ne ebbe in premio alcuni feudi.

Questi adesso manifestava la sua grande gioia con sempre nuove crudeltà. In Corneto, si afferma, fu vista una torre incoronata di cadaveri dei piú cospicui e valorosi soldati ghibellini. Nelle città del Reame egli eccitava i piú crudeli furori della plebe contro i signori, che avevano parteggiato per Corradino. E i suoi ministri gareggiarono di crudeltà in Sicilia, dove, fra le altre barbarie, si racconta che in Augusta il carnefice dovette, in un sol giorno, ammazzare tanti infelici Siciliani, che ne rimase esausto, e, a forza di vino, lo rinfrancarono per farlo continuare nel macello. Ma l'animo feroce del Re si fermò piú particolarmente a decidere il destino, che voleva serbare a Corradino. Uccidere migliaia di cristiani, farli morire fra i piú crudeli tormenti, era cosa per lui di poco momento; ma dinanzi ad un uomo di sangue reale ed imperiale, egli doveva esitare alquanto. Dicesi infatti che chiedesse consiglio al Papa; ma poi, senza aspettar la risposta, cercò di coonestare la sua vendetta con le forme menzognere d'un giudizio legale. Egli presumeva di trattare un rivale, cui aveva usurpato il regno, come un ribelle al legittimo sovrano, e come reo d'alto tradimento un prigioniero di guerra, che voleva render colpevole ancora di tutti gli eccessi commessi nella guerra dai soldati tedeschi. E pure, sebbene il tribunale fosse composto di persone scelte dal Re fra i nemici di casa sveva, pare che non mancasse chi difese nobilmente Corradino. Si affermò, che Guido da Suzzara, nell'Emilia, giureconsulto al suo tempo riputato, adducesse la giovane età dell'accusato, i diritti che esso credeva d'aver sul Reame, le ragioni della guerra. Si affermò del pari che molti dei giudici si tacquero, e che uno solo si dichiarò apertamente per la condanna. Ma fu tutto invano. Carlo, che già aveva messo a morte alcuni dei baroni, e fra gli altri il conte Galvano Lancia, a cui, prima di morire, aveva fatto vedere il figlio strangolato sotto i proprî occhi, aveva iniziato il processo di Corradino per pura forma: interpetrò quindi il silenzio dei giudici come assenso alla condanna, che fu senz'altro pronunziata. E la sentenza venne subito comunicata nella prigione a Corradino, che giocava agli scacchi col cugino Federico d'Austria. Il 29 d'ottobre 1268 essi furono condotti al patibolo sulla piazza del Mercato di Napoli. Il protonotario Roberto di Bari, che aveva sostenuto l'accusa, lesse la sentenza, e Carlo volle esser presente. Dicesi che non pochi dei Francesi stessi fremevano di sdegno e di umiliazione dinanzi a questo crudele spettacolo. Una moltitudine immensa era nella piazza, e molti s'inginocchiarono commossi. Corradino si levò il mantello, dette uno sguardo alla folla silenziosa, gettò ad essa, in segno di futura vendetta, il guanto, e poi sottopose il capo alla scure. Cosí moriva l'erede di Federico II, l'ultimo degli Svevi. Federico d'Austria voleva baciarne il capo, ma fu subito preso, e la scure del carnefice fece a lui subire la stessa fine. Non pochi sono i particolari, storici o leggendarî, con cui i cronisti accompagnarono il racconto di questa lugubre tragedia. Il Villani, che pur era guelfo, prestò fede all'erronea voce (VII, 29), la quale affermava che Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, all'udire il Protonotario di Bari leggere la sentenza di morte, fu preso da tal furore che gli dette un colpo di stocco col quale lo finí sotto gli occhi del Re. Tutto ciò prova almeno quale era la impressione che il fatto universalmente produsse. Della parte avuta in questa tragedia dal Papa, s'è diversamente parlato. Il vero è che egli vide e tacque.[303]

III