Ma sebbene questi fatti venissero da tutti in Italia con grande severità condannati, pure essi tornarono subito a vantaggio di Carlo e della parte guelfa. I Fiorentini ne profittarono per pronunziar nuove condanne contro i Ghibellini, e poco dopo s'apparecchiarono a ripigliare la guerra contro i vicini, massime contro Siena, desiderosi sempre di vendicare la rotta di Montaperti, ed ora piú che mai irritati dal vedere colà raccogliersi di nuovo, ed essere festeggiati i loro esuli. A Siena essi attribuivano anche la recente ribellione di Poggibonsi, il cui territorio andarono perciò a devastare, il che bastò a riaccendere la guerra. I Senesi, che per la passata di Corradino s'erano levati a grandi speranze, non volevano ora darsi facilmente per vinti. Prevaleva sempre nella loro città Provengano Salvani, uno dei promotori della battaglia di Montaperti, nella quale aveva fatto prova di gran valore. E molti fatti generosi a lui si attribuivano anche ora. Narrasi come, trovandosi un suo amico prigioniero di Carlo, che gl'impose una taglia di 10,000 scudi, sotto pena del capo, e non potendo la famiglia pagarli, né avendo Provenzano il danaro sufficiente ad aiutarlo, stendesse un tappeto sulla piazza, e, ponendosi pubblicamente a questuare pel prigioniero, raccogliesse la somma voluta e liberasse l'amico. Tutto ciò gli dava nel popolo una grandissima autorità; ed esso era ghibellino e nemico dichiarato di Firenze. A Siena v'era inoltre un buon numero di Spagnuoli e di Tedeschi avanzati alle battaglie ghibelline, e v'era il conte Guido Novello, che, sebbene assai poco valesse, pure eccitava di continuo gli animi alla guerra. Cosí fu raccolto un esercito, che il Villani dice di 1,400 cavalieri, e 8,000 pedoni, ed andò ad assediare il Castello di Colle in val d'Elsa, per vendicare il guasto dato al contado di Poggibonsi. I Fiorentini, guidati dal vicario di Carlo, con 800 cavalieri, uniti ad un numero non molto grande delle loro genti, si avanzarono subito, e sebbene con forze assai minori, andarono contro i Senesi, che accettarono la battaglia (17 giugno 1269) e furono disfatti. Il conte Guido Novello, secondo il suo solito, sparí dal campo; ma Provenzano Salvani, non smentendo mai sé stesso, morí combattendo. La sua testa, fitta sopra un'asta, fu portata in giro pel campo, verificandosi cosí una profezia, che gli aveva detto, prima che partisse: la tua testa fia la piú alta nel campo, parole che egli aveva interpretate, invece, come augurio di vittoria. I Fiorentini, che non dettero ora quartiere ai Senesi, se ne tornarono trionfanti a casa, e, credendo di avere finalmente vendicata l'ingiuria di Montaperti, cominciarono trattative di pace. E prima espressa condizione fu, che i Senesi non dovessero piú ricoverare gli esuli ghibellini, i quali se ne dovettero, infatti, ben presto partire, andando d'ogni parte raminghi, per tutto inseguiti, e crudelmente trattati. I Pazzi, fra gli altri, che avevano ribellato il castello d'Ostina, furono presi e tagliati a pezzi.
Dopo un guasto, dato dai Fiorentini e Lucchesi nel contado di Pisa, che aveva, nell'aprile 1270, fatta pace con Carlo, se ne conchiuse il 2 maggio un'altra anche tra essa e Firenze, nella quale si stipularono quasi gli stessi patti e la medesima alleanza politico-commerciale che nella pace del 1256.[304] In quel momento erano di Siena partiti pel Casentino, Azzolino, Neracozzo e Conticino degli Uberti, con un cavaliere Bindo dei Grifoni, che caddero subito nelle mani de' Fiorentini. Questi interrogarono re Carlo in qual modo dovessero trattarli, ed egli rispose: punirli come traditori, inviando a lui Conticino, ch'era assai giovane. Gli altri tre vennero subito decapitati per ordine del podestà Berardino d'Ariano (8 maggio 1270). Si narra che, avvicinandosi al patibolo, Neracozzo domandasse ad Azzolino: dove andiamo? A che l'altro avrebbe tranquillamente risposto: a pagare un debito che ci lasciarono i nostri padri. Conticino morí nelle prigioni di Capua. Tutto ciò dimostra chiaramente quanto grande fosse divenuta l'autorità di Carlo nella Repubblica. Ma i Fiorentini tolleravano ogni cosa, pur di arrivare col suo aiuto a rendersi temuti in Toscana, ed a rialzare in essa il nome del partito guelfo, nel che si può dire che erano già riusciti. Tutta Toscana era infatti ridotta al partito guelfo; le antiche e le nuove ingiurie erano vendicate. Disfecero adesso anche il castello di Pian di Mezzo in Val d'Arno, e le mura di Poggibonsi.
Nello stesso tempo era però cresciuta la potenza, e s'era resa temibile l'autorità degli Angioini. Carlo, sicuro padrone del reame di Napoli; nominato dai Papi, durante l'interregno, Senatore di Roma e Vicario, non solo in Toscana, ma anche in Romagna, aveva, nel rendere potente il partito guelfo, reso piú potente assai ancora sé stesso. Si vedeva chiaro, che già balenava in lui l'ambizione di farsi signore d'Italia, ed ai Fiorentini cominciava perciò a puzzare quel suo inframmettersi per tutto; quel tenere in ogni Comune i suoi Podestà, che in suo nome e sotto la sua autorità, comandavano e condannavano. E quasi ciò non bastasse, vi doveva essere in Toscana ancora un Maresciallo o Vicario del Re, che insieme cogli altri vessava le città con domande sempre insistenti e minacciose di nuovi danari. Ma piú di tutti s'ingelosiva ora anche la Corte di Roma. I Papi avevan chiamato gli Angioini ad abbassare la potenza degli Svevi, non tanto perché questi erano ghibellini e quegli guelfi; quanto perché gli Svevi avevano avuta quella medesima ambizione, che ora cominciava a nascere anche nell'animo di Carlo. V'erano dunque le stesse ragioni per combatterlo. Niccolò Machiavelli ha piú volte ripetuto, che i papi «temevano sempre colui, la cui potenza era divenuta grande in Italia, ancora che la fosse con i favori della Chiesa esercitata. E perché e' cercavano di abbassarla, ne nascevano gli spessi tumulti e le spesse variazioni, che in questa seguivano, perché la paura di un potente faceva crescere un debole, e cresciuto che gli era, temere, e temuto, cercare di abbassarlo. Questo fece torre il governo di mano a Manfredi e concederlo a Carlo, questo fece poi aver paura di lui, e cercare la rovina sua».[305] Infatti Urbano IV aveva invitato Carlo a prendere il regno di Napoli, Clemente IV lo aveva nominato Vicario, Gregorio X cominciava ora ad avversarlo, ed i suoi successori seguirono l'esempio dato da lui. Cosí nel centro d'Italia venivano ora in gioco tre politiche diverse: quella degli Angioini, che già vagheggiavano il dominio d'Italia; quella dei Fiorentini, che volevano servirsi della potenza di Carlo d'Angiò, per divenire padroni di Toscana; e quella dei Papi, che volevano frenare l'ambizione angioina, e ripigliare il loro antico ascendente in Toscana.
IV
Il primo segno di questa mutazione nella politica papale si vide subito in Firenze, sebbene a Roma si cercasse, con ogni arte, nascondere il vero scopo e le vere cagioni del mutamento, si facesse anzi ogni opera perché nessuna variazione d'animo apparisse. Gregorio X cominciò a mostrarsi dolente, che gli odii tra i Guelfi ed i Ghibellini continuassero a tenere divisa una città cosí ricca e fiorente qual era Firenze. Voleva che tra loro si facesse la pace. Niun desiderio doveva sembrare piú naturale nel capo dei fedeli; ma in Carlo già destava sospetto vedere il Papa nutrire a un tratto questa insolita pietà pei Ghibellini. E piú dovette esserne insospettito, quando vide i Fiorentini accettare assai volentieri le proposte papali. Essi già avevano dato segno di volersi emancipare, chiedendo al Re un Potestà italiano, a forma dei loro Statuti, ed egli l'aveva dovuto, con parole piene di benevolenza, concedere fin dal gennaio 1270.[306] Ora essi afferravano a volo il segreto pensiero di Roma, comprendendo che era tempo di profittarne, secondandolo. E lo facevano tanto piú volentieri, quanto piú volevano non solo mettere un freno alla crescente autorità di Carlo, ma riparare ad un altro danno, che questa supremazia già faceva nascere nella Città. Carlo era circondato sempre dai suoi baroni e soldati, che come stranieri non erano ben veduti: da nobili e cavalieri guelfi di Toscana e d'altre parti d'Italia. In Firenze egli favoriva costantemente la vecchia nobiltà guelfa; ed ogni volta che vi si fermava, creava sempre nuovi cavalieri. Cosí i mercanti guelfi, fatti nobili, s'univano agli altri, e pigliando nome di Grandi, si trovavano subito in opposizione col popolo, e ridestavano tutto l'antico odio della democrazia fiorentina, la quale, come non aveva voluto in passato tollerare la superbia feudale dei Ghibellini, cosí non voleva ora tollerare neppure quella dei vecchi e nuovi Guelfi. Bisognava dunque in ogni modo frenarli, ed a ciò pareva opportuno consiglio richiamare i Ghibellini loro nemici e del Re. Il popolo avrebbe in tal modo ricevuto forza dalla divisione dei nobili, e lasciandoli consumarsi fra loro, avrebbe anche indebolito il numero di coloro che si dimostravano troppo ossequenti a Carlo. Il quale perciò non poteva farsi illusione di sorta sul segreto significato di questi maneggi, e massimamente sulle vere intenzioni del Papa. Egli sapeva che questi sollecitava ora i Tedeschi ad eleggere Rodolfo d'Asburgo a re dei Romani, perché cessasse l'interregno imperiale, e quindi il vicariato di Carlo. Quale altra ragione poteva avere il Papa per desiderare un Imperatore, se non quella d'indebolire la potenza degli Angioini? Pure il Re ed il Papa s'infingevano, e sembravano essere tuttora nel migliore accordo del mondo; ma il vicendevole sospetto traspariva continuamente.
Gregorio X aveva convocato pel 1274 un Concilio in Lione, a fine d'indurre i Cristiani a combattere gl'infedeli; passò, nel suo viaggio, per Firenze, dove arrivò il 18 giugno 1273, e vi si fermò appunto, cosí egli affermava, per farvi la pace generale. Veniva con tutto il seguito dei cardinali e prelati; con l'imperatore di Costantinopoli, Baldovino II, che sollecitava il soccorso dei Cristiani contro gl'infedeli, con re Carlo d'Angiò, che in segno di onore e d'ossequio, diceva di non voler lasciar solo il Papa in Firenze. E questi trovando assai lieta una tale dimora, decideva di passarvi la state. Il 2 di luglio era il giorno fissato per la gran pace tra Guelfi e Ghibellini, ed i sindachi degli uni e degli altri erano in Città. Sul greto dell'Arno, in gran parte asciutto, presso al Ponte alle Grazie, furono costruiti palchi di legno, sui quali salirono a sedere il Papa, l'imperatore Baldovino e Carlo d'Angiò. In presenza d'una gran moltitudine ivi accorsa, fu dato il giuramento di pace; i sindachi si baciarono; il Papa pronunziò la sua benedizione, minacciando la scomunica contro chiunque osasse violare il giuramento. Furono dati ostaggi, ceduti castelli dall'una e dall'altra parte, in pegno della giurata fede. Tutto pareva che fosse seguíto secondo le benevole intenzioni del Santo Padre, il quale aveva preso alloggio nel palazzo dei Mozzi suoi banchieri. Baldovino abitava al Vescovado, e Carlo in alcune case nel giardino de' Frescobaldi. Altro non restava che darsi bel tempo in Firenze, aspettando il ritorno dei Ghibellini per festeggiarli. Ma ad un tratto si seppe, che i sindachi dei Ghibellini, invece di eseguire le ultime clausole della pace, s'erano dati a precipitosa fuga. E la ragione di ciò si disse essere stata, che il vicario di Carlo aveva fatto loro intendere, che se non partivano subito, egli li avrebbe, a richiesta dei Grandi guelfi, fatti tagliare a pezzi. Il Papa allora se ne partí senz'altro pel Mugello, assai adirato, non solo contro il Re, ma piú ancora contro i Fiorentini, che si dimostravano indifferenti a tutta questa commedia, e lasciò la Città interdetta pel giuramento violato.
Carlo intanto proseguiva la sua politica aggressiva contro i Ghibellini, e i Fiorentini lo secondavano, andando con la bandiera del Comune, qualche volta soli, piú spesso in compagnia dei cavalieri francesi, ad imporre la pace ed il trionfo della Parte in tutte le vicine città. Ma qualche volta spinsero la loro superbia troppo oltre. I Bolognesi avevano cacciato i Ghibellini, ed essi, non richiesti, si misero subito in moto per portar loro aiuto. Ma con grande maraviglia, quando furono sul fiume Reno, trovarono i Bolognesi che li aspettavano pronti a respingerli. Avevano voluto e saputo, colle proprie armi, cacciare i Ghibellini; ma non volevano che Firenze, sotto colore di portare aiuti, venisse colla sua alterigia a seminare anche fra di loro gli odî delle sue parti. Il Podestà dei Fiorentini, che voleva andar oltre, venne ucciso, ed essi dovettero, umiliati, tornarsene a casa (1274).
Piú fortunati furono contro Pisa, che, lacerata dalle sue fazioni, aveva cacciato Giovanni Visconti giudice di Gallura ed il conte Ugolino della Gherardesca di Donoratico, nobili ambiziosi, i quali da parte ghibellina erano passati a parte guelfa, e chiesero aiuto ai Fiorentini, che subito li concessero. E allora andarono tutti, insieme coi Francesi, a muover guerra all'antica rivale, cui nel settembre del 1275 presero il castello d'Asciano. Nel giugno del seguente anno, istigati dai medesimi fuorusciti, tornarono in campo, con piú grosso esercito, aiutati dai Lucchesi e da altri Guelfi, insieme col Maresciallo del Re, e dopo una nuova vittoria obbligarono Pisa a fare la pace il 13 giugno del 1276, a richiamare gli esuli, specialmente il conte Ugolino, la cui ambizione doveva poi portare a sé stesso ed alla sua città guai infiniti.
Intanto papa Gregorio, tornato da Lione, era giunto in Toscana nel dicembre del 1275, e non voleva entrare in Firenze, contro cui si dimostrava sempre irritatissimo; ma l'Arno era cosí grosso, che dovette pure traversarlo sopra uno dei ponti della Città, e sospese perciò l'interdetto su di essa, ma solo durante il tempo del suo passaggio. Egli moriva poco dopo, il 10 gennaio 1276, ed in un solo anno gli succedevano rapidamente tre nuovi papi: Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI; e finalmente veniva eletto (25 nov. 1277) Niccolò III, che restò sulla sedia pontificale tre anni, nei quali riprese con piú ardore che mai la politica di Gregorio X. Ambizioso e superbo, esso voleva sollevare non solo l'autorità pontificia, ma anche il nome della sua famiglia. Fu egli che ricominciò lo scandalo del nepotismo e della simonia, facendo cardinali alcuni de' suoi parenti, ad altri dando ufficî assai importanti. Ma quando pensò di dare una sua nipote in moglie ad un nipote del re Carlo, questi ne ferí mortalmente l'orgoglio, dicendo: — Che sebbene il Papa avesse il calzamento rosso, non per ciò il suo sangue s'era nobilitato abbastanza, per potersi mescolare con quello dei reali di Francia.[307] — E Niccolò III, che già era insospettito e scontento del Re, non poté facilmente perdonar questa ingiuria. Valendosi quindi della prima opportunità, fece osservare a Carlo, che se Rodolfo di Asburgo non era ancora venuto a Roma per farsi coronare imperatore, era pure stato eletto in Germania Re de' Romani, il che rendeva inutile e vana la continuazione del vicariato, a lui concesso solo durante l'interregno. E cosí Carlo dovette finalmente lasciare il vicariato di Toscana, il titolo di Senatore di Roma, ed anche la giurisdizione sulle terre di Romagna e delle Marche, la quale in parte aveva ottenuta, in parte usurpata. Vedendo che a questo colpo non v'era rimedio possibile, il Re cedette subito, senza pure far mostra del piú piccolo risentimento, tanto che il Papa ebbe ad esclamare: — Questo principe avrà ereditato la sua fortuna dalla casa di Francia, la sua astuzia dalla Spagna; ma la sua accortezza nel discorrere deve averla imparata frequentando la Corte di Roma.[308] — Pure non si lasciava punto illudere da questa apparente tranquillità di Carlo, e profittava d'ogni occasione che potesse scemarne la potenza, accrescendo quella della Santa Sede. Cosí quando Giovanni da Procida percorreva l'Italia, cercando fautori alla rivoluzione siciliana, che doveva piú tardi scoppiare, trovò incoraggiamento nel Papa. Profittando poi della occasione opportuna, questi che tanto favoriva Rodolfo, ottenne da lui, che riconoscesse l'estensione del dominio della Chiesa sino ai confini del regno di Napoli da un lato, e dall'altro v'includesse la Marca d'Ancona, la Romagna e la Pentapoli. Erano presso a poco i medesimi confini, che lo Stato della Chiesa ritenne sino ai nostri giorni. In parte, è vero, i Papi non ebbero allora che un alto dominio piú che altro nominale; ma seppero, a poco a poco e con molta costanza, trasformarlo poi in dominio effettivo.