Niccolò III infatti cominciava col mandare a pacificar la Romagna, suo nipote il cardinale Latino dei Frangipani, domenicano, che aveva reputazione di grande oratore, perché in questo modo si cominciasse a far sentire la nuova autorità della Chiesa, e con lui mandò anche il conte Bertoldo Orsini. Dopo una breve dimora colà, il Cardinale fu inviato a Firenze, per tentare una seconda volta e con migliore successo, quella pace fra i partiti, che Gregorio X non era riuscito a concludere. Questa volta i Fiorentini stessi ne avevano mostrato vivo desiderio. Liberati dalla troppo grave protezione di Carlo, sentivano ora le tristi conseguenze della sua politica. I Grandi, sempre irrequieti, erano cresciuti di numero e di potenza, e minacciavano di dividere lo stesso partito guelfo. «Riposati», dice il Villani, «dalle guerre di fuori con vittorie e onori, e ingrassati sopra i beni de' Ghibellini usciti, e per altri loro procacci, per superbia e invidia cominciarono a riottare tra loro; onde nacquero in Firenze piú brighe e nimistadi tra' cittadini, mortali e di ferite».[309] Avevano cominciato gli Adimari, per odio contro i Tosinghi, poi i Pazzi e i Donati, a far nascere subbuglio; e si vedeva che questo era un principio di mali maggiori. Fu perciò che i Guelfi inviarono messi a pregare il Papa, che mandasse a pacificare la Città, se non voleva vedere lacerata la stessa parte guelfa. Uguale desiderio dimostravano i Ghibellini, stanchi del lungo esilio, delle confische continue, e per la speranza avevano, che l'odio popolare, essendosi ormai acceso anche contro i Grandi guelfi, potesse essere divenuto piú mite contro di loro.[310]
Il cardinale Latino adunque entrò in Firenze il dí 8 ottobre 1279, con 300 fra cavalieri e prelati, e fu accolto con ogni specie di onori. Gli venne incontro il clero fiorentino, e la Repubblica mandò anche il carroccio con gran numero d'armeggiatori. Egli, come domenicano, prese alloggio nel convento di S. M. Novella, dove pose la prima pietra per la fondazione della celebre chiesa di quel nome. E incominciò subito le pratiche per la pace. Il 19 novembre furono costruiti alcuni palchi sulla piazza di S. M. Novella Vecchia, e fatto in essa, presenti i magistrati ed i Consigli, radunare il Parlamento, il Cardinale chiese ed ottenne di poter concludere la pace con l'autorità stessa che aveva il popolo, il che voleva dire facoltà di por taglie, fare confische, occupare castelli, per sicurtà dei patti che sarebbero stati giurati. Incominciò poi a tentare accordi fra quelli che piú s'odiavano, tra quei Guelfi che eran fra loro divisi, tra i Ghibellini, tra Guelfi e Ghibellini. E la cosa riuscí fino a che non si venne ai Buondelmonti ed agli Uberti, tra i quali i vecchi odî erano cosí profondi, che non vi fu modo a conciliarli, essendosi alcuni di loro sdegnosamente ricusati. Laonde il Cardinale dovette risolversi a scomunicare ed a far bandire dal Comune i piú renitenti. Finalmente il 18 gennaio 1280 fu stabilito di concludere la pace generale. Nella piazza di S. Maria Novella Vecchia era grande apparecchio di palchi, di arazzi, di teli che ricoprivano la piazza stessa. Vennero i Dodici, il Podestà, il Capitano del popolo, che allora chiamavasi della Massa di parte guelfa, coi loro Consigli; vennero tutti gli altri magistrati e grandissimo popolo. Il Cardinale comparve finalmente in mezzo ai suoi prelati, da tutti aspettato, anche perché doveva parlare, ed aveva voce d'essere uno dei piú eloquenti oratori del suo tempo. Parlò sulla utilità e necessità della pace, che finalmente fu letta. Con essa si poneva fine a tutti gli odî antichi; si ordinava che fossero resi ai Ghibellini i beni confiscati, capitale e parte anche degl'interessi; che si cancellassero le sentenze, i giuramenti, le leghe o consorterie fatte da una parte a danno dell'altra, levando dagli Statuti tutto ciò che poteva alimentare questi odî. Richiese 50 mallevadori da ciascuna delle parti, con obbligo di pagare 50,000 marchi d'argento, quando la pace fosse violata. Volle alcuni castelli per maggiore sicurezza, e si riserbò di chiedere anche altri mallevadori. Seguiva un numero assai grande di minute condizioni tutte intese allo stesso fine. Molte delle principali famiglie restavano confinate fino a che non avessero fatta pace coi loro avversarî, e data, con danaro e con ostaggi, sicurtà di mantenerla. I sindachi delle parti si baciarono in bocca, gli atti dell'accordo furono solennemente rogati, e i bandi e le condanne delle parti furono cancellati o arsi. Gli esuli poterono tornare; il Capitano e le Capitudini ebbero, senza pregiudizio del Podestà, l'incarico di mantenere inalterate le condizioni della pace. E per questa ragione il Capitano non doveva piú d'ora innanzi essere chiamato Capitano della parte guelfa, ma della Città, e Conservatore della pace. Essendo poi cessato l'ufficio di Vicario imperiale concesso a Carlo, veniva ordinato del pari, che d'ora innanzi Podestà e Capitano sarebbero per due anni eletti dal Papa, e avrebbero ciascuno a loro comando 50 uomini a cavallo e 50 a piedi. Dopo due anni, l'elezione tornerebbe al popolo, con l'obbligo di non nominare alcuno contrario a Santa Chiesa, la quale doveva anzi approvare la scelta. Avrebbero ciascuno a loro comando 100 uomini a cavallo e 100 a piedi, che non dovevano essere né della Città né del distretto, per potere cosí meglio riuscire a mantener la pace. A questo fine dovevano contribuir pure le Arti, che anch'esse giurarono. Si dovevano rivedere gli Statuti, riformare il governo della Città, fare un estimo dei beni di coloro i quali erano condannati a multe o a risarcimenti di danni.[311]
Da tutto ciò parrebbe, che al Cardinale fosse stata concessa quasi una dittatura temporanea di fare e disfare a suo arbitrio. Ma molte di queste condizioni di accordi egli le propose dopo aver consultato i magistrati, e di molte altre i Fiorentini tennero poi il conto che vollero. La pace si desiderava dal popolo, per le ragioni che abbiamo accennate, e si dette piena balía al Cardinale, perché, con l'autorità sua e della Chiesa, la conducesse a termine. Ma egli ottenne in realtà meno assai che non parrebbe. Continuò infatti la costituzione della Parte guelfa; continuarono le divisioni a lacerare la Città, appena che il 24 d'aprile egli fu partito, non senza aver prima ricevuto Mille floreni auri in pecunia numerata, et alie zoie empte pro Comuni Florentie.[312]
Tuttavia nel febbraio e nei primi di marzo, egli, contento assai del buon successo che si lusingava d'avere ottenuto, attese a concludere molte amicizie anche fra quelli che erano rimasti confinati; cercò d'attuare le riforme della costituzione, accennate nella pace, e principalmente sostituí ai Dodici, Quattordici Buoni uomini, otto dei quali dovevano esser Guelfi e sei Ghibellini. Essi, che insieme col Capitano e coi Consigli, ebbero il governo della Città, mutavano ogni due mesi. Continuarono però a durare un anno l'ufficio del Podestà e del Capitano. L'autorità del primo era stata, sotto il dominio di re Carlo, che lo nominava, diminuita assai; e però si cercava adesso accrescere quella del Capitano e dei Dodici, che divenuti ora Quattordici, formavano la Signoria vera e propria.[313]
Su questa mutazione della Signoria ogni due mesi, che continua sino agli ultimi tempi, si è molto ragionato in senso diverso. Certo la Repubblica non poteva aver pace in un cosí rapido alternarsi del supremo magistrato; ma noi abbiamo già piú volte osservato, che la nuova costituzione delle Arti aveva ridotto a ben poca cosa le attribuzioni del governo centrale. E da un altro lato, la tendenza, che sembrava manifesta in tutte le repubbliche italiane, di cadere nella tirannide, rendeva i Fiorentini sospetti d'una Signoria che durasse piú lungo tempo. Specialmente ora che tornavano i Ghibellini, si temeva che essa fosse spinta a cospirare per sostenere l'ambizione di qualche tiranno, che da un momento all'altro poteva sorgere. Furon queste le ragioni per le quali si volle da un lato scemare l'importanza del Podestà, e da un altro mutare cosí spesso non solo i capi del governo, ma, come vedremo, anche altri ufficî politici; e piú tardi si ricorse alla elezione a sorte, sempre per evitare che in nessun caso riuscisse possibile l'attuazione di un disegno prestabilito a danno della libertà.[314]
VI
Intanto il Re dei Romani mandava in Italia un suo Vicario con soli 300 uomini, per vedere in quali disposizioni fosse il paese, e se le città riconoscevano ancora la loro soggezione all'Impero. Il Vicario, arrivato in Toscana, si fermò a S. Miniato al Tedesco, e trovò i Pisani, sempre ghibellini, pronti a fare subito atto d'obbedienza; ma le altre città toscane ricusarono; i Fiorentini, per mezzo di danaro, lo corruppero, e mostrandogli l'inutilità della sua impresa, lo persuasero d'andarsene, riconoscendo i privilegi che essi avevano ottenuti dal Papa. In questo modo, la mutata politica di Roma riusciva a loro vantaggio, di che seppero abilmente profittare, e a danno di Carlo d'Angiò, che perdette ogni autorità nell'Italia centrale. Niccolò III, rievocando l'Impero, incoraggiando Rodolfo di Asburgo, e mettendolo di fronte a Carlo, aveva saputo indebolire l'uno e l'altro, accrescendo forza al papato. E i Fiorentini, con non minore accortezza, s'erano valsi di Carlo per dominare la Toscana; del Papa per indebolire Carlo; e finalmente dell'uno e dell'altro, per non sottomettersi a Rodolfo.
Niccolò III moriva nel 1280. Egli aveva costretto Carlo a lasciare la Toscana, a contentarsi di ricevere l'investitura della Provenza e del Reame da Rodolfo. E perché questi accordi ricevessero una qualche sanzione, s'era anche stretto un parentado, avendo Rodolfo dato la propria figlia in moglie ad un nipote di Carlo. Ma questi, come era naturale, assai di mal'animo accettava tutto ciò, anzi non tralasciava mai di sobillare in segreto i Guelfi di Toscana contro i Ghibellini, che ora alzavano la testa. E conoscendo già per lunga esperienza che grande differenza vi fosse tra l'avere amici o nemici i Papi, corse ad Orvieto, dove s'era adunato il nuovo Conclave, deciso a far di tutto per avere una elezione a lui favorevole. Secondo il suo solito, egli operò senza scrupoli e senza esitare. Visto che i cardinali temporeggiavano, né avendo tempo da perdere, promosse una rivoluzione, per la quale il popolo s'impadroní di due cardinali di casa Orsini, parenti del Papa defunto ed avversissimi agli Angioini. Dopo di che, l'elezione ebbe luogo, ed il 22 febbraio 1281 fu proclamato papa Martino IV, il quale, francese e di re Carlo amicissimo, si dette subito a favorirne la politica ed a sostenere i Guelfi.
Ma le condizioni generali dell'Italia erano assai mutate, e però il trionfo ottenuto da Carlo a Viterbo, non valse ad impedire che le conseguenze già preparate dalle sue crudeltà nel Reame e dalla politica di Niccolò III, avessero il loro effetto. L'accordo concluso da questo con Rodolfo fu continuato anche dal nuovo Papa, che raccomandò alle città italiane di fare buona accoglienza alla figlia di lui, la quale veniva sposa al nipote del Re. Ed anche Firenze dovette accoglierla con onore, sebbene fosse accompagnata da un Vicario imperiale, che al solito si fermava a S. Miniato, per cercare di far rivivere in Toscana i diritti dell'Impero. Ma un mutamento assai piú grave avvenne quando nel marzo 1282, i Siciliani, stanchi della mala signoria, raccolsero il guanto gettato al popolo da Corradino, e coi Vespri cominciarono quella sanguinosa rivoluzione, che, dopo una lunga e gloriosa guerra, doveva per sempre togliere l'Isola agli Angioini. I Fiorentini, per tenersi fedeli al partito guelfo, e non irritar troppo né il Papa né Carlo, mandarono a questo 500 cavalieri, i quali, sotto il comando del conte Guido di Battifolle de' conti Guidi, con la bandiera del Comune, andarono all'assedio di Messina. Ma la rivoluzione superò tutto, ed essi vennero come gli altri battuti, lasciando anche la bandiera in mano del nemico. L'Isola fu inevitabilmente perduta dai Francesi.
Era assai naturale che i Fiorentini, prima ancora che scoppiasse la rivoluzione dei Vespri, avessero aperto gli occhi, e pensato ai casi loro. Vedendo che il Vicario imperiale era venuto con poca gente, e non trovava gran seguito, cercarono subito contentarlo con danari, ed ottennero che, riconosciute le antiche concessioni fatte loro, se ne partisse. Nello stesso tempo, profittando della debolezza di Rodolfo, combattuto in casa sua, e della lontananza di Carlo, già nel Reame turbato dal pensiero dei gravi avvenimenti che s'apparecchiavano in Sicilia, posero mano a riformare la loro costituzione. E prima di tutto, ora che il Podestà ed il Capitano erano eletti non piú dal Re, ma dal Papa, vollero accrescerne la forza, per mantenere la Città tranquilla, mettendo un freno alle prepotenze dei Ghibellini, ed all'arbitrio dei Grandi, che ogni giorno divenivano piú minacciosi. Questi ultimi specialmente facevano colla violenza cancellare i bandi dei magistrati, impedivano l'esecuzione delle leggi, commettevano o promovevano gli omicidi per vendette partigiane, e tenevano perciò la Città continuamente perplessa. Quindi s'ordinò che il Podestà avesse mano piú libera a procedere severamente contro tutti i delitti, e che il Capitano avesse maggior forza a mantenere la pace, a punire coloro contro i quali il Podestà non usasse subito il dovuto rigore. E i Grandi dovettero dare non solo promessa di sottostare alle leggi, ma anche sicuri mallevadori, affinché se, commesso il delitto, riuscissero ad evadere, vi fosse sempre in Città chi scontasse la pena, o pagasse la somma, cui veniva condannato colui pel quale s'era dato mallevaria o sodato, come allora dicevasi. Tutti i vagabondi e gli oziosi furono cacciati dal territorio della Repubblica, e coloro che avevano dimostrato odio contro qualche privato cittadino, dovettero far promessa di rinunziare alla vendetta, dandone anch'essi mallevaria. E perché a tutti questi ordini si desse esecuzione, furono scelti dalla cittadinanza mille uomini armati, 200 del Sesto di S. Piero Scheraggio, 200 di quello di Borgo, e 150 dagli altri, che, divisi in compagnie, con un gonfalone per Sesto, furono messi, 450 sotto gli ordini del Podestà, e 550 sotto quelli del Capitano. Le insegne eran loro date da quei due magistrati in presenza di pubblico Parlamento, e quando la campana sonava per raccoglierli, non era permesso tenere radunanze in Città.[315]