Comandava in Corsica un tale Sinucello, che aveva titolo di Giudice di Cinarca. Costui, allevato in Pisa, era stato da essa aiutato a riprendere ed accrescere nell'isola i possessi della sua famiglia. Dominando come protetto e dipendente da Pisa, s'era poi sottomesso invece con giuramento di fedeltà, a Genova, che teneva un'altra parte dell'isola. E piú tardi, commettendo ogni sorta di crudeltà e di prepotenze, era tornato nemico dei Genovesi, le cui città nell'isola aveva devastate. Rifuggitosi a Pisa, questa se ne dichiarava protettrice come di suo antico vassallo, senza fare alcun conto né dei posteriori trattati, con cui esso aveva giurato fedeltà a Genova, né delle crudeltà commesse. Voleva rimetterlo colla forza in Corsica, ma i Genovesi volevano invece tenerlo lontano, e fu questa un'occasione alla guerra. Egli venne ricondotto nell'isola con 120 cavalli e 200 fanti, coi quali riprese le sue terre; e da quel momento (1282) le navi genovesi e pisane s'andarono cercando sul Mediterraneo, per combattersi. Ed infatti dalla fine dell'anno 1282 all'agosto del 1283 fu una serie continua di sanguinose scaramucce, che piú d'una volta presero le proporzioni di vera battaglia navale, quasi sempre colla peggio dei Pisani, i quali però ripigliavano subito forza, e s'apparecchiavano a nuove lotte. Una volta ebbero metà delle navi distrutte dalla tempesta, e, ciò nonostante, poco di poi (1284) ventiquattro delle loro galee scortarono il conte Fazio, che andava in Sardegna, dove essi avevano coi Genovesi continua cagione di guerra. Infatti il dí 1 maggio incontrarono l'armata genovese, e cominciò la battaglia, che durò tutto il giorno con grande ostinazione; ma finalmente i Pisani lasciarono 13 galere in mano del nemico, con moltissimi prigionieri. Eppure fu in quello stesso anno, che ebbe luogo fra le due repubbliche un'altra battaglia navale, che è fra le piú memorabili nelle storie del Medio Evo.
Genova, che aveva dovuto pagar care le sue vittorie, faceva costruire ed armare navi in tutta la Riviera; Pisa, esausta da tante guerre per terra e per mare, fece prodigi d'ogni sorta. Ricorse al patriottismo delle sue piú nobili famiglie, che si mostrarono degne del proprio nome. I Lanfranchi, assai numerosi in Pisa, armarono a loro spese non meno d'undici galere; i Gualandi, i Lei, i Gaetani ne armarono sei, i Sismondi tre, gli Orlandi quattro, gli Upezzinghi cinque, i Visconti tre, i Moschi due, altre famiglie s'unirono per armarne una. Andrea Morosini veneto, dei piú reputati nelle cose di mare, fu nominato Podestà, ed a lui venne data ogni autorità per provvedere agli apparecchi della guerra, e tener poi sul mare il comando supremo del naviglio. Cosí, da un lato e dall'altro, si misero in moto due delle piú formidabili armate, che si vedessero mai a que' tempi. Gli scrittori genovesi fanno ascendere a 96 le navi di Genova, a 72 quelle di Pisa; gli storici pisani, invece, numerano 130 navi genovesi e 103 pisane. Comunque sia, gli uni e gli altri riconoscono nelle prime una superiorità numerica, che fu aiutata anche dall'arte maggiore nel comando. Le due armate si cercarono lungamente, e poi temporeggiarono, perché ciascuna voleva trovarsi in una posizione piú vantaggiosa. Dicesi che i Pisani arrivassero sino al porto di Genova, tirando frecce d'argento e palle fasciate di porpora, per far pompa della propria ricchezza, secondo il costume del tempo. Certo è però, che una parte delle loro navi trovavasi ancorata a Porto Pisano, altre erano nell'Arno fra i due ponti della città, quando venne l'annunzio che i Genovesi erano in vista. Tutta Pisa fu a rumore; i marinai corsero alle loro navi; l'arcivescovo, seguito dal clero, portando in mano lo stendardo della repubblica, venne sul Ponte Vecchio, di dove benedisse l'armata, che con un grido di gioia levò l'ancora, e, scendendo il fiume, s'avviò al mare. Si racconta pure che, nel momento della benedizione, cadde il Cristo che era sull'alto della bandiera, e fu tenuto segno di sinistro augurio.
Il 6 agosto 1284 fu un giorno memorabile. I due navigli s'incontrarono presso la Meloria, a poca distanza da Porto Pisano. Ivi, in passato, i Genovesi aveano ricevuto una grave disfatta dai Pisani, ed ora venivano a vendicarla, con la battaglia memorabile di cui son piene le nostre storie. La distanza del tempo, e la moltitudine spesso discorde degli scrittori toscani e genovesi, rendono assai difficile una vera esattezza nei particolari. Cercheremo quindi d'accennare solo i piú notevoli e sicuri.
L'armata pisana era divisa in tre schiere. Comandava la prima l'ammiraglio Andrea Morosini; la seconda era affidata al conte Ugolino, valoroso, ma poco sicuro, perché divorato da un'ambizione, che gli faceva posporre l'interesse della patria al desiderio di dominarla; la terza era comandata da Andreotto Saracini. Oberto Doria, assai valoroso ed esperto, era l'ammiraglio dell'armata genovese, la quale, a vederla allora sul mare, sembrava per numero uguale alla pisana; ma ciò era perché Benedetto Zaccaria, con una riserva di trenta galere, se ne stava nascosto, secondo alcuni, dietro la Meloria, secondo altri, dietro Montenero, pronto ad accorrere in tempo opportuno. Poco dopo il mezzogiorno si cominciò a combattere, e la lotta durò aspra ed incerta per lungo tempo. Quando le due navi ammiraglie s'avvicinarono, lo scontro delle armate fu generale. Un numero grandissimo d'uomini vennero da una parte e dall'altra gettati nel mare, tra morti, feriti o storditi dai colpi ricevuti. Le onde erano rosse pel sangue; i naufraghi s'attaccavano ai remi per salvarsi, ma venivano dai medesimi remi rituffati nel mare, per la necessità di continuare le manovre, in un momento in cui la mischia era giunta al suo punto culminante e decisivo. Ed allora appunto, Benedetto Zaccaria, il quale già aveva ricevuto l'ordine d'avvicinarsi, fece forza di vele e di remi, per arrivare in tempo a decidere l'esito della battaglia. Quando i Pisani lo videro apparire, riconobbero subito la inferiorità delle proprie forze, e l'animo cominciò loro a mancare, sebbene proseguissero con uguale ardore a combattere. Lo Zaccaria, appena che sopraggiunse, riuscí ad avvicinare la sua galera a quella del Doria, per poter cosí pigliare in mezzo il Morosini, che con la sua capitana combatteva fieramente. Nel medesimo tempo la galera che portava lo stendardo di Pisa, veniva anch'essa circondata da piú lati. L'improvviso aiuto aveva per tutto accresciuto l'animo dei Genovesi, abbattuto quello dei Pisani. La lotta, divenuta troppo disuguale, continuava pure senza cedere da ambo i lati, perché ciascuna delle due eterne rivali pareva che volesse questa volta distruggere con l'armata nemica, l'esistenza stessa dell'avversa repubblica.
Ma cosí non si poteva durare a lungo. Ad un tratto si vide lo stendardo di Pisa, che era sostenuto da una grossa asta di ferro, piegarsi e cadere con fracasso orribile sotto i ripetuti colpi che aveva ricevuti, e nello stesso tempo cominciava a cedere la capitana dell'ammiraglio Morosini, il quale, orrendamente ferito nel volto, dovette arrendersi insieme con essa. Fu questo il momento in cui il conte Ugolino tradiva, dando il segnale della fuga: la disfatta divenne allora generale. Sette galere pisane colarono a fondo, ventotto restarono in mano del nemico, e i prigionieri furono, secondo una iscrizione che si trova sulla facciata della chiesa di S. Matteo a Genova, non meno di 9,272. Gli scrittori pisani li fanno ascendere fino ad undici, ed alcuni anche a quindicimila, forse perché vi computano molti dei morti, che furono 5,000. Certo è che dopo la battaglia della Meloria, soleva dirsi in Toscana, che per veder Pisa bisognava ormai andare a Genova.
Quando i superstiti pisani ritornarono a casa, tutti i cittadini uscirono nelle strade, per aver notizia dei loro parenti, e non vi fu quasi nessuno che non dovesse piangere qualche morto o prigioniero. Una moltitudine di donne, di vecchi e bambini, errava per la città come forsennata, a segno tale, che i magistrati dovettero dare ordine, che ognuno tornasse alle proprie case. Ben presto tutti in Pisa erano vestiti a bruno, e per le vie non si vedevano che donne. A Genova, invece, era dovunque gioia e tripudio; né l'odio contro i nemici s'era per la vittoria punto scemato. E di ciò s'ebbe una prova, quando si venne a discutere che cosa dovesse farsi dei prigionieri. Alcuni proposero di restituirli per una grossa somma di danaro; altri volevano invece avere il Castel di Castro, in Sardegna, ch'era la chiave dei possedimenti pisani in quell'isola; ma non fu vinto nessuno di questi partiti. Si levarono oratori, i quali proposero di ritenere i prigionieri fino a che non fosse finita del tutto la guerra. In tal modo, si diceva, le donne resterebbero vedove, senza potersi rimaritare, e si sarebbe impedito alla popolazione, e quindi all'armata pisana, di rifarsi delle perdite sofferte. La guerra infatti durò sedici anni ancora, e quando i prigionieri vennero restituiti, erano ridotti a poco piú di mille, gli altri essendo morti per le malattie, l'età, le ferite o gli stenti sofferti.
VIII
Mal si potrebbe dire, se in questi anni sia stata maggiore l'energia eroica dei Pisani nella sventura, o l'odio insaziabile dei loro nemici. Subito dopo la terribile rotta della Meloria, i Fiorentini ed i Lucchesi offerirono a Genova d'allearsi, per compiere insieme lo sterminio della comune rivale. L'alleanza doveva durare sino a 25 anni dopo finita la guerra. Le ostilità sarebbero cominciate fra 15 giorni, con l'obbligo a Genova di mettere in mare 50 galere, ai Fiorentini e Lucchesi di mettere insieme un esercito. Questi assalirebbero dalla parte di terra, quelli dalla parte di mare. Ogni anno, almeno per quaranta giorni, si sarebbe combattuto. Pisa capí che ormai si voleva la sua ultima rovina, e tale fu allora il suo odio contro Lucca, soprattutto contro Firenze, che, per non cedere ad esse, si dichiarò pronta a sottomettersi piuttosto ai patti che Genova avesse voluto imporle. Ma invano. Il 13 di ottobre l'alleanza fu conclusa nella casa della Badia in Firenze, presenti i sindachi di Genova e di Lucca, insieme con quelli di Firenze, fra i quali ultimi si trovava Brunetto Latini; e si lasciò luogo alle altre città toscane d'entrare nella Lega. Ma, quello che è piú notevole, in essa potevano essere ammessi ancora i piú autorevoli prigionieri pisani, che avessero dato sicurtà di venire a muover guerra alla patria loro. Potevano, alle medesime condizioni, essere ammessi anche il conte Ugolino, i suoi figli ed il Giudice di Gallura, se divenivano cittadini genovesi, e riconoscevano le proprie terre in feudo da Genova. Tutti questi dovevano però essere accolti di comune consenso degli alleati, e non oltrepassare il numero di 20. Si conferma da ciò chiaramente che fra i Pisani v'erano parecchi, che avevano tradito o erano disposti a tradire. Firenze non dimenticò neppure ora quello che del resto non dimenticava mai, cioè, di stipulare, insieme con le alleanze politiche, vantaggiosi patti commerciali.[323]
Ben presto parecchie altre città di Toscana entrarono nella Lega, e cominciarono gli apparecchi di guerra. Pisa allora si vide subito da ogni lato circondata. I Fiorentini entrarono in Val d'Era, i Lucchesi pigliarono alcuni castelli, lo Spinola con le navi genovesi assalí e danneggiò molto Porto Pisano. Ma ad un tratto i Fiorentini si dimostrarono assai freddi nell'impresa, con grandissimo scontento dei Lucchesi e dei Genovesi. Essi volevano sopra tutto avvantaggiare il proprio commercio, e quindi era loro necessario fiaccare l'orgoglio di Pisa, e sottometterla, come avevano fatto delle altre città di Toscana; ma non volevano che ciò seguisse per opera principalmente dei Genovesi, molto meno poi a loro unico profitto, come sarebbe di certo ora avvenuto per la preponderanza che avevano sul mare. Ed in vero, se Genova si fosse resa padrona di Pisa, sarebbe stata padrona anche del Mediterraneo, e la sua potenza, di molto accresciuta, sarebbe divenuta addirittura formidabile ai Fiorentini. Quindi è che essi, dopo avere addensata cosí gran tempesta contro Pisa, pensavano ora, secondo la dubbia fede di quei tempi, in cui poco o punto si rispettavano i trattati, a volgere ogni cosa a loro esclusivo vantaggio. E i Pisani videro subito l'occasione opportuna, e cercarono profittarne; ma lo fecero poi in modo, che tutto tornò invece a loro rovina. Avendo, come vedemmo, invano cercato un accordo con Genova; non potendo, dopo tante calamità, sostenere una guerra del pari formidabile per terra e per mare, cercarono d'intendersi almeno con Firenze. Ed a questo fine nominarono loro Podestà il conte Ugolino, dandogli piú tardi anche il comando della guerra, non ostante le accuse ben note di tradimento alla Meloria. Ma essi lo sapevano guelfo e segreto amico dei Fiorentini, quindi lo ritenevano adatto allo scopo ora che li volevano allontanare da Genova. Il Conte, è vero, sembrava non avere che un solo pensiero, quello di dominare in Pisa; ed era perciò pronto ad intendersi, occorrendo, coi nemici della patria, capace di lasciarsi trasportare ad ogni atto nefando, pur di soddisfare la sua sfrenata ambizione. Una volta però che questa era soddisfatta, credevano i Pisani che egli, coraggioso, accortissimo, con molte amicizie tra i Guelfi, avrebbe saputo trovar modo di venire ad un accordo. E cosí fu, ma con resultato ben diverso da quello che s'aspettavano.
Narrano i cronisti, che egli inviasse ai rettori di Firenze un dono di fiaschi con vino di vernaccia, in fondo ai quali aveva messo fiorini d'oro per corromperli.[324] Questa tradizione prova solamente, che egli era tenuto capace di ricorrere ad ogni mezzo pur di raggiungere i suoi fini. Ma ben duri furono i sacrifizî, che dovette imporre a Pisa, per indurre i Fiorentini a sospendere la guerra contro di essa. Bisognò cedere terre e castelli importanti, come S. Maria a Monte, Fucecchio, S. Croce, Monte Calvoli, e mandare in esilio i Ghibellini, riducendo la città a parte guelfa, il che per una repubblica stata sempre ghibellina, era un'umiliazione grandissima. Pisa doveva ormai piegarsi a tutto, perché trattavasi di salvare la propria esistenza. Quando però i Genovesi e i Lucchesi s'accorsero che erano abbandonati da Firenze, la quale sosteneva i Pisani contro Lucca, i lamenti furono cosí grandi contro la violata fede, che il conte Ugolino, per far tacere almeno i Lucchesi, cedette loro Bientina, Ripafratta e Viareggio. In questo modo l'orgogliosa repubblica pisana restringeva il suo territorio fin quasi alle mura, privandosi d'ogni difesa dalla parte di terra, quando le sue navi erano su tutti i mari inseguite e predate dai Genovesi. Solo il conte Ugolino trionfava in mezzo a tante rovine ed umiliazioni, perché comandava in città, ed era tutto quel che voleva. Ma nel suo ambíto dominio egli era essai meno sicuro di quel che pensava, perché i fieri spiriti pisani non erano del tutto domati, e già i piú tolleravano assai male una tirannia interna, che non riusciva a salvare dalle umiliazioni esterne. Ogni piú piccola occasione faceva ora veder segni manifesti, che le passioni cittadine potevano da un momento all'altro prorompere.