Un'altra causa di mali umori continuavano ad essere le trattative per riavere da Genova i prigionieri, che formavano parte non piccola della migliore gioventú pisana. Tutti desideravano riaverli in ogni modo; ma il Conte frapponeva ogni giorno nuovi ostacoli, perché li sapeva ghibellini e però a lui avversi. Faceva sempre proposte inaccettabili dai Pisani, per mandare le cose in lungo. Cosí nulla si concludeva, ed era quel che voleva. Ma la sua alterigia finí col portare la divisione nel seno dello stesso partito guelfo. Nino Visconti, giudice di Gallura, suo nipote e capo naturale dei Guelfi, cominciò ad accostarsi ai Ghibellini per far guerra allo zio. Il quale allora, senza esitare, mandò in esilio molti altri Ghibellini, e fece abbattere dieci dei loro piú ricchi palazzi. Lo sdegno cominciò a divampare. Nino si uní strettamente ai Gualandi, ai Sismondi, e cercarono di sollecitare il ritorno dei prigionieri, cosa che il Conte ritardava con nuovi pretesti, mantenendo vive le cagioni di guerra con Genova. Pensarono allora di sollevare il popolo contro di lui, ma non vi riuscirono; ricorsero perciò alle vie legali, per vedere se cosí potevano porre un freno alla sua autorità eccessiva. Egli era stato nominato Capitano generale del popolo, ma aveva illegalmente assunto anche l'ufficio di Podestà, e senza diritto s'era alloggiato nel Palazzo della Signoria. Nino e i suoi amici protestarono presso gli Anziani, e l'obbligarono ad abbandonare il Palazzo, riducendosi nei termini della legge. Il che egli fece, ma per poco tempo, e ripigliò ben presto con la forza la sua prima autorità. Intanto l'odio delle parti cresceva, studiandosi il Conte di mantener viva la discordia con Genova, i suoi nemici cercando invece di concludere la pace e riavere i prigionieri, perché anche questo era un mezzo per abbatterlo.

Finalmente, accortosi del grave pericolo in cui versava, il Conte voleva in qualche modo uscirne. Visto che alcuni dei Guelfi, uniti ai Ghibellini, gli erano divenuti del pari avversi e gli facevano guerra, pensò d'avvicinarsi a questi, per separarli da quei Guelfi che lo avevano abbandonato, e che perciò voleva abbattere, sperando di potere piú tardi compiere la medesima opera contro i Ghibellini, dopo averli isolati. Ma, sebbene non gli mancasse di certo l'astuzia, finí coll'aver contro di sé gli uni e gli altri, ed alla testa de' suoi nemici cosí riuniti, si pose l'arcivescovo Ruggieri, ghibellino autorevolissimo. La guerra civile infiammò la città intera, ed il Palazzo del popolo si trovò in mano ora dell'Arcivescovo, ora del Conte, il quale, accecato dal furor della vendetta, non tollerava avvertenze o consigli neppure da' suoi piú intimi. Un giorno in cui lo scontento del popolo era al colmo pel caro dei viveri, e niuno osava parlargli, uno de' suoi nipoti si presentò a lui, per rivelargli lo stato delle cose, consigliandogli di sospender le gabelle, acciò diminuisse il prezzo dei viveri. Ed il Conte si lasciò talmente trasportare dall'ira, che gli tirò un colpo di pugnale, ferendolo nel braccio. Un nipote dell'arcivescovo, amico del giovane, trovandosi presente, non seppe resistere, e gli fece scudo della sua persona. Il Conte, fuori di sé pel furore, pose mano ad un'ascia, che era vicino a lui, e con un colpo alla testa lo stese morto a' suoi piedi.

L'arcivescovo Ruggieri dissimulò un pezzo, aspettando l'occasione, che finalmente venne. Il 1.º luglio 1288 il Consiglio della repubblica era radunato nella chiesa di S. Sebastiano, per deliberare sulla pace coi Genovesi. I Ghibellini ed il popolo la volevano in ogni modo, ma il Conte frapponeva nuovi ostacoli, sperando sempre aiuto dagli amici. Quando uscirono dall'adunanza, l'Arcivescovo capí che l'ora era giunta, che non v'era piú tempo da perdere. I Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi ed altri ancora s'unirono con lui, e andarono ad assalire il Conte, che con due figli, due nipoti, ed alcuni altri a lui piú fidi, si difese valorosamente. Dopo il primo scontro, nel quale vide morire un suo figlio naturale, si ritirò nel Palazzo del popolo, e continuò a difendersi da mezzogiorno alla sera, quando gli assedianti si decisero a mettervi fuoco. Penetrando poi attraverso le fiamme, fecero prigioniero il Conte con i suoi due figli piú giovani, Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Nino detto il Brigata e Anselmuccio. Furono chiusi nella torre dei Gualandi, sulla piazza degli Anziani, dove l'arcivescovo Ruggieri li tenne alcuni mesi in assai dura prigionia.[325] Finalmente la chiave della torre fu gettata in Arno, e morirono tutti di fame, tra quelle angosce che l'Alighieri rese immortali.[326]

IX

Questi fatti però, sebbene indebolissero sempre piú la misera città di Pisa, abbatterono anche il partito guelfo, dettero luogo a nuovi esilî, ed aiutarono le speranze dei Ghibellini, che adesso sembravano risorgere in Toscana. Firenze dovette perciò ripigliare di nuovo le armi. Carlo I d'Angiò era morto, e papa Onorio, che si dimostrava favorevole al partito ghibellino, aveva spinto il suo parente Prenzivalle del Fiesco a venire in Toscana come Vicario imperiale. Ma le città della Lega lo accolsero assai male, ed egli se ne andò ad Arezzo, donde invano pronunziò condanne contro i Guelfi, giacché ai vicarî dell'Impero pareva che ormai nessuno desse piú ascolto. Se ne ripartí quindi per la Germania, lasciando Arezzo in preda a tumulti, nei quali la vittoria fu dei Ghibellini, che ebbero aiuto da molti esuli fiorentini. I Guelfi si ritirarono nei castelli del contado, dove ricevettero invece soccorsi dal governo di Firenze. Cosí la guerra diveniva inevitabile anche nel Valdarno di sopra, e bisognava da due lati combattere i Ghibellini, ritornati potenti sotto la guida del vescovo d'Arezzo e dell'arcivescovo di Pisa. Difatti come in Pisa l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, cosí in Arezzo comandava il vescovo ghibellino, Guglielmo degli Ubertini. Questi, dedito anch'esso piú alle armi che alla religione, signore di molte castella, e di assai dubbia fede, si provò dapprima a tradire la città ai Fiorentini, mediante accordi coi quali voleva salvare i suoi possessi. Ma gli Aretini seppero costringerlo a restar fermo nel proprio partito. Il 1.º di giugno 1288 l'esercito della Lega guelfa si mise in moto. Erano nobili, popolani d'ogni parte di Toscana, insieme con gente assoldata, formando in tutto 2,600 cavalieri e 12,000 pedoni. Restarono ventidue giorni in campo, assediando e disfacendo tra grandi e piccoli, piú di 40 castelli degli Aretini; ma poi sopravvenne una tempesta che pose il campo in tanto disordine da costringerli a ritirarsi. Avevano, in segno di disprezzo, corso un pallio sotto le mura d'Arezzo, nominandovi 12 cavalieri di corredo; ma poi, levato il campo, se ne tornarono a Firenze, senza avere abbattuto né scemato l'ardire del nemico. Ed infatti, quando i Senesi si separarono per tornarsene a casa, furono presi in un agguato, e rotti pienamente.

Nell'agosto i Fiorentini, insieme con Nino di Gallura, esule guelfo di Pisa, fecero scorrerie nel contado pisano, pigliando il castello d'Asciano, e nel settembre corsero contro gli Aretini, che avevano messo insieme un esercito di 700 cavalli e 8,000 pedoni. Ma non vi fu battaglia, perché i nemici si ritirarono, lasciando che i Fiorentini guastassero le loro campagne, andando poi essi in principio del 1289 a guastare il contado fiorentino, ed arrivando fin presso a S. Donato. Erano piú o meno grosse scaramucce, che facevano prevedere una guerra maggiore.

Da ogni lato s'armava adesso in Toscana. I Pisani eleggevano a loro capitano il conte Guido da Montefeltro, che aveva acquistato grandissima reputazione nello scontro vittorioso avuto a Forlí contro i Francesi di Carlo d'Angiò. Egli era veramente uno dei piú valorosi soldati del tempo, e giunto che fu a Pisa, riordinò subito le milizie, creò una nuova fanteria leggiera di tre mila balestrieri, che poté resistere con onore a quella cavalleria pesante, tenuta allora la forza principale degli eserciti. Da un altro lato anche gli Aretini s'armarono sempre di piú, in modo che, quando Carlo II d'Angiò passò da Firenze, per andare ad incoronarsi in Napoli, i Fiorentini, dovettero accompagnarlo con i loro migliori fanti e cavalieri, perché le genti aretine minacciavano d'assalirlo. Gli chiesero allora un buon capitano, per poter proseguir con vigore la guerra, e ne ebbero Amerigo di Narbona, che, in compagnia del bali Guglielmo di Durfort, venne con 100 uomini d'arme.

Il 2 di giugno 1289, il nuovo capitano Amerigo di Narbona usciva in campagna alla testa d'un esercito di 1,600 cavalieri e 10,000 fanti della Lega. V'era il fiore della nobiltà e delle genti fiorentine, fra cui seicento cavalieri dei meglio armati, che uscissero mai della Città. Prato, Pistoia, Siena e tutti gli alleati, anche i Guelfi di Romagna avevano mandato il loro contingente. Gli Aretini avevano dall'altro lato raccolto tutti i Ghibellini delle vicine città, e vennero a Bibbiena con 800 cavalieri e 8,000 pedoni, sotto il comando dei loro capitani, fra cui primeggiava il fiero arcivescovo Guglielmo degli Ubertini. Dopo essersi persuaso che l'accordo con Firenze, per salvare i suoi propri castelli, lo avrebbe esposto al furore degli Aretini, esso s'era gettato con giovanile ardore nella guerra. Procedeva altiero e pieno di baldanza, perché fidava nel proprio coraggio ed in quello de' suoi soldati; aveva poca stima de' Fiorentini, i quali, esso diceva, si lisciavano come donne.

Sul piano di Poppi, il giorno 11 di giugno, i due eserciti si trovarono di fronte, presso Campaldino, dove ebbe luogo, e donde prese nome quella battaglia che fu resa piú celebre, per esservisi trovato a combattere Dante Alighieri, allora giovane ancora ed ignoto. I Fiorentini avevano in prima linea una schiera mista di pedoni, balestrieri e scudieri, ed alle loro ali avevano messo 150 feritori di cavalleria leggiera, scelti fra i piú arditi. V'era fra questi Vieri dei Cerchi, che, avendo avuto il carico di fare la scelta degli uomini del suo Sesto, volle, sebbene malato, trovarsi alla battaglia insieme col figliuolo e coi nipoti. Dietro la prima schiera, ne veniva un'altra piú grossa di pedoni e cavalleria pesante, in ultimo erano le salmerie. Corso Donati comandava un drappello di circa 250 tra pedoni e cavalieri lucchesi, pistoiesi e forestieri. Egli era allora Podestà di Pistoia e doveva, con la sua piccola riserva, accorrere all'uopo, secondo il comando del generale. Si vedeva un'emulazione grandissima, perché da un lato e dall'altro v'era lo sforzo dei Guelfi e dei Ghibellini, e s'erano, per soddisfare anche l'ambizione dei potenti, creati nuovi cavalieri in quel giorno stesso, acciò dessero maggior prova di valore. L'ordine dato ai Fiorentini fu d'aspettare l'impeto del nemico, e messer Simone dei Mangiadori da San Miniato, disse ai suoi uomini: — Signori, le guerre di Toscana si vincevano per bene assalire, ed ora si vincono per istare ben fermi. — Gli Aretini invece, fidando nel proprio valore e nell'abilità dei capitani, assalirono al grido di Viva S. Donato, con tale impeto, che l'esercito fiorentino mal sostenne il primo urto, e dovette cedere. I feritori furono quasi tutti scavalcati, la schiera grossa indietreggiò; ma i pedoni che erano alle ali della seconda schiera, s'avanzarono al grido di Narbona cavaliere, e minacciando di circondare il nemico, l'arrestarono, dando cosí tempo ai compagni di riordinarsi. Il conte Guido Novello, che aveva 150 cavalieri degli Aretini, per ferire di lato, mancò d'animo nel momento appunto in cui doveva assalire il nemico disordinato, e fu grandissimo danno. Ma gli seguiva sempre cosí, e poco di poi, fervendo ancora la mischia, si dette alla fuga. Corso Donati, invece, che aveva ordine di star fermo colle sue genti, e non muoversi senza comando espresso, nel vedere i Fiorentini cedere a quel primo urto, non poté piú stare alle mosse, e disse ai suoi: — Se perdiamo, io voglio morire coi miei concittadini; se vinciamo, aspetterò che chi vuole, venga in Pistoia a punirci della nostra disobbedienza; — e ordinò subito d'investir di fianco i nemici. Cosí gli Aretini da assalitori si trovarono assaliti. Resistettero con mirabile valore, e non avendo sufficiente numero di cavalieri, i loro pedoni si spinsero carponi fra la cavalleria nemica, e con le coltella sventravano i cavalli, ferendoli nella pancia, dove non avevano difesa. Ma erano prodigi di valor personale, che non potevano decidere la battaglia. La mischia fu aspra e lunga, i Fiorentini pugnarono con gran coraggio, e gli Aretini perderono quasi tutti i loro capi. L'arcivescovo Ubertini morí combattendo; cosí pure il suo nipote Guglielmino dei Pazzi, tenuto allora fra i piú valorosi capitani d'Italia, e Buonconte figlio del conte di Montefeltro. Perirono ancora molti esuli fiorentini, fra cui tre Uberti e uno degli Abbati. Solo il conte Guido Novello salvò la vita con la fuga. La rotta degli Aretini fu grandissima, e, secondo il Villani, lasciarono sul campo 1,700 morti e 2,000 prigionieri. Di questi però ne entrarono in Firenze solo 740, gli altri essendo stati trafugati o riscattati per denaro. Né ciò deve far gran meraviglia, se si pensa che in queste guerre di Guelfi e Ghibellini combattevan fra loro uomini della medesima città, e spesso antichi amici o parenti; per il che la pietà era piú naturale che l'odio, sebbene questo fosse pur troppo frequente e feroce. I Fiorentini ebbero poche perdite, e nessuna d'importanza. Corso Donati che, col suo ardire, contribuí assai a decidere la battaglia, e Vieri de' Cerchi si coprirono di gloria. Molti, poco stimati in passato, acquistarono quel giorno grande reputazione, e molti invece che già prima l'avevano, la perdettero allora. In ogni modo tutti i principali cittadini e capitani tornarono salvi a Firenze, dove l'allegrezza fu perciò universale.[327]

I Fiorentini s'erano tenuti sin da principio sicurissimi della vittoria. Si narra infatti che quando, nel giorno stesso della battaglia, i Priori, stanchi delle vigilie durate, si addormentarono, furono desti, come da una voce, che ad un tratto pareva dicesse loro: levatevi su, che gli Aretini sono sconfitti. E nello stesso tempo tutti i cittadini si trovavano per le vie, aspettando impazienti la notizia che ancora non veniva. Finalmente arrivò il desiderato messo, e la gioia, le feste furono grandissime. Dispiacque piú tardi sentire che l'esercito non aveva saputo profittare della vittoria, inseguendo il nemico fin dentro le mura della città, della quale allora sarebbe stato facile impadronirsi. Invece presero Bibbiena, terra del vescovo; saccheggiarono varî castelli, e guastarono il contado per venti giorni. Corsero il pallio intorno alle mura d'Arezzo, a forza di mangani gettandovi dentro, per dileggio, asini con le mitrie in capo. Ma in sostanza non fecero altra impresa di momento, sebbene la Repubblica, quando furono eletti i nuovi Priori, ne mandasse due al campo, perché sollecitassero in persona la guerra, e tentassero subito di prendere la nemica città. Ma omai era tardi, e gli Aretini riuscirono anche a fare qualche sortita, nella quale misero fuoco alle macchine d'assedio. Per il che i Fiorentini, lasciati ben guardati i castelli già presi e le opere cominciate, tornarono a casa il 23 di luglio; e ciò dispiacque tanto alla Città, che si disse esser corso nel campo oro nemico. In ogni modo la vittoria era stata grande, e grandissima fu l'accoglienza che ebbero i reduci. Tutto il popolo, con le insegne e i gonfaloni di ciascuna Arte, tutto il clero uscí in processione per andare incontro al vittorioso esercito. Il capitano Amerigo di Narbona ed il podestà Ugolino de' Rossi fecero la loro entrata solenne, sotto ricchissimi baldacchini di drappi d'oro, portati dai piú nobili cavalieri di Firenze. E tutta la spesa di questa guerra si fece con una imposta di lire sei e soldi sei per cento sui beni nella Città e nel contado, il che portò subito trentasei mila fiorini d'oro, essendo allora l'estimo, l'amministrazione e le rendite del Comune mirabilmente ordinate, come osserva il Villani (VII, 132).