[45]. Nel suo articolo sul lavoro dell'Hartwig.

[46]. «Il y en eut (des Consuls) tout au moins en 1101». E dopo aver citato il documento, aggiunge in nota: «Dévant ce fait si positif, il serait oiseux de s'arrêter aux conjectures des auteurs, même presque contemporains» pag. 209.

[47]. Pag. 152-4.

[48]. Borghini, Discorsi, vol. II, pag. 27 e 93; Firenze 1755.

[49]. Ora è uscito il IX ed ultimo, che va fino alla caduta della Repubblica (1530-32).

[50]. Dei molti errori che si trovano in questo primo volume, ha parlato assai a lungo l'Hartwig nell'Historische Zeitschrift del Sybel, vol. III, fasc. 3, anno 1868. Degli altri volumi non è qui ancora luogo a parlare.

[51]. Servio, nel suo comentario sull'Eneide (lib. III, v. 104), scrive: «Dardanus Iovis filius et Electræ, profectus de Corytho (Cortona), civitate Tusciae, primus venit ad Troyam». Piú oltre (com. al lib. III, 187) dice che «Dardanus et Iasius fratres... cum ex Etruria proposuissent sedes exteras petere ecc.». E nel fare la genealogia d'Enea, incomincia: «Ex Electra Atalantis filia et Iove Dardanus nascitur». Di qui deve in parte essersi ispirata la leggenda, secondo la quale però Elettra è moglie di Atalante, non di Giove, che invece ne è padre. V. Hartwig, I, XXI.

[52]. Anche Brunetto Latini, nel primo libro del Tesoro, pose in relazione la leggenda di Catilina con le origini di Firenze, e ricordò la grande uccisione, seguita nella battaglia, in cui questi fu disfatto, come pure la peste che ne venne. «E per quella grande peste di quella grande uccisione, fu appellata la città di Pistoia». Lib. I, cap. 37, nel volgarizzamento di Bono Giamboni. Le fonti principali delle notizie storiche nel Tesoro, sono Ditti cretense e il De excidio Troie, che veniva attribuito a Darete frigio. Questo secondo libro è di certo anche una delle fonti della nostra leggenda. Vedi Thor Sundy, Della vita e delle opere di Brunetto Latini, trad. del prof. R. Renier, con molte aggiunte: Firenze, Successori Le Mounier, 1884.

[53]. Il Libro fiesolano, invece di Franchi, dice Africani, una compagnia venuta d'Africa, come altrove, invece di Ottone o Otto, dice Ceto, errore che si riscontra anche nel codice su cui fu fatta la stampa. Sono probabilmente errori di qualche rozzo copista della leggenda, i quali venivano poi spesso ripetuti dagli altri. Giovanni di Salisbury (Polikratikus, VI 17, ediz. Giles), parlando delle città che, secondo la storia, furono edificate da Brenno, ripete per Siena lo stesso racconto della leggenda. Egli osserva, che tutto ciò non è veramente storia, sed celebris traditio est, aggiungendo però che la tradizione trovata conferma nel fatto che i Senesi, per costituzione, bellezza, costumi, somigliano «ad Gallos et Britones, a quibus originem contraxerunt». Queste parole di Giovanni di Salisbury sono ricordate anche da Benvenuto da Imola, nel suo Comento alla Divina Commedia, per dire che a tale somiglianza vuole alludere Dante (Inf. XXIX, 121) nei versi:

Or fu giammai