II
La storia di tutte le repubbliche italiane può dividersi in due grandi periodi: l'origine del Comune, lo svolgimento della sua costituzione e delle sue libertà. Nel primo periodo, in cui una società vecchia si decompone e ne sorge una nuova, male si può la storia d'un Comune dividere da quella degli altri, perché si tratta di Goti, di Longobardi, di Greci e di Franchi, che dominano, volta a volta, gran parte d'Italia, ponendola, quasi per tutto, nelle medesime condizioni. Lo stato dei vincitori e dei vinti è lo stesso, mutando solo col variare dei dominatori. In mezzo alla oscurità dei tempi ed alla scarsità delle notizie, le differenze che passano fra una città e l'altra d'Italia sono allora assai poco visibili. Esse però si determinano assai piú chiaramente, e divengono sempre maggiori dopo il primo sorgere delle libertà. Di tutte queste origini le piú oscure, quantunque non le piú antiche, son forse quelle di Firenze, la quale assai tardi incomincia ad acquistare la sua grande importanza. Siccome qui è nostro proposito illustrar solo la storia della costituzione fiorentina, cosí diremo poche e brevi parole sul primo dei due periodi accennati, cioè sull'origine dei Comuni italiani in generale.
È una quistione su cui si agitò un tempo lunga, erudita e vivissima disputa, specialmente fra scrittori italiani e tedeschi. Ma il rigore scientifico di queste ricerche, nelle quali i dotti italiani molto si fecero onore, venne spesso diminuito dal patriottismo e dai pregiudizii nazionali. Si vedeva che nelle origini del Comune erano anche le origini delle libertà e della società moderna, e quindi il problema si trasformava tacitamente in quest'altro: sono gl'Italiani oppure i Tedeschi gli autori di queste libertà, di questa società? È facile capire in che modo le passioni politiche venissero allora a prender parte nella disputa, togliendole la necessaria serenità.
Sul finire del secolo scorso la quistione era stata molte volte discussa fra noi da uomini dottissimi, con diversi intendimenti (Giannone, Maffei, Sigonio, Pagnoncelli, ecc.). Il Muratori, senza avere un sistema prestabilito, gettò dei lampi di luce maravigliosa sul soggetto, sollevandolo, colla sua portentosa erudizione, ad una grande altezza. Non cominciò tuttavia la disputa a divenire ardente, fino a che il Savigny non venne a trattar l'argomento nella sua immortale Storia del diritto romano nel Medio Evo. Volendo egli dimostrare la non mai interrotta continuità di quel diritto, siccome tutto nella storia si collega, dovette di necessità sostenere che gl'Italiani sotto i barbari, anche sotto i Longobardi, non avevano perduto ogni libertà personale, ogni antico diritto, e che il municipio romano non era mai stato compiutamente distrutto. Il risorgimento perciò delle nostre repubbliche e del diritto romano, altro non era che un rinnovamento di antiche istituzioni, di antiche leggi non mai affatto scomparse. In Germania furon subito comprese le conseguenze ultime, cui menavano le idee del grande storico, ed allora l'Eichorn, il Leo, il Bethmann Hollweg, Carlo Hegel ed altri si levarono a combattere l'opinione d'una origine romana del Comune italiano. Essi sostennero, invece, che i barbari, massime i Longobardi, la cui signoria era stata infatti piú lunga e dura di tutte le altre, ci avevano tolto ogni libertà, avevano distrutto ogni traccia d'istituzioni romane, in modo che i nuovi Comuni e i loro Statuti furono una creazione nuova, la cui prima origine si doveva solo ai popoli germanici.
Queste opinioni avrebbero, secondo ogni apparenza, dovuto trovare nel patriottismo degl'Italiani un'ardente opposizione, e quelle del Savigny ottenere un favore universale. Eppure non fu cosí. Non mancarono fra noi molti e dotti seguaci né dell'una né dell'altra scuola. Allora si ridestava lo spirito nazionale, si desiderava, si voleva già un'Italia unita, a prezzo di qualunque sacrifizio, e si odiava ogni cosa che a questa unità fosse sembrata avversa. Ebbene i Longobardi erano stati sul punto di dominar tutta Italia, e solo il Papato aveva potuto, col chiamare i Franchi, fermare le loro conquiste. Se ciò non avesse fatto, l'Italia, fin dal nono o decimo secolo, avrebbe potuto essere una nazione unita come la Francia. Era allora già risorta fra noi quella scuola che, sin dai tempi del Machiavelli, aveva veduto nel Papato la cagione funesta delle divisioni d'Italia. E, come era naturale, questi Ghibellini del secolo XIX, confutando le opinioni del Savigny, esaltarono i Longobardi, si provarono a lodarne la bontà e l'umanità, maledissero il Papa, che aveva impedito il loro universale e permanente dominio in Italia. Ma v'era un'altra scuola politica, che invece sperava il risorgimento d'Italia dal Papa, e questa, che prevalse poi nella rivoluzione del 1848, prese a sostenere l'opposta sentenza, e trovò i suoi due piú illustri rappresentanti nel Manzoni ed in Carlo Troya. Ad essi non fu difficile provare che, in fin dei conti, i barbari erano poi stati barbari davvero; che avevano ucciso, distrutto, calpestato ogni cosa, e che il Papa, col chiamare i Franchi, qualunque fine avesse avuto, era pure stato di qualche aiuto alle moltitudini duramente oppresse. I Franchi, infatti, sollevarono alquanto le popolazioni latine, permisero l'uso della legge romana, dettero nuovo potere ai Papi ed ai vescovi, che contribuirono di certo al risorgimento dei Comuni. Cosí, con opposti intendimenti, le medesime opinioni venivano sostenute al di qua e al di là delle Alpi. In questa disputa, senza che gli scrittori stessi ne fossero sempre consapevoli, l'erudizione era sottoposta a fini politici; la serenità e la verità storica ne soffrivano non poco. Il Balbo, il Capponi ed il Capei, inclinando chi piú da un lato, chi piú dall'altro, vennero poi a sostenere opinioni assai temperate, e con la loro dottrina portarono sulla questione moltissima luce.
In vero la difficoltà principale nasce tutta dal perché pochi si vogliono persuadere, che nel Medio Evo, come in tutta quanta la storia moderna, si trova sempre l'azione vicendevole, continua di due popoli, latini e germanici, e che delle piú grandi rivoluzioni politiche, sociali, letterarie, non è mai possibile dar tutto il merito ad uno di essi solamente. Anzi là dove sembra piú evidente che si tratti dell'assoluta prevalenza d'uno di essi, bisogna andare tanto piú guardinghi, e cercar la parte che spetta all'azione dell'altro. A pesare poi e misurare equamente i vicendevoli diritti, che essi hanno nella storia, meglio assai d'un sistema ispirato da idee politiche, riuscirebbe una descrizione imparziale. Quando, in vero, i fatti sono bene accertati, il sistema non è piú necessario, perché le idee generali risultano naturalmente da essi. Se qui fosse permesso portare il paragone di tempi molto diversi, si potrebbe osservare, che nel secolo XVIII la letteratura francese invase la Germania, fu generalmente imitata, e ne derivò, per conseguenza inaspettata, un rinnovamento della letteratura nazionale tedesca. Sarebbe egli necessario, per esaltare il carattere nazionale di questa letteratura, sostenere che quella grande diffusione dei libri francesi fu sognata dagli storici? Piú tardi la bandiera francese entrò in quasi tutte le città della Germania, ed il popolo tedesco fu umiliato, calpestato. Da quel momento noi vediamo lo spirito nazionale tedesco rinnovarsi e ridestarsi vigorosamente. Dovremo dire che questo ridestarsi fu opera dei Francesi? Non val meglio descrivere gli eventi come seguirono, lasciando da un lato le teorie prestabilite? Comprendo bene l'abisso che sépara questi fatti recenti dagli antichi; ma pure mi sembra che avesse ragione il Balbo, quando osservava, che l'essersi potuto disputare sull'origine dei Comuni con tanto ardore e con tanta dottrina, cosí lungamente dalle due scuole opposte, dimostrava che la verità non era né tutta da un lato, né tutta dall'altro. Noi accenneremo dunque rapidissimamente le conclusioni che ci paiono piú ragionevoli.
Ognuno sa che, dopo le prime incursioni dei barbari, i quali devastarono l'Impero e piú volte saccheggiarono anche Roma, vi furono in Italia cinque vere e prorie invasioni. Odoacre con una banda di ventura, composta di gente raccolta in paesi diversi, alla quale si dette generalmente il nome di Eruli, fu colui che vibrò il colpo di grazia nell'anno 476, e divenne padrone d'Italia per piú di dieci anni, senza quasi governarla, solo pigliando il terzo delle terre. Ma dalle sponde del Danubio s'era mossa una gente nuova, che portava il nome di Goti, divisi in Visigoti ed Ostrogoti. I primi, sotto il comando d'Alarico, avevano già prima assediato e saccheggiato Roma; i secondi vennero nel 489, comandati da Teodorico, e furono ben presto padroni di tutta Italia. Il regno di Teodorico fu molto lodato. I capi di questi primi barbari avevano spesso passato parte della loro vita servendo nelle legioni romane, e avevano qualche volta ricevuto educazione romana; sentivano perciò anch'essi una grande ammirazione per la maestà dell'Impero, che nell'ebbrezza delle loro vittorie venivano ora a distruggere. Teodorico ordinò il governo; prese, secondo il costume barbarico, un terzo delle terre pei suoi; lasciò ai Romani le loro leggi, i loro magistrati. In ogni provincia fu un conte che ne ebbe il governo, e giudicò gli Ostrogoti; i Romani s'amministrarono colle proprie leggi, e con esse erano giudicati da un tribunale misto delle due genti. Ma a poco a poco il governo di Teodorico divenne sempre piú duro e meno tollerabile ai Romani, che dopo la sua morte si sollevarono contro i suoi successori, e chiamarono in aiuto i Greci dell'impero d'Oriente. Una tal sollevazione peggiorò assai le loro condizioni, giacché i Goti, per sostenersi, cominciarono ad uccidere i Romani, a togliere la libertà e le istituzioni che avevano ad essi lasciate, ordinando un governo militare e assoluto. Questo governo trovarono Belisario e Narsete, quando vennero da Costantinopoli a liberare e riconquistare gl'Italiani; questo governo imitarono coi loro duchi o duci. Gli Ostrogoti avevano dominato l'Italia per cinquantanove anni (493-552), e i Greci la tennero ben altri sedici (552-568). Fu anch'esso un governo tutto militare, sotto il generalissimo Narsete; i duci, i tribuni, i giudici minori erano nominati in nome dell'Impero. I nuovi venuti presero al solito una parte delle terre, che ora andò probabilmente al fisco. La loro tirannia fu diversa, perché non di barbari, ma di uomini corrotti e quindi anche piú dura.
I Greci avevano cacciato i Goti, ed i Longobardi vennero a cacciare i Greci. A poco a poco essi progredirono nelle loro conquiste, ed in quindici anni furono padroni di tre quarti d'Italia, lasciando solo alcuni lembi di terra, piú specialmente verso il mare, ai Greci, che non poterono mai cacciare del tutto. Misero profonde radici nel suolo italiano, dove restarono per piú di due secoli (568-773), dominando con assai dura tirannia. Presero il terzo delle terre, tennero quasi come servi gl'Italiani, non rispettarono né le leggi, né le istituzioni romane. Sotto di essi parve distrutta l'antica civiltà, e s'apparecchiarono i germi della nuova, i cui primi passi restano ancora in una grande oscurità. Tutte le dispute intorno alle origini dei nostri Comuni cominciarono appunto dall'esame delle condizioni in cui erano gl'Italiani sotto i Longobardi. Se l'antica tradizione fu spezzata, e ne cominciò un'altra del tutto nuova, ciò fu sotto il dominio longobardo. Se essa, invece, fu solo profondamente alterata, per poi rinvigorirsi e rinnovarsi, ciò dovette seguire nel medesimo tempo.
Se non che, là dove il dominio greco era restato, una piú incerta e debole signoria lasciava le popolazioni meno oppresse; laonde sin dal settimo e ottavo secolo si videro sorgere a nuova vita alcune città. Il Comune incominciò presto a formarsi anche in Roma, dove era assai cresciuta la potenza del Papa, nemico dei Longobardi, i quali, venuti fra noi di religione ariana, cominciarono col non rispettare i vescovi cattolici, né il clero minore, nessuna cosa sacra o profana, e piú tardi minacciarono la stessa Città eterna. Cosí, per salvarsi da un nemico esoso e vicino, il Papa invitava i Franchi a liberare la Chiesa e l'Italia dalla oppressione, ed essi vennero fra noi, condotti prima da Pipino, poi da Carlo Magno, che cacciò i Longobardi, rafforzò con donativi di terre il Papa, il quale poté sin d'allora apparecchiare il suo dominio temporale. In compenso di ciò, Carlo fu coronato imperatore, e venne cosí restaurato l'antico impero d'Occidente col nuovo impero dei Franchi, cui successe poi il sacro Impero romano-germanico.
Ed allora il disfacimento delle istituzioni barbariche, che già era cominciato in Italia, divenne assai piú rapido. Si vide nella società italiana un fermento, che annunziava il principio d'un'èra novella. Si trovavano accanto, e mescolate insieme, istituzioni, consuetudini, leggi, tradizioni longobarde, greche, franche, ecclesiastiche e romane. Segue un lungo e violento tumulto d'uomini e di cose, in cui il nome italiano appena si ode. Tutte le vecchie e le nuove istituzioni sembrano lottare fra loro, ed invano cercano impadronirsi della società, quando a un tratto sorge il Comune, che risolve il problema, e l'èra delle libertà incomincia. Come dunque è sorto il Comune? Ecco la stessa domanda, che continuamente ricomparisce.