Noi non vogliamo qui seguire quei dotti, che dalla frase incerta d'un antico codice, dalla dubbia espressione d'un cronista hanno voluto cavare ingegnose e complicate teorie. È certo che l'Impero romano era un aggregato di municipî, i quali s'amministravano da sé stessi. La città era la molecola primitiva, la cellula, se cosí può dirsi, della grande società romana, che incominciò a sfasciarsi, quando nella capitale venne a mancare la forza di attrazione necessaria a tenere unito un cosí gran numero di città, separate da vastissime campagne, deserte o popolate solo da schiavi che le coltivavano. I barbari, invece, non conoscevano il vivere cittadino, ed il Gau o Comitatus (onde la parola contado), in cui erano appena embrioni di città o piuttosto villaggi, che qualche volta venivano bruciati, nel trasferirsi delle genti da un luogo ad un altro, era come l'unità primitiva della società germanica. Il conte coi suoi giudici comandava e giudicava nel comitato; i capi delle schiere erano a lui sottoposti, e divennero poi baroni. Piú comitati uniti formarono i Ducati o Marchesati, in cui l'Italia fu allora divisa, e tutto il popolo invasore era comandato da un re eletto dal popolo.
Quando adunque i popoli germanici si sovrapposero ai latini, il Gau si sovrappose alla città, che anzi divenne parte di esso. E i conti, come capi militari, comandarono la terra conquistata, della quale i vincitori presero un terzo. Cosí fecero i Goti; cosí fecero i Greci, ponendo i loro duci là dove avevano trovato un conte; cosí fecero i Longobardi. Se non che, la signoria di questi ultimi fu, massime nei primi tempi, assai piú dura, e la loro storia è molto oscura. Essi cominciarono coll'uccidere i piú ricchi e potenti Romani; presero, a quanto pare, il terzo non delle terre, ma della rendita, lasciando cosí i popoli oppressi senza proprietà libera, e quindi in una condizione anche peggiore. I Goti avevano lasciato i Romani vivere a lor modo, ma i Longobardi non rispettarono nessuna legge, nessun diritto, nessuna istituzione dei vinti. In tutti gli ufficî regi, in tutti gli atti pubblici, osserva a questo proposito il Manzoni, non si trova mai un personaggio italiano, nemmeno immaginario.[9] Ma da un'assoluta tirannia, da una vera e propria soggezione, alla distruzione totale d'ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni istituzione romana ci corre un gran tratto. Perché i Longobardi, che qualcuno fa ascendere a circa 130,000 uomini, avessero potuto davvero estinguere la vita romana per tutto, bisognerebbe supporre un'azione governativa cosí ordinata, disciplinata, costante, permanente, che sarebbe irreconciliabile con lo stato barbarico di quella gente. Come potevano essi, incapaci di comprendere la vita romana, inseguirla per tutto, ed estinguerla? Ammesso pure, quistione del resto anch'essa disputata, che ai Romani non fosse lasciata nessuna proprietà libera; ammesso che il diritto romano non fosse stato legalmente riconosciuto mai, né rispettato da' Longobardi, non ne viene per conseguenza, che quel diritto, che ogni avanzo di civiltà romana fosse allora distrutto. Piú giusta assai e piú credibile sembra l'opinione di coloro i quali sostennero, che i Longobardi, venendo in Italia, pensassero molto piú a sé che agl'Italiani, pei quali non provvedessero legalmente nulla, contentandosi di tenerli sottoposti al loro arbitrio.[10] Cosí i vinti, nelle loro relazioni private, e dovunque l'azione del governo barbarico non arrivava, poterono continuare a vivere col diritto romano, con le loro secolari consuetudini. I Romani ed i Longobardi restano, in vero, sulla terra italiana come due popoli fra loro estranei; la fusione tra vinti e vincitori, altrove cosí facile, dopo due secoli si dimostra in Italia sempre difficile. La tenacia e la persistenza della stirpe latina fra di noi è tale, che i vinti possono piú facilmente essere ridotti in ischiavitú o uccisi, che perdere la personalità loro. Infatti, appena che la necessità delle cose e il lungo convivere avvicinano i vincitori ai vinti, diviene inevitabile ai barbari far larghe concessioni alla civiltà dei Latini, che par sempre estinta e sempre si ritrova in vita. Come comprendere altrimenti quel piegarsi, a poco a poco, del diritto longobardo sotto la forza maggiore del diritto romano; come spiegare quella specie di nuovo diritto che sorge col tempo, e che il Capponi chiama quasi edifizio romano su germaniche fondamenta?
A misura che i Longobardi si fermano stabilmente in Italia, essi cominciano a vivere nelle città, che non poterono mai distruggere del tutto; cominciano a desiderare una proprietà stabile, e però, al tempo del re Autari, invece del terzo dei frutti, presero una parte anche maggiore delle terre. Il che, se da un lato aggravò la condizione dei vinti, dall'altro, lasciando ad essi una libera proprietà, la migliorò grandemente.[11] E se, come osserva il Manzoni, noi non troviamo alcun regio ufficiale, né grande né piccolo, di sangue romano, è certo del pari che i Longobardi avevano pure bisogno di amministratori, di costruttori, di artefici, e dovettero perciò ricorrere ai Romani, in ciò tanto piú abili di loro. Il che fece che le antiche Scholae o associazioni di Arti si mantennero in vita per tutto il Medio Evo, come sappiamo anche dei maestri comacini, alla cui opera spesso ricorsero i vincitori. Per quanto rozza e scomposta fosse la forma, in cui queste associazioni poterono resistere all'urto barbarico, pure erano un elemento dell'antica civiltà, di cui in qualche modo mantennero il filo non interrotto. Intorno ad esse rimanevano pure, come abbarbicati, altri avanzi e tradizioni della stessa civiltà, e quando ogni altra forma di governo, ed ogni protezione mancò agli abitanti delle città, quelle associazioni poterono pigliar qualche cura del pubblico bene. Lo stesso antico municipio, che si trovò in sul principio abbandonato alle proprie forze, non chiuse qualche volta le porte della città ai barbari, difendendosi, quasi governo indipendente? Non riuscí qualche volta a respingerli? Vinto, domato, calpestato, si può supporre che fosse per tutto ugualmente distrutto, scomparso per fino dalla memoria dei Latini, in modo da doverlo supporre, quando torniamo a vederlo, risorto per opera dei popoli germanici, o sia di popoli che non avevano conosciuto le città prima di venire fra noi? Non cominciarono le città greche del mezzogiorno d'Italia a risorgere fin dal VII e VIII secolo, al tempo cioè dei Longobardi, e certamente non per opera di tradizioni germaniche? Non sorse nello stesso tempo il Comune romano? E se gli antichi municipî, caduti sotto i Longobardi, e quindi piú crudelmente oppressi, aspettarono ancora quasi quattro secoli, non seguirono allora anch'essi l'esempio delle città sorelle? Che significa la tradizione tanto diffusa, che solo nella greca Amalfi, esempio d'indipendenza e libertà alle altre repubbliche, Pisa poté trovare e prendere colla forza il volume delle Pandette romane, che conservò come il suo piú prezioso tesoro? Tutta la storia posteriore del Comune non è forse una lotta continua della risorta gente latina contro gli eredi della gente germanica? Che se la civiltà latina era stata totalmente distrutta, strano davvero sarebbe che i morti si levassero poi a combattere ed a battere i vivi. A noi dunque par chiaro che i Longobardi nulla lasciarono per legge ai vinti, ma che pur non poterono realmente toglier loro ogni cosa; molto tollerarono o non videro, e la tradizione, la consuetudine, la persistenza della razza mantennero vivi gli avanzi della civiltà latina. Cosí solo si riesce a spiegar come, dopo una lunga e dura oppressione, la quale sembrava avere distrutto ogni cosa, non appena che incominciò a seguire qualche strappo in quella forte catena di barbari, che stringeva cosí crudelmente le popolazioni italiane, subito risorsero le istituzioni latine, e riguadagnarono il terreno perduto.
La società barbarica aveva non solo una forma, ma anche un'indole essenzialmente diversa dalla latina. Quello che s'è chiamato individualismo germanico, a differenza della sociabilità latina, era il suo carattere predominante. Si osserva una tendenza costante a dividersi in gruppi separati e indipendenti. Era un corpo il quale, quando perdeva quella forza d'unione e di coesione, che gli veniva dal moto e dall'impeto della conquista, subito si sminuzzava, si sgretolava. Dalla vita nomade e selvaggia, dal sangue stesso pareva che i barbari avessero ereditato una personalità e indipendenza eccessiva, che rendeva loro difficile il sottomettersi lungamente ad una comune autorità. Cosí colla pace cominciavano subito a manifestarsi i germi d'una divisione che li indeboliva. In fatti, quando i Longobardi s'ebbero assicurata la conquista di quasi tutta Italia, la divisero in trentasei Ducati, governati da duchi indipendenti e signori assoluti in ciascuno di essi. Sotto i duchi erano qualche volta i conti, che abitavano le città secondarie, e comandavano nei Comitati; nelle città ancora piú piccole si trovano spesso gli sculdasci. Duchi, e sculdasci giudicavano, secondo il diritto longobardo, in compagnia dei giudici assessori, che sotto i Franchi si maturano negli scabini. I capi delle schiere, poco a poco, si resero padroni di castelli e ne divennero poi signori quasi indipendenti. V'erano i gasindi uffiziali regi, anch'essi potentissimi. E come i duchi finirono col dichiararsi indipendenti dal re, cosí il conte e gli sculdasci desideravano indipendenza dal duca, sebbene ancora non vi riuscissero. Pei vinti non v'era, nel primo secolo della conquista, diritto né protezione riconosciuta, e neppure l'autorità del clero e dei vescovi veniva rispettata. L'oppressione fu cosí dura, che nella storia del dominio longobardo, sembra che il popolo oppresso non esista, ed in nessuna piú favorevole occasione si vede mai un serio e vero tentativo di rivolta. Non bastò a muoverlo neppure l'esempio delle città libere del mezzogiorno.
Se non che, come già abbiamo accennato, era cresciuta di molto la potenza della Chiesa, la quale non sapeva tollerare la superbia ed oltracotanza di questi barbari, che per essa avevano assai poco rispetto. Quindi il Papa pensò di cacciare uno straniero con un altro, ed invitò i Franchi a venire in Italia. Carlo Magno, primo fondatore del nuovo Impero non poteva avere pei Latini, dei quali s'era pur molto vantaggiata la rinascente civiltà de' suoi Stati, quel barbarico disprezzo rimasto inestinguibile nei Longobardi. Egli voleva estendere le sue conquiste, il suo potere; voleva rafforzare il Papa, per esser da esso consacrato e moralmente aiutato. Venne quindi in Italia, e la già disgregata famiglia dei Longobardi mal poté resistere alla forte unità franca, ringagliardita dalle sue vittorie. Invano i Longobardi s'erano già eletto un re e gli prestavano obbedienza, invano s'apparecchiarono alla difesa; dopo 205 anni di dominio sicuro e quasi non contrastato, il loro regno cadde per sempre. Nel 774 Carlo Magno era padrone della terra italiana, e l'anno 800 venne in Roma coronato dal Papa imperatore. L'Impero occidentale era cosí ricostituito e consacrato sotto nuova forma, separato affatto e indipendente da quello d'Oriente. I Franchi tolsero ai Longobardi tutto il loro dominio, meno il ducato di Benevento nell'Italia meridionale. Il Papa, coll'assumersi il diritto di consacrare l'Imperatore, da cui ricevette grandi donativi e promesse di terre, ne crebbe assai di potenza. Roma però si reggeva a libero municipio; anche Venezia, come le città greche del mezzogiorno, era già sorta a libertà. Tale era lo stato d'Italia dopo l'ultima invasione di barbari, quella cioè dei Franchi.
Questi nuovi padroni, al solito, presero il terzo delle terre; ma la condizione degl'Italiani fu allora assai migliorata. La legge romana venne riconosciuta come legge dei vinti, il che è segno evidente che nei due secoli di dominazione longobarda essa non era poi morta davvero. Carlo Magno sollevò di molto lo stato dei Latini, che innalzò qualche volta sino agli onori, ossia ufficî di nomina regia. Ma ciò che dette carattere proprio al suo regno in Italia, fu il nuovo ordinamento che vi fondò. Distrusse la potenza dei duchi, minacciosi troppo all'unità dell'Impero; sollevò in lor vece i conti. Neppure nelle Marche, o sia province limitrofe, nelle quali piú Comitati restavano uniti, egli volle un duca; ma vi pose invece i marchesi (Mark-grafen, Praefecti limitum). In questo modo l'antica unità del comitato o Gau ritornava ad esser la base della nuova società barbarica. Ma Carlo Magno andò piú oltre ancora; cominciò a dare ufficî, terre, possessi in beneficio, cioè a dire in feudo, e quindi sotto condizione d'un servizio militare obbligatorio. Questo fu il principio d'una rivoluzione sociale, cominciata forse prima di lui, ma portata ora a compimento col nome di feudalismo. Né solo l'Imperatore, ma i re, i conti, i marchesi, per avere buon numero di vassalli, dettero terre, rendite, uffici in feudo. Cosí si creò un numero infinito di nuovi potenti, vassalli, valvassori, e valvassini, che erano i minimi. A poco a poco la forma di tutta la società del Medio Evo divenne feudale: la terra, con gli uomini che la coltivavano, fu concessa con l'obbligo di prestare insieme con essi un servizio militare. I medesimi privilegi, i medesimi obblighi accompagnavano ogni concessione di dominî o ufficî, ed anche a questi era quasi sempre unita la concessione di terre o di rendite. Cosí quella tendenza della stirpe germanica a dividersi e suddividersi in piccoli gruppi, veniva soddisfatta, ed in pari tempo l'Impero, le città, la Chiesa stessa rivestivano forma feudale. I vescovi ben presto divennero anch'essi possessori di benefizî, e di grado in grado salirono a sempre maggiore potenza, fino a che li troviamo come altrettanti conti o baroni. Essi ricevono per sé e pei loro sottoposti la immunità dai tribunali e dalle leggi ordinarie, altro vantaggio inestimabile, che doveva contribuire a farli piú indipendenti, a creare grandi nuclei di popolazioni a loro sottoposte. Il feudalismo adunque è un nuovo ordinamento, una nuova aristocrazia affatto germanica, e nello stesso tempo è il principio d'una profonda rivoluzione nella società barbarica, rivoluzione che dovrà continuare, estendersi in mezzo a molte vicende. A poco a poco la Corona comincerà ad esentare i benefizî o feudi dei vassalli dall'autorità del conte, per dichiararli ereditarî, con una serie di leggi, che tendevano tutte a sollevare i minori potenti contro i maggiori, a dare sempre piú forza all'autorità regia, ma che riuscirono invece ad aprire la via del riscatto al popolo oppresso. Tutto ciò, per altro, non era anche visibile sotto Carlo Magno; egli ordinò il feudalismo, tenne unito e fiorente l'Impero, che poco dopo la sua morte (814) si sciolse in varî regni.
In Italia il dominio dei Franchi durò sino alla morte di Carlo il Grosso, seguita nell'888. E durante questo dominio di 115 anni, la rivoluzione da noi accennata seguí costantemente il suo cammino. Crescevano per tutto i benefizî o feudi, e crescevano del pari, d'anno in anno, le esenzioni. Si concedevano ai vescovi piú che agli altri, perché i benefizî dati ai laici, si trasmettevano agli eredi, e cosí li rendevano troppo potenti. Di tutto ciò, insieme coi vescovi, profittavano le città in cui essi abitavano. Dapprima vi dominava solo il conte, meno che nella parte di patrimonio regio, la quale era detta gastaldiale, perché vi comandava il gastaldo; poi aumentò la potenza del vescovo, ed allora un'altra parte fu esentata, e divenne vescovile. A poco a poco questa parte s'estese a quasi tutta la città: molte di esse si trovano infatti comandate dal solo vescovo. Cosí s'indeboliva la fibra, e, quasi direi, si smagliava la società barbarica, con un metodo utile a tenerla soggetta all'autorità suprema del re, se non vi fosse stato un popolo, che si credeva morto, ma che pure era vivo e vicino a sollevarsi contro i nobili, i re, gl'imperatori, contro i vescovi e contro i papi.
Due rivoluzioni, adunque, hanno luogo successivamente in favore della libertà, cominciate ambedue sotto i Carolingi, e continuate sotto i loro successori. La prima indebolisce e snerva la società barbarica, che in Italia trova un terreno poco adatto a fecondarla; la seconda apparecchia il sorgere dei Comuni. Colla morte di Carlo il Grosso cessa il regno dei Franchi e cessano finalmente le invasioni dei barbari. I popoli germanici s'erano fermati sulla terra italiana, e cominciavano ad incivilirsi. L'Italia però doveva ancora traversare una serie di rivoluzioni e d'anni tristissimi. Nello sciogliersi dell'Impero franco, s'erano visti conti e soprattutto i marchesi, i quali ultimi, riunendo piú comitati, erano come tanti duchi, sorgere a strane pretese, tentando di formare addirittura Stati indipendenti, e spesso finire col riuscirvi. Infatti, anche oggi, molte delle famiglie regnanti sono discendenti di conti e di marchesi franchi. Invano s'erano dati benefizî ed immunità per indebolirli affatto: la loro potenza non si poteva cosí presto estinguere. Ed in vero nella stessa Italia, dove la diversità del paese, l'indole tenace d'un'antica civiltà non mai scomparsa del tutto, che anzi cominciava adesso a rifiorire; dove il Papato ed i Greci bizantini avevano impedito l'assoluto trionfo della società germanica; nella stessa Italia sorgono pure conti e marchesi feudali a disputarsi la corona reale. Seguirono lunghi anni di nuove desolazioni e di lotte, che si chiusero col lasciare finalmente l'ambita corona in mano di re e d'imperatori tedeschi. Disputarono e combatterono dapprima Berengario del Friuli e Guido di Spoleto, con altri conti e marchesi italiani o stranieri, un re di Germania, due di Borgogna, e finalmente Ottone re di Germania, che restò vincitore. Furono piú di settanta anni di guerre continue, durante le quali, per la prima volta, regnarono in Italia re italiani, con dominio però sempre incerto e contrastato. S'ebbero poi circa quarant'anni di pace (961-1002), nei quali governarono Ottone I, II e III, e di nuovo un italiano, il marchese Arduino d'Ivrea, contese ai re tedeschi la corona d'Italia. Ma egli fu vinto nel 1014 da Arrigo di Germania, soprannominato il Santo, a cui successe Corrado della casa di Franconia o Salica.
Questi due sovrani tedeschi compierono la rivoluzione feudale da noi accennata, che i Carolingi avevano cominciata, gli Ottoni proseguita, e che pure non era bastata ad assicurare l'alto dominio dei re ed imperatori in Italia. In ogni modo, siccome gli Ottoni avevano moltiplicato a piú potere le esenzioni dei minori vassalli dall'autorità dei conti e dei marchesi, e moltissime città italiane avevano date ai vescovi, e siccome da tali e tante esenzioni venne assai agevolato il risorgimento dei Comuni, cosí è che nacque l'opinione di coloro i quali vorrebbero di questo risorgimento attribuire agli Ottoni il merito principale. Ma lo scopo degl'imperatori era stato ben altro, e non lo avevano raggiunto. Essi volevano diminuire la forza di quelli che potevano contrastar loro la corona, come di fatto fu minacciato nella sollevazione del marchese d'Ivrea. Per questa ragione Arrigo il Santo andò oltre nel sollevare i maggiori feudatarî a danno dei possessori di onori, che erano appunto i conti ed i marchesi, i quali ultimi furon da lui quasi annullati. Corrado il Salico portò quest'opera a maggior compimento, favorendo anche i minori feudatarî, e dichiarando ereditarî i benefizî. Da quel momento la vittoria dei re ed imperatori tedeschi sull'aristocrazia feudale fu assicurata, perché i vassalli, una volta padroni dei loro feudi, venivano sotto la dipendenza diretta della Corona, e cosí l'orgoglio dei grandi signori era fiaccato per sempre. Ma non era fiaccato il nuovo orgoglio popolare, divenuto tanto piú potente, quanto meno era stato avvertito.
È certo adunque che, per una moltitudine di fatti, le condizioni della gente romana erano andate continuamente migliorando; che la società feudale, per opera degli stessi sovrani, si sfasciava e sfibrava di giorno in giorno sempre piú; che la civiltà latina, per forza naturale delle cose, risorgendo, alterava, assimilava e smaltiva i principî della società germanica. Prima che le due stirpi si combattessero, le tradizioni dei vinti avevano piú volte combattuto e superato quelle dei vincitori, dai quali era stato già accettato in molte parti il diritto romano, quando i vinti d'una volta chiesero la sanzione dei loro municipali Statuti.