[241]. Lami, Antichità toscane, Lezione XV, Passerini, Istituti di Beneficenza — Il Bigallo: Firenze; Le Monnier, 1853.

[242]. Vedi Statuta Populi et Communis Florentiae, pubblicati colla data di Friburgo, Vol. I; Cantini, Saggi, Vol. III, cap. XVI; Delizie degli Eruditi Toscani, Vol. IX, pag. 256 e seguenti.

[243]. Il Villani dice: «Levarono la signoria alla podestà che era allora in Firenze, e tutti gli ufficiali rimossono» (VI, 39). Il Malespini copia al solito il Villani (cap. 137). Ma leggendo piú oltre si vede chiaro, che il Podestà continuò ad essere eletto, che fu costruito per esso un palazzo, e che il cronista vuol dir solo: fu mutata la forma di governo, furon tolti d'ufficio coloro che governavano. La parola podestà è ivi adoperata in senso generico di magistrato supremo.

[244]. Villani, VI, 39 e 40. V. anche Coppo Stefani.

[245]. Attribuito a Lapo o Iacopo, creduto maestro d'Arnolfo.

[246]. Villani, VI, 39.

[247]. Marchionne di Coppo Stefani, nella sua Storia fiorentina (Lib. II, rubr. 63), parlando della prima divisione de' Guelfi e Ghibellini, dice: «Quasi tutte le famiglie che teneano ghibellina parte, cioè con Imperio, erano nobili del contado, perché teneano feudo o castella dell'Imperio». E l'Ammirato, che aveva assai studiato le cronache e i documenti del tempo, facendo discorrere i popolani, a proposito appunto delle riforme del 1250, dopo aver notato che gli Uberti, come capi dei nobili, eran la cagione di tutti i mali di Firenze, ecco in che modo fa continuare il discorso: «Chi ora sono i dissipatori dei nostri beni e delle nostre fatiche, con le immoderate tasse e imposte, se non gli Uberti? Questi dispettosi uomini reputarono per cosa onorata, fra gli altri lor belli e nobili costumi, d'esser nostri nimici; perciocché vantandosi d'essere discesi dai principi d'Alemagna, chiamano noi altri villani e contadini, e ci disprezzano, come fossimo composti d'un'altra massa.» Ammirato, Storie, Lib. II, ad annum.

[248]. Infatti il Villani ne parla solo assai piú tardi. La loro esistenza però apparisce dai documenti. Uno ne dà l'Arch. Stor. Ital., S. III, Vol. 23, pag. 222. Doc. del 30 apr. 1251. Vedi M. di Coppo Stefani, rub. 90.

[249]. Giannotti, Opere, ediz. Le-Monnier, Vol. I, pag. 82.

[250]. Machiavelli, Storie, Lib. II. A questo proposito sarà bene riconfermare l'osservazione da noi fatta altra volta, che il Machiavelli, cioè, assai spesso è tanto poco esatto nel determinare i fatti, quanto è profondo nell'indagarne il carattere e lo spirito. Finito il primo libro delle sue Storie, in cui fa una generale introduzione sul Medio-Evo, comincia nel secondo a narrare la storia di Firenze. Egli è, dopo L. Aretino, il primo che abbandoni quasi del tutto i favolosi racconti dei cronisti sulle origini, ed incominci coi fatti veramente storici. Se crede ancora alla distruzione di Firenze per opera di Totila, ed alla sua riedificazione per opera di Carlo Magno, non che alla distruzione di Fiesole, nel 1010, pei Fiorentini, noi possiamo facilmente scusare questi errori, pensando quanti altri racconti leggendari abbandonò, e quanto tempo ci è voluto, per trovare la verità storica in quelle tradizioni meno incredibili, che egli ancora seguiva. Se non che, il Machiavelli va quasi d'un salto dal 1010 al 1215, senza nulla dirci della prima e seconda costituzione di Firenze, né dei moltissimi fatti d'armi, né delle rivoluzioni politiche che in quel tempo seguirono. Ed in ciò tutti i cronisti potevano aiutarlo. Egli ancora pone la prima radice, e l'unico principio delle discordie dei Fiorentini nel fatto del Buondelmonti, e da questo errore potevano anche i cronisti, e doveva il suo acume storico salvarlo. Continuando poi a dimostrare la piú singolare e strana noncuranza, salta nuovamente dal 1215 al 1250, per dirci che allora Guelfi e Ghibellini si posero d'accordo, e «parve loro tempo da pigliar forma di vivere libero», quasi fosse questa la prima volta, che i Fiorentini pensassero ad ordinarsi in libertà. Ora noi abbiamo visto come nel 1115 la libertà e la prima costituzione fiorentina furono fondate, e come quella del 1250 non era la prima, ma la terza costituzione, e non fu fatta dai Guelfi e dai Ghibellini d'accordo, come dice il Machiavelli, ma dai popolani guelfi a danno dei nobili ghibellini. Né ciò è tutto. Il Machiavelli continua: «e per levar via le cagioni delle inimicizie che nei giudicii nascono, provvidero a due giudici forestieri, chiamato l'uno Capitano e l'altro Podestà, che le cause cosí civili, come criminali, intra i cittadini occorrenti giudicassero». E cosí riduce questi due magistrati politici a semplici giudici; non pone alcuna differenza fra di essi, e non osserva che se il Capitano veniva creato adesso, il Podestà esisteva già da piú di un mezzo secolo. Egli dice del pari che, per dare maestà agli eserciti, fu nel '50 ordinato il carroccio, che già da piú tempo era in uso presso i Fiorentini. E nel determinare l'ordine degli eserciti, dimostra una uguale trascuraggine, né pone differenza alcuna tra le milizie del Comune e quelle del Popolo, sebbene i cronisti apertamente ne parlino. «Poiché avemo,» cosí scrive il Villani, «detto de' gonfaloni e insegne del Popolo, è convenevole che facciamo menzione di quelle de' cavalieri e della guerra». Con tutto ciò Machiavelli riman sempre colui che meglio d'ogni altro definisce il carattere generale delle rivoluzioni fiorentine, ogni volta che si ferma a parlarne, massime dopo il 1250.