transcripsi, pubblicavi rogatus.

Capitolo IX[128] LA REPUBBLICA FIORENTINA AI TEMPI DI DANTE

I

La Repubblica Fiorentina, dopo gli Ordinamenti di giustizia (1293) e la cacciata di Giano della Bella, entra in un periodo di straordinaria, quasi vertiginosa confusione. I fatti sono assai noti, perché questo è il momento in cui comincia quella splendida serie di cronisti e di storici fiorentini, i quali raccontano, coi piú minuti particolari, tutto ciò che hanno essi stessi veduto. E i moderni vi sono tornati sopra, rovistando gli archivi, massime il professor Del Lungo, il quale recentemente ha dato prova d'una diligenza e di una dottrina che non si potrebbero lodare abbastanza. Pure io credo che non sia inutile provarsi a raccogliere questi fatti, ricercandone l'unità organica, per vedere donde essi muovano, dove vadano, e cosí spiegare, se è possibile, la causa di tanta confusione ed il significato vero delle nuove rivoluzioni. Aggiungerò anzi che questa ricerca può avere una grande importanza storica, perché noi siamo al tempo in cui non solo incominciano un'arte, una letteratura ed una civiltà nuova; ma la vecchia società medioevale si decompone e sparisce, la società del Rinascimento incomincia a formarsi. Ed in mezzo a questi avvenimenti sorge gigantesca la figura di Dante, che ridesta subito una straordinaria attenzione, dà un grande valore a tutto ciò che lo circonda.

La storia di Firenze fino al 1293, noi lo abbiamo visto e ripetuto piú volte, è assai chiara: una serie di guerre e di rivoluzioni, con le quali il popolo guelfo della Città, prima assale i baroni feudali e ghibellini, che incastellavano tutte le colline d'intorno, impedivano il suo commercio, e, dopo averli vinti, demolisce i loro castelli, obbligandoli ad abitare dentro la cerchia delle mura, sotto le leggi del Comune. Ma allora il popolo è costretto a combattere ed abbattere gli avanzi del feudalismo, che tentava di ricostituirsi dentro la Città. Esso era stato già distrutto prima del 1293, lasciando dietro di sé i Grandi, cioè nobili che erano rimasti senza titoli e senza i loro antichi privilegi feudali. Gli Ordinamenti di giustizia che disciolsero le loro consorterie e li esclusero addirittura dal governo, avevano rafforzato invece le Arti ed il popolo, che fu allora padrone di Firenze, e colla nuova legge ebbe in mano un'arme efficacissima per continuare a perseguitare e battere i Grandi dinanzi ai magistrati. I nomi di Guelfi e di Ghibellini duravano ancora, ma avevano perduto il loro antico significato. La vecchia aristocrazia che aveva formato il nucleo vero del partito ghibellino, essendo ora scomparsa, la Città era divenuta tutta guelfa. Anche le condizioni generali d'Italia favorivano un tale stato di cose. Infatti, con la caduta degli Svevi, col trionfo degli Angioini, chiamati in Italia dai Papi, il partito guelfo aveva vinto in tutta la Penisola. La morte di Corradino (1268) era stata il funerale dei Ghibellini. La Francia trionfava sempre piú, e durante l'interregno imperiale, Filippo il Bello assumeva quasi le parti d'imperatore. Nello stesso tempo Bonifazio VIII dichiarava altamente, che il Papa era superiore a tutti i principi e re della terra, i quali dovevano, esso diceva, prestargli obbedienza.

Ma non perciò le divisioni cessavano in Firenze. E prima di tutto v'erano nel popolo stesso germi di future discordie, perché esso trovavasi diviso in popolo grasso o delle Arti maggiori, e popolo minuto o delle Arti minori, alle quali teneva dietro la plebe. Le maggiori, che facevano la grande industria, il grande commercio d'esportazione e d'importazione, erano sempre pronte ad intraprendere nuove guerre, le quali, opprimendo di tasse la Città, rendevano, se non impossibile, assai difficile quel lusso interno, di cui vivevano invece le Arti minori, che esercitavano in essa le piccole industrie. Ci voleva poco a mutare questo conflitto d'interessi economici in un conflitto politico, specialmente se si riflette, che le Arti maggiori s'erano impadronite del governo, e le minori ne erano escluse. Tuttavia, per ora almeno, il popolo minuto, sebbene numeroso e tumultuoso, non aveva coesione, né esperienza, né capi. Ma se mancava d'ogni vera forza politica, e non poteva ancora formare un partito, era tuttavia materia attissima a dar forza ai partiti che si fossero formati, che avessero saputo profittare del suo aiuto, cercando cosí di salire al governo.

I Grandi dall'altra parte, quantunque perseguitati, oppressi, battuti, non erano certo scomparsi, né erano senza autorità o senza accortezza. Un esempio se n'era avuto nella cacciata di Giano della Bella, che essi seppero riuscire un momento a far credere nemico del popolo, che di fatti lo abbandonò, ed a sollevargli contro la plebe. Se i Grandi non avevano piú la forza legale, avevano ancora la forza reale. Essi che si vantavano sempre d'aver vinto a Campaldino, erano veramente quelli che avevano in passato capitanato tutte le piú grosse guerre della Repubblica, ed anche ora si trovano piú assai dei popolani educati alle armi. Ricchi, nella città e nella campagna, di case, castelli e poderi, non erano distratti dal commercio; potevano piú facilmente darsi agli esercizi militari; e la materiale indipendenza di cui godevano, faceva loro piú vivamente sentire l'aculeo delle passioni politiche. A combattere il popolo grasso, era naturale che cercassero e trovassero favore nel popolo minuto. E cosí, riuniti insieme con questo formarono una gran massa di gente irrequieta e pericolosa; ma poco organica e tenuta fuori del governo, perché gli uni n'erano stati cacciati nel '93, gli altri non v'erano mai stati ammessi.

II

E qui si cominciò a vedere di che cosa fosse capace la sottile astuzia dei Fiorentini. Quell'arte d'essere padroni dello Stato senza parere, che piú tardi dètte, con sí grande fortuna la Repubblica in mano di Cosimo e Lorenzo dei Medici, i quali di fatto furon principi, sebbene restassero sempre legalmente privati cittadini; quell'arte fu trovata ora dai Grandi. Essa consisteva nel lasciare intatte le istituzioni repubblicane, non curandosi neppure di farne parte, cercando però che v'entrassero solo i propri amici. Mezzo principale a ciò erano gli uffici della Parte Guelfa, nei quali, come è noto, i Grandi erano ammessi, e cosí potevano, col dichiarar ghibellino un cittadino, farne confiscare i beni, ed escluderlo dal governo ogni volta che volevano. Se dunque non entravano nella Signoria, avevano pure un modo, piú o meno legale, per impedire che v'entrassero gli avversari piú odiati. Giano della Bella s'era bene avvisto del pericolo, e aveva cercato di porvi riparo; ma non arrivò in tempo, perché i Grandi riuscirono prima a farlo cacciare.

Un altro mezzo efficace per riafferrare il potere perduto, i Grandi lo trovavano nel cercare di riuscire ad esser padroni della scelta dei giudici, per poi agire sopra di essi personalmente. Molti di questi giudici, come il Podestà ed il Capitano del popolo, che dovevano essere anche cavalieri, cioè nobili, erano forestieri insieme coi loro notai, cancellieri e giudici subalterni. Essi decidevano non solo le cause civili e criminali, ma le politiche ancora. Al Podestà ed al Capitano, insieme col Gonfaloniere, spettava infatti l'applicazione degli Ordinamenti; ed inoltre il diritto pubblico si trovava allora talmente mescolato col privato, che non era possibile separar l'uno dall'altro. In origine anzi il Podestà, come abbiam visto, era stato poco meno che il capo del Comune. Comandava l'esercito, firmava i trattati di pace; e come gli storici antichi ricordavano gli avvenimenti di Roma sotto il nome dei Consoli, cosí i cronisti fiorentini registrarono quelli di Firenze prima sotto il nome de' suoi Consoli, poi sotto quelli dei Podestà. In sul finire del secolo XIII le cose erano però mutate. Colla distruzione del feudalismo, col progresso della civile eguaglianza e della cognizione del diritto romano, scemò la importanza politica di quei magistrati. Podestà e Capitano del popolo andarono sempre piú divenendo semplici giudici superiori. E però, tanto essi quanto i loro dipendenti, ebbero sempre minore autorità, minor forza; furono peggio pagati e meno rispettati, il che li rendeva piú facili alla corruzione ed a cadere sotto il dominio dei Grandi. Molti di essi venivano dalla Romagna, dalle Marche, moltissimi da Gubbio. Vissuti sotto le tirannidi, educati col diritto romano nello Studio di Bologna, ignoravano affatto, e spesso non riuscivano mai a capire il significato vero della lotta dei partiti in Firenze, e quindi neppure quello di leggi come gli Ordinamenti di giustizia, che erano sopra tutto leggi politiche. Ciò contribuiva non poco a renderli piú facilmente ciechi istrumenti di coloro che volevano impadronirsene. Tutta la letteratura di questo periodo infatti è piena di sanguinose imprecazioni contro «i tristi, i maledetti, i perversi giudici, rovina delle città».[129]