Cosí, col favore del popolo minuto e della plebe, con le ingiuste sentenze dei Capitani di Parte guelfa, con la corruzione dei giudici forestieri, i Grandi cercavano riguadagnare il terreno perduto, e impadronirsi nuovamente del governo. Né era del tutto impossibile riuscirvi, tanto piú che (come vedremo fra poco) essi avevano appunto allora potenti aiuti di fuori. Ma occorreva che fossero uniti, quello appunto che non era sperabile, perché essi erano composti d'elementi non solo diversi, ma anche eterogenei. Si poteva quindi fin d'ora prevedere che, prima o poi, la discordia sarebbe inevitabilmente e sanguinosamente scoppiata anche nel loro seno.

Dino Compagni osserva nella sua Cronica, che «i potenti cittadini non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti Grandi».[130] Essi infatti si componevano di antiche famiglie nobili, spogliate dei loro titoli e privilegi feudali; di antichi popolani, per moltiplicate ricchezze, saliti in alto; di coloro che il popolo dichiarava Grandi, a solo fine di punirli, escludendoli dal governo. E gli antichi nobili, come è naturale, guardavano con diffidenza e disprezzo questi nuovi venuti, che assai spesso (se non essi, i loro parenti) continuavano nei traffici e nelle industrie, il che li teneva in continue relazioni col popolo grasso, avverso al minuto, che perciò s'avvicinava invece alla parte piú potente e aristocratica dei Grandi. Né questo è tutto. V'erano fra di essi anche i nobili di contado, come gli Ubertini, i Pazzi del Valdarno, specialmente poi gli Ubaldini, che possedevano quasi tutto il Mugello, e l'occupavano coi loro forti castelli. Fortissimo era tra gli altri quello di Montaccenico, circondato da tre cerchi di mura, e fondato già da quel cardinale Ottavio degli Ubaldini, che Dante pone nell'inferno, e che disse un giorno: «Se anima è, per li Ghibellini io l'ho perduta». Tutti questi nobili di contado serbavano assai piú vivo l'antico carattere feudale, ed erano avversissimi al popolo, quindi alla Repubblica, che di continuo li combatteva. Se venivano in Città, dovevano certo al pari degli altri sottostare alle leggi comuni; ma i loro parenti ed essi stessi, quando tornavano nei propri castelli, restavano sempre baroni feudali.

Nel 1296 i Fiorentini, per indebolire i Pazzi e gli Ubertini, fondarono nel Valdarno di sopra, tra Figline e Montevarchi, le due terre di S. Giovanni e Castelfranco, nelle quali esentarono per dieci anni dalle tasse, e liberarono dal vassallaggio tutti i fedeli dei nobili, che vi andavano ad abitare.[131] Contro gli Ubaldini però simili provvedimenti sarebbero stati inefficaci, e fu quindi necessaria una guerra prolungata e sanguinosa. Questi baroni del contado avrebbero dovuto logicamente essere imperiali e ghibellini; ma l'Impero era omai debole e lontano, il Papa e la Francia vicini e forti. Laonde essi s'avvicinarono invece ai Grandi guelfi di Firenze, piú specialmente a quelli di antiche famiglie, venendo cosí a formare un nuovo elemento in quello strano agglomerato di forze diverse. Se a ciò s'aggiungano le gelosie private e gli odi sempre piú pronti ad infiammarsi e a divenire irrefrenabili là dove mancano l'unità organica e l'interesse comune di un partito bene ordinato, si capirà facilmente quanta dovesse essere la confusione, quale il disordine.

III

Per validi che fossero gli aiuti che i Grandi, in uno o in un altro modo, ricevevan di fuori; per minacciosi che allora divenissero, rimaneva però sempre vero un fatto, che non bisogna mai perder di vista, perché è quello che meglio può spiegarci la storia fiorentina di quel tempo. Che essi cioè erano un partito destinato a scindersi, a decomporsi ed a sparire, che aveva di fronte a sé, nelle Arti maggiori, un partito giovane, vigoroso, unito da comuni interessi, nel quale risiedevano invece la forza vera e l'avvenire del Comune. La storia di questi tempi non è infatti altro, che la storia del modo in cui le Arti Maggiori riescono, fra mille ostacoli, a divenire la Repubblica stessa, eliminandone gli altri elementi ostili o estranei. Già da un pezzo queste Arti, massime le prime cinque,[132] da cui le altre piú o meno dipendevano, erano in uno straordinario incremento. E quando gli Ordini della giustizia vennero a rafforzarle, esse nei loro Statuti, che in quegli anni rinnovarono, espressero molto chiaramente lo scopo commerciale e politico che avevano nell'aumentare la propria fortuna, rendendo non solo piú ricca, ma ancora piú potente la Repubblica. Ben presto le cinque Arti principali si collegarono in una Universitas Mercatorum, che nel 1308 ebbe l'autorità di un vero tribunale di commercio, e nel 1312 compilò definitivamente i suoi statuti. Tutto ciò si deve anzi ritenere che fu una parte principale dell'opera promossa da Giano della Bella,[133] quella in cui, secondato dalle condizioni dei tempi, esso riuscí meglio, come ne fece prova la prosperità di Firenze, divenuta in quei giorni, non ostante le continue lotte dei partiti, prodigiosa davvero. Di tale prosperità e felicità il Villani parla ripetutamente, aggiungendo che le feste erano allora continue, che la Repubblica poteva mettere in armi 30,000 uomini nella Città, e 70,000 nel contado.[134] Ma quello che è ancora piú, i suoi banchieri tenevano in mano il commercio principale del mondo, che venne inondato dalle manifatture fiorentine. Essi facevano gli affari della Curia romana; essi facevano quasi tutto il commercio della Francia e dell'Italia meridionale; ad essi ricorrevano i sovrani d'Europa, che nelle loro zecche, nelle loro amministrazioni ed ambascerie adoperavano assai spesso qualche accorto e intraprendente Fiorentino. Cosí il danaro d'ogni parte affluiva nella Città; ed è questo il momento in cui si narra che Bonifazio VIII, ricevendo gli ambasciatori delle varie potenze, e vedendo con maraviglia che erano tutti Fiorentini, esclamò: «Voi siete dunque il quinto elemento!». La conseguenza naturale di tutto ciò fu che la piccola repubblica divenne una potenza di primo ordine, la quale esercitava dovunque, specialmente in Italia, un'azione preponderante. Tutte le vicine città volevano imitare le sue leggi, le sue istituzioni, in cui vedevano la causa di cosí mirabile prosperità; né solo le piccole, ma anche le grandi, Roma stessa sembra ora intenta a modellare i suoi magistrati, i suoi Consigli, il suo Comune su quello di Firenze.[135]

E questo appunto era ciò che piú irritava i Papi, sempre in lotta col municipio di Roma; sopra tutto poi irritava adesso Bonifazio VIII, che sembrava deliberato a schiacciarlo, ma trovava vivissima opposizione nella nobiltà e nel popolo, i quali non gli davano mai pace, lo facevano andare quasi ramingo di città in città. Di un'indole impetuosa, di un'ambizione sconfinata, egli aveva dell'autorità papale un cosí alto concetto, che voleva dominare il mondo. Non poteva quindi rassegnarsi alla resistenza dei Romani, e molto meno all'esempio ed all'incoraggiamento che essi ricevevano da Firenze. Concepí quindi il disegno di sottometterla, per farne come un feudo della Chiesa, con un capo di sua elezione. Una volta concepito questo disegno, ci si volse con tutto il suo solito ardore. Non mancava di certo qualche probabilità di riuscita; ma s'urtava contro un ostacolo insuperabile, del quale egli non si rendeva conto. La probabilità nasceva da ciò, che Firenze, divenuta ora come una repubblica di mercanti, si trovava poco atta alle armi. I suoi 100,000 soldati, che vantava il Villani, erano una specie di guardia nazionale d'artigiani e contadini, poco o punto educati alla vita militare, senza ufficiali, senza generali che sapessero comandarli. Mancava quella cavalleria d'uomini d'arme, della quale solo i nobili potevano avere il tempo d'educarsi a farne parte. Ma il Comune diffidava dei nobili di città, e quelli del contado gli erano addirittura nemici. Le compagnie di ventura, che piú tardi s'ebbero per danaro, non si erano ancora cominciate a formare. Pure un esercito occorreva, e sopra tutto capi i quali sapessero comandarlo, se la Repubblica voleva mantenere in Italia la propria autorità, tutelare il suo commercio contro la gelosia crescente dei vicini. Questa era la ragione per la quale in passato essa aveva, a un tratto, accettato Vicari nominati dai Papi, ed era giunta sino a dare, per dieci anni, il supremo dominio a Carlo d'Angiò, che le mandava in fatti capitani e soldati. Perché non poteva ora Bonifazio indurla ad un simile accordo, in modo anche piú efficace e permanente? Il bisogno d'un capo militare v'era oggi, come e piú che in passato; il consenso e favore dei Grandi si potevano ritenere sicurissimi. Ma l'ostacolo insuperabile, di cui il Papa non si rendeva conto, era che i Fiorentini avevano sempre voluto e volevano chi li difendesse, non chi li comandasse, né in questo sarebbe stato facile ingannarli o piegarli. Ciò a cui essi piú tenevano, a cui non avrebbero mai rinunziato, era il governo popolare delle Arti, quello appunto che il Papa avrebbe dovuto distruggere o sottomettere, se voleva riuscire nel suo intento. E questo non era facile di certo.

Il problema poteva essere risoluto solamente dalla forza, ed il Papa non era uomo da indietreggiare per ciò: una collisione diveniva quindi inevitabile. A rendere poi sempre piú intricato un tale stato di cose, s'aggiungeva che questa Repubblica, contro cui Bonifazio VIII assai irritato ora si volgeva, era guelfa e voleva restar tale, né solo per sentimento o antica tradizione, ma piú ancora per interesse. Essa infatti s'era costituita combattendo per secoli i nobili e potenti ghibellini, sulle cui rovine aveva finalmente fondato il governo delle Arti, ed a ciò aveva contribuito non poco il trionfo degli Angioini chiamati dai Papi. Il suo principale commercio, quello da cui venivano la sua forza e la sua potenza, era colla Francia, coll'Italia meridionale dove erano gli Angioini, e con Roma. Non poteva quindi, in nessun modo, pensare a farsi nemici il re di Francia, il Papa e gli Angioini, che erano allora uniti. Il partito ghibellino si trovava poi in Toscana rappresentato da tutte le città nemiche di Firenze. Siena, Arezzo, Pistoia v'inclinavano piú o meno apertamente. La repubblica di Pisa, che con tanto ardore aveva aiutato l'impresa di Corradino, teneva sempre alta e spiegata la bandiera di quel partito. Ed essa era l'eterna rivale di Firenze, alla quale voleva chiudere il mare, di cui questa aveva piú che mai urgente bisogno. La guerra fra loro era tale che doveva assolutamente finire con la distruzione dell'una o dell'altra repubblica. E cosí i Fiorentini si trovano costretti ad essere amici del Papa, ed a combatterlo nello stesso tempo. Che la loro storia riesca, in tali condizioni, complicata e difficile, può capirlo ognuno.

IV

Dopo la cacciata di Giano della Bella i Grandi parvero un momento tornati padroni della Città; ed il loro animo crebbe a dismisura, quando il 16 giugno del '96 riuscirono a fare eleggere una Signoria composta tutta di loro amici. Ai primi di luglio essi già s'erano messi fra loro d'accordo, e scesero addirittura armati in piazza. Ma il popolo fece lo stesso, ed in numero anche maggiore, sicché si era già sul punto di venire alla guerra civile, quando fortunatamente alcuni frati ed alcuni cittadini, messisi di mezzo, riuscirono a pacificare gli animi. Nondimeno la Signoria, che era amica dei Grandi, volle profittare della occasione, e fece vincere il 6 luglio '95 quella provvisione cui abbiamo piú sopra accennato, la quale fece parte degli Ordinamenti, che modificava, attenuandoli non poco.[136]

Alcune di queste attenuazioni erano di pura forma, altre erano però di sostanza. Autori principali dei delitti puniti dagli Ordinamenti, non furono piú come nel passato tutti coloro che v'avevano preso parte; ma si riconosceva un solo Capitaneus homicidii. A provare il delitto non bastavano piú due testimoni di pubblica fama, ma ne occorrevano invece tre. E finalmente, per entrare a far parte della Signoria, non era piú necessario che i candidati esercitassero effettivamente l'arte, continue artem exercentes; bastava che fossero semplicemente ascritti ad essa, qui scripti sint in libro seu matricola alicuius artis. Questa ultima concessione era in realtà minore che non pareva, perché anche prima l'esercizio effettivo dell'arte era stato assai spesso piú apparente che reale. Ma il principio per cui s'era combattuto veniva abbandonato, e se si pongono insieme le varie concessioni fatte nel '95, si vedrà chiaro che la nuova legge fu veramente una vittoria dei Grandi. Infatti grandissimo si dimostrò per essa lo scontento del popolo, ed il Villani ci dice, che i Signori i quali la proposero e la fecero vincere, vennero, nell'uscire d'ufficio, derisi, insultati, col tirar loro persino delle sassate nella pubblica via.[137] E ne seguí addirittura una reazione popolare, che fu il germe di nuove e gravi discordie cittadine. Si cominciò col levare ai Grandi alcune delle loro armi; e poi quelli fra di essi che erano tenuti meno faziosi, vennero dichiarati di popolo, per indebolire cosí il loro partito.[138] Inoltre si cominciarono ben presto a fare altre leggi, che rafforzarono da capo gli Ordinamenti, procedendo sempre piú oltre per questa via, fino alla creazione d'un nuovo magistrato, che, come vedremo, fu esclusivamente destinato ad assicurarne la rigorosa esecuzione. Ma tutto ciò non poté seguir senza nuove divisioni e senza spargimento di sangue cittadino.