Questo infatti è il momento in cui non solo s'inasprí la divisione fra Grandi e popolo, ma i primi si divisero in due partiti, quelli cioè che persistevano a voler distruggere gli Ordinamenti, e quelli che di ciò abbandonavano il pensiero. I due nuovi partiti presero nome da due famiglie che li capitanarono, i Donati cioè ed i Cerchi. Questi ultimi erano gente venuta su di piccolo stato, ma fra i piú ricchi mercanti del mondo. Vantavano numerosa parentela, molte amicizie, vasti possessi in campagna ed in città, e menavano gran vita. Avevano recentemente comprato i molti palazzi dei conti Guidi, stati già fra i piú antichi nobili di Firenze; nelle proprie case, in S. Procolo, alloggiavano la Signoria stessa, che ancora non aveva un suo palazzo, e cosí restava ad essi piú facilmente tenuta ed amica. Il Villani, che era del partito avverso, li chiama «morbidi, innocenti e salvatichi». Non erano infatti gente data alle armi, ma al commercio, né molto rotta ai maneggi politici. Il nome di salvatichi veniva loro dalla modesta origine, e lo stesso Dante chiama selvaggia la loro parte, che fu anche la sua. Questa origine ed il continuare essi nell'esercizio della mercatura, faceva loro incontrar simpatia e favore nel popolo, favore che crebbe sempre piú quando si dimostrarono avversi ai Donati.[139] Né meno delle ricchezze e della larga parentela giovavano ad essi i modi cortesi.

I Donati, invece, che il Villani chiama «gentili e guerrieri», erano di antica origine feudale. E Messer Corso loro capo era un uomo audace, manesco, accorto, non molto ricco, ma pure ambizioso e superbo in modo, che non sapeva tollerare uguali, massime poi fra i mercatanti arricchiti. Lo chiamavano il Barone, ed il Compagni, che parteggiava pei Cerchi, dice che, quando passava per le vie a cavallo, pareva «che la terra fosse sua». A lui facevano capo molti Grandi della città e nobili del contado, principali fra di essi i Pazzi del Valdarno di sopra. Né mancavano anche mercatanti, fra i quali sono da annoverare gli Spini, che avevano banco a Roma, dove facevano gli affari della Curia e del Papa, col quale avevano perciò grande entratura. Dal popolo grasso erano odiati, ma trovavano invece favore nel minuto, che acclamava per le vie il Barone. Al quale, se assai giovavano, nella lotta cui già s'apparecchiava, l'audacia e l'accortezza, noceva non poco la sua superbia, che allontanava molti da lui, respingendoli verso i Cerchi. Lo detestavano fra gli altri i Cavalcanti, e sopra tutti il giovane Guido, gentile poeta, ardito cavaliere, che gli era divenuto mortale nemico, a segno tale che non si potevano scontrare per via senza metter mano ai ferri. I Donati si facevano valere in città piú specialmente col favore dei Capitani di Parte; i Cerchi invece col favore della Signoria. Cosí il Palazzo della Parte e quello dei Priori erano come i quartieri generali dei due campi avversi. Le due famiglie si trovavano inoltre vicine nei loro possessi in campagna ed in città. Ambedue avevano case nel sesto di S. Piero, che per le continue zuffe fu chiamato allora il Sesto dello Scandalo. Tutto dava esca al fuoco. Le parole venivano da una parte all'altra riferite, esagerate. Quando Corso alludeva a Guido Cavalcanti, lo chiamava Guido Cavicchia; quando alludeva a Vieri de' Cerchi, che era il capo della famiglia e della parte, domandava: Ha oggi ragghiato l'asino di Porta? I Donati invece erano dai loro avversari chiamati Malefami, quasi di mala fama, autori di malefici.

Come e quando questi partiti assumessero il nome di Bianchi e di Neri, non è facile dirlo con precisione, perché i cronisti non sono in ciò molto chiari, né vanno tra loro sempre d'accordo. I due nomi erano antichi in Firenze, come distintivi di famiglia; v'erano infatti già prima i Cerchi bianchi ed i Cerchi neri, ma questi ultimi erano quelli che poi divennero i capi della parte bianca.[140] I medesimi nomi avevano allora diviso in due avverse fazioni la famiglia dei Cancellieri in Pistoia, dove fieramente si laceravano. I Fiorentini, che vi esercitavano molta autorità, s'intromisero fra quelle parti, per pacificarle; ed a tal fine mandarono da quella città alcuni dei Bianchi ed alcuni dei Neri a Firenze. I primi alloggiarono in casa Frescobaldi, i secondi in casa d'alcuni dei Cerchi, loro parenti. Ma avvenne il contrario di ciò che si sperava, giacché, osserva il Villani:[141] come una pecora malata corrompe l'altra, cosí i Pistoiesi comunicarono i loro odi partigiani ai Fiorentini, che sempre piú si divisero. Certo è che d'ora in poi i Donati sono Neri ed i Cerchi sono Bianchi.

Questa divisione, come chiaro apparisce da quanto abbiam detto, non ha piú nulla che fare con quella di Guelfi e di Ghibellini. Ai principi si vanno ora sostituendo sempre piú gli odî, le passioni personali. Se però, stando alla natura delle cose, si fosse voluto dare a qualcuno il nome di ghibellino, questo in Firenze sarebbe di certo toccato ora ai Donati, famiglia di origine feudale, alleata coi nobili piú antichi nella città e nel contado. Essi avevano a loro capo Messer Corso, il quale, morta la prima moglie, aveva condotto in seconde nozze una giovane degli Ubertini, antica famiglia ghibellina, stata sempre avversa al governo popolare, e pareva che egli avesse nelle vene il sangue stesso dei tiranni di Romagna e di Lombardia. Pure fu principalmente per opera sua, che anche ora avvenne il contrario di quel che si poteva supporre. Divorato dall'ambizione, egli iniziò a Roma, per mezzo degli Spini, segrete pratiche con Bonifacio VIII, il quale credette d'avere in lui trovato finalmente il suo uomo.[142] E tutto ciò non tardò molto a rendersi palese.

V

Che il Papa volesse allora assumere una indebita ingerenza nelle cose di Firenze, si vide chiaro quando si cominciò in essa a parlar di revocare l'esilio di Giano della Bella. Non solo, senza avervi diritto di sorta, egli vi si oppose con violenza; ma il 23 di gennaio 1296, scrisse ai Fiorentini, minacciandoli addirittura d'interdetto, se non ne abbandonavano il pensiero.[143] Allora non si sapeva però che egli avesse già formato un disegno, e tramasse in segreto per attuarlo; non si supponeva, che Papa Bonifacius volebat sibi dari totam Tusciam,[144] come si vide piú tardi, e come si trova scritto sopra un antico documento, che ci fa conoscere assai bene quali erano veramente le sue mire.[145] Queste però furono abbastanza chiaramente espresse dal cronista Ferreto, quando scrisse che Bonifazio meditava: «faesulanum popolum iugo supprimere, et sic Thusciam ipsam, servire desuetam, tyrannico more comprehendere».[146] Infatti già nel maggio del 1300 il Papa aveva mandato al Duca di Sassonia, per esporgli come le parti di Toscana si diffondessero ne' suoi Stati, e gli rendessero impossibile andare innanzi senza sottomettere questa provincia. Sebbene potesse farlo di sua autorità, cosí egli scriveva, pure desiderava avere l'assenso dei principi elettori, e d'Alberto d'Austria, re dei Romani, al quale mandava addirittura la minuta dell'atto di rinunzia.[147] Il Donati era a parte di tali disegni, e però aveva subito cominciato ad assumere l'attitudine di guelfissimo tra i Guelfi, e dava nome di Ghibellini ai Cerchi, ai quali, come era naturale, sempre piú s'andavano accostando tutti coloro che diffidavano di Bonifazio.

Ad un tratto s'ebbe in Firenze notizia abbastanza certa delle trame, che in segreto venivano condotte dal Donati in Roma, per mezzo degli Spini. Messer Lapo Salterelli, un avvocato assai accorto, ma di dubbia fede, pronto a seguire sempre il vento che tirava, si presentò con due suoi amici[148] ai magistrati, e pubblicamente accusarono di attentato contro lo Stato tre Fiorentini residenti a Roma, nel banco degli Spini, tre «mercatores romanam Curiam sequentes».[149] In quel momento Corso Donati non era a Firenze, perché si trovava a Massa Trabaria, città dello Stato romano, ai confini di Toscana, e nella quale appunto allora egli era stato nominato rettore dal Papa, il che aumentava i sospetti, e faceva credere il pericolo ancora piú grave ed imminente. Non volendo chiudere un occhio, né troppo irritare Bonifazio VIII, i magistrati condannarono subito a gravissime multe quei tre cittadini, aspettando nuove indagini, per procedere contro tutti gli altri, che pure dovevano aver avuto parte nella congiura. A sopire i sospetti contro di sé, il Papa avrebbe dovuto ora con prudenza tacere, ma la sua impetuosa natura non gli permetteva riguardi. Andò quindi sulle furie, e con lettera del 24 aprile 1300, minacciò di scomunicare la Città, che osava condannare i suoi familiari, e intimò ai tre accusatori di recarsi subito a Roma.[150] Naturalmente non ottenne nulla, anzi Lapo Salterelli, che era appunto allora stato eletto dei Priori, negandogli il diritto d'ingerirsi nei fatti interni di Firenze, sollevò il conflitto di giurisdizione. Il Papa intanto aveva fatto chiamare a Roma Vieri dei Cerchi, per indurlo a pacificarsi col Donati, che già si trovava colà. Ma il Cerchi, senza mostrarsi consapevole del processo, affermando di non avere odio contro alcuno, ed adducendo altri vaghi pretesti, ricusò di far la pace, cosa che portò al colmo l'ira di Bonifazio.[151] Era naturale che a lui importasse molto pacificare i Grandi, essendo il solo mezzo possibile a sottomettere il popolo. Ma appunto perciò a questo premeva invece che stessero divisi, e quindi piú che mai favoriva i Cerchi, e li aizzava a tutta possa contro i Donati.

VI

In tale disposizione d'animi venne quello che fu da alcuni chiamato il fatale Calen di Maggio. A festeggiare l'entrata della primavera del 1300, le giovani fiorentine, secondo il costume, ballavano in Piazza Santa Trinita. La gente s'affollava e stringeva a guardare da una parte e dall'altra. V'erano giovani a cavallo, cosí dei Bianchi come dei Neri, che si spingevano innanzi e si urtavano. Dalle parole si venne ai fatti, le armi balenarono, e vi furono molti feriti. A Ricoverino dei Cerchi fu addirittura staccato il naso dal volto, ferita che non poteva restare senza sanguinosa vendetta. E come il fatto del Buondelmonti fu dai cronisti dichiarato causa della divisione dei Guelfi e dei Ghibellini, cosí questo del Calen di Maggio venne da altri ritenuto origine e causa delle parti Bianca e Nera.[152] Ma anche esso non fu che lo scoppio improvviso di passioni da lungo tempo represse, le quali erano state ora dalle trame del Papa riaccese. In conseguenza di questi tumulti, si deliberò subito nei Consigli una provvisione (4 maggio), che dava alla Signoria piena balía, per far tornare la Città tranquilla; tener fermi gli Ordini della giustizia; tutelare «l'antica, consueta e continua libertà del Comune e Popolo fiorentino, la quale correva pericolo d'essere mutata in servitú, per le molte e pericolose novità tam introrsum, quam etiam de foris venientes».[153] E con queste ultime parole s'alludeva chiaramente al Papa, il quale perciò scrisse da Anagni, il 15 maggio, al vescovo ed all'Inquisitore in Firenze, una lettera violentissima. In essa si doleva che quei «figli d'iniquità, per ritrarre il popolo dalla obbedienza alle Somme Chiavi, andassero spargendo che egli voleva togliere alla città le sue giurisdizioni, e scemarne le libertà, quando invece voleva accrescerle». Ma poi scattava: «Non è il Papa supremo signore di tutti, e specialmente di Firenze a lui per speciali ragioni soggetta? Gl'Imperatori e Re dei Romani non si sottomettono forse a noi, e non sono essi qualche cosa piú di Firenze? La Santa Sede non nominò forse, vacando l'Impero, re Carlo d'Angiò vicario generale in Toscana? E non fu da voi stessi riconosciuto? L'Impero è adesso vacante, perché la Santa Sede non ha ancora approvato l'elezione del nobile Alberto d'Austria». E cosí, con un crescendo continuo, minacciava i Fiorentini, che se non obbedivano, «avrebbe non solo contro di essi scagliato l'interdetto e la scomunica, ma esposto i loro cittadini e mercanti ad ogni ingiuria; i loro beni ad essere rubati, confiscati in ogni parte del mondo; sciolto i loro debitori dall'obbligo di pagare». Tornava ad inveire contro i tre audaci accusatori, che egli avrebbe trattati e puniti come eretici, scagliandosi con particolare acrimonia contro Lapo Salterelli, il quale aveva osato sostenere, che il Papa non poteva mescolarsi nei giudizî del Comune. E di nuovo imponeva che fosse annullata la sentenza contro i tre suoi familiari.[154]

I Fiorentini non dierono retta, ed i Neri allora cominciarono a pensare ai casi loro, perché temevano che la parte bianca o, come essi già la chiamavano, ghibellina, «non esaltasse in Firenze, che sotto titolo di buono reggimento già ne faceva il sembiante».[155] E però indussero il