Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
Sí che a Fiorenza fa scoppiar la pancia.[174]
Le sue genti s'erano per via accresciute in modo che arrivavano a circa 800 cavalieri forestieri e 400 italiani. Certo non erano abbastanza né per assediare, né per tener sottomessa Firenze; ma egli aveva con sé il favore di Roma e quello di Francia, e i Neri erano pronti a pigliare le armi. Andò quindi sicuro ad alloggiare Oltrarno, in casa Frescobaldi, una volta amici, ora nemici dei Cerchi. Ivi riposò alcuni giorni, per meglio apparecchiare il terreno; poi chiese la signoria e guardia della Città, per pacificarla. Il 5 di novembre si tenne per ciò solenne adunanza in S. Maria Novella, dove intervennero tutti i primi cittadini e magistrati fiorentini. La sua domanda fu accolta, avendo egli giurato come figlio di re, di conservare la città in buono, pacifico e libero stato. Il Villani che si trovò al giuramento di Carlo, e lo favoriva, aggiunge, «che incontanente per lui e per sua gente fu fatto il contrario». Di fatti, per consiglio di Musciatto Franzesi, in ciò d'accordo coi Neri, si pose subito mano alle armi, il che fece andare in subbuglio tutta Firenze, essendosi capito che l'ora dell'assalto e del tradimento era sonata.
La Signoria, combattuta dai Neri, tradita da Carlo, abbandonata dai Bianchi, che l'accusavano d'essersi fatta sorprendere impreparata a resistere, si trovò impotente, e la Repubblica restò senza governo. Il nuovo podestà era Messer Cante dei Gabrielli di Gubbio; venuto con Carlo, si può bene intendere a qual fine. Ed in questo momento, alla Porta a Pinti si presentava, armato co' suoi. Corso Donati. Trovatala chiusa, poté, col favore degli amici di dentro, sfondare la postierla, ed entrare in Città, dove la plebe l'accolse al solito grido: Viva Messer Corso, viva il Barone. Senza indugio egli s'affrettò ad aprire le prigioni, poi andò al Palazzo dei Signori, che costrinse a tornarsene alle case loro. E in «tutto questo stracciamento di cittade,» dice il Villani, Carlo, violando i patti appena che li aveva giurati, non impedí nulla, ma stava a guardare».[175] Cominciarono subito i saccheggi, le ferite, le uccisioni contro i Bianchi. Questa «pestilenza» durò cinque giorni in Firenze, otto nel contado, dove le masnade scorrazzavano, ponendo fuoco alle ville, dopo di avere rubato e ferito. I Medici furon tra coloro che commisero maggiori eccessi e piú crudeli.[176] Il giorno 7 i Signori, ormai sgomenti, proposero essi stessi una legge che permetteva loro di abbandonare il potere prima del tempo legale, e cosí il dí 8 novembre entrò in ufficio la nuova Signoria, che doveva durare sino al 14 dicembre, quando, secondo la legge, sarebbe stato necessario procedere alla consueta elezione. Essa annunziò subito a tutti il felice trionfo della parte della Chiesa, sotto gli auspicî del Papa e di Carlo, per mezzo dei quali Populus roboratus, Status et Ordinamenta Iustitiae, iurisdictiones, honores et possessiones Populi et Comunis Florentiae suorumque civium observata.[177] Per quanta ipocrisia vi fosse in questo linguaggio, era pur certo che neppure ora si osava annullare gli Ordinamenti, e levare il governo di mano al popolo, come era vero del pari che, con questa Signoria di Neri, con un Podestà quale Cante dei Gabrielli, con Carlo circondato da Musciatto Franzesi e da Corso Donati, i Bianchi erano spacciati. I rubamenti infatti continuarono, gli esuli amici furono richiamati, venne confermato il bando degli avversarî,[178] e Carlo cominciò colle minacce a cavar danari dai cittadini. Prima di tutto ne richiese ai Signori usciti d'ufficio, ai quali propose di pagare o andar prigionieri in Puglia, il che si sapeva che cosa volesse dire.[179]
Il Papa intanto, non fidandosi molto di Carlo di Valois, né della poca conoscenza che questi aveva di Firenze, e persistendo sempre nella sua idea di pacificare tra loro i Grandi, per sottomettere il popolo, mandò di nuovo il Cardinale d'Acquasparta «a secondare», cosí diceva la lettera del 2 dicembre 1301, «i provvedimenti di Carlo, sostituendo alle dissensioni cittadine l'opera di carità e di pace».[180] Erano però vane speranze. Il Cardinale s'adoperò a tutt'uomo, e concluse qualche accordo, anche qualche matrimonio fra Bianchi e Neri; ma quando fece la proposta d'accomunare gli ufficî, i Neri, sostenuti da Carlo, vivissimamente s'opposero. E quando il Cardinale continuava ne' suoi vani sforzi, Messer Niccolò dei Cerchi, andando cogli amici a diporto in campagna, arrivato in Piazza Santa Croce, fu, di pieno giorno, inseguito da Simone di Messer Corso Donati, che lo uccise in sul ponte dell'Africo. Simone ricevette però dall'avversario che si difese, una tale ferita che poco dopo ne morí. E come egli era il figlio prediletto di Messer Corso, cosí si può bene immaginare se tutto ciò doveva favorire la pace promessa dal Papa per mezzo del Cardinale. Intanto già Messer Cante dei Gabrielli aveva cominciato a pronunziare le condanne dei Bianchi, le quali vennero poi trascritte in quel Libro del Chiodo, che è pervenuto sino a noi, e che con esse appunto incomincia. Quattro dei Bianchi vennero esiliati il 18 gennaio 1302; cinque, fra i quali Dante Alighieri, il 27. Nel febbraio furono pronunziate altre quattro sentenze, che mandarono in esilio piú di cento tra popolani e Grandi di città e di contado.[181] Per tutto ciò il Cardinale adirato se ne partí, lasciando Firenze da capo interdetta, non senza aver prima riscosso 1100 fiorini, che vennero per lui stanziati il 26 febbraio 1302, come remunerazione della sua vana opera.
Carlo di Valois era in questo mezzo andato a Roma, non si sa bene a che fare. Il Compagni dice che v'andò per cercar danari al Papa, il quale gli avrebbe risposto: «Io t'ho messo nella fonte dell'oro, tocca adesso a te pensare di trovar modo». È però molto probabile che egli andasse a persuaderlo, che la pace sognata da Sua Santità non era possibile, e che non c'era da far altro che sollevare i Neri, ed abbattere i Bianchi insieme col popolo, il quale li favoriva. Poco pratico dei Comuni italiani e di Firenze, neppur egli s'avvedeva che si potevano abbattere i Bianchi, non però il popolo. A ciò infatti sarebbe stata necessaria una vera strage, e non vi si sarebbe poi riuscito. Comunque sia, egli fu di ritorno il 19 marzo, e subito si pretese d'avere scoperto una congiura, tramata contro di lui dai Bianchi, d'intesa con un suo barone, Pietro Ferrando, provenzale; e si trovò perfino l'accordo messo in iscritto e suggellato dai congiurati. I cronisti, fra i quali il Villani,[182] dicono che fu tutta una finzione; ma il trattato, che è del 26 marzo, esiste anche oggi nell'Archivio fiorentino.[183] O dunque fu sin d'allora falsificato, per averne pretesto ad altre condanne, o Pietro Ferrando lo fece per ingannare i Bianchi, e cosí dare contro di essi una nuova arme in mano a Carlo, che infatti ricominciò subito a perseguitarli. I capi furono citati a comparire; ma invece emigrarono subito a Pistoia, Arezzo, Pisa, dove s'allearono coi Ghibellini, con tutti i nemici di Firenze. Undici di essi vennero condannati come ribelli; le loro case, i loro beni furono confiscati e disfatti.
Dopo questo nuovo colpo dato ai Bianchi, e dopo avere assicurato il trionfo dei Neri, Carlo di Valois se ne partí, non senza aver prima avuto dagli amici promessa di nuovo danaro. Nel dicembre infatti ebbe 20,000 fiorini, e nell'ottobre del 1303 gliene furono mandati altri 5000.[184] Il Podestà Messer Cante continuava intanto le condanne, che nel maggio erano arrivate a 250, e furono continuate poi dal suo successore; sicché in quel solo anno 1302 ascesero a piú di 600, tra confische, esilî e sentenze capitali.[185] «Così», conclude il Villani, «fu disfatta e cacciata l'ingrata parte dei Bianchi, per opera di Carlo, e commissione di Bonifazio VIII, di che seguirono poi molte rovine».[186] E fin qui la successione dei fatti è ormai chiara abbastanza. Ma dal momento in cui gli esuli cercarono amici di fuori, e si posero in guerra con la loro città natale, il disordine dei partiti e la difficoltà d'intendere il significato vero dei fatti divengono sempre maggiori. È quindi il momento di provare se le osservazioni finora esposte possono gettare qualche nuova luce sopra un periodo storico, che non riesce interamente chiaro, sebbene sia stato già da molti studiato con grande acume e con profonda dottrina.
Capitolo X[187] DANTE, GLI ESULI FIORENTINI E ARRIGO VII
I
Dopo la partenza di Carlo di Valois, e le vicende che ne seguirono, la storia di Firenze entra in un nuovo periodo. Gli esuli si unirono ai nobili di contado, alle città ghibelline, per ribellarle contro la Repubblica, ed aprirsi cosí la via a tornare in patria. Questo naturalmente tenne, per qualche tempo, dentro la città riuniti e concordi i Grandi della parte nera, i quali sempre piú si vantavano d'essere i veri, i soli Guelfi, e davano nome di Ghibellini agli esuli. Pistoia ed il castello di Piantravigne furono primi a sollevarsi, ma vennero subito sottomessi. E allora, il dí 8 giugno 1302, i capi degli esuli, fra i quali era anche Dante Alighieri, s'adunarono nella Chiesa di S. Godenzio sull'Appennino, e fecero esplicita alleanza cogli Ubaldini, obbligandosi a risarcirli colle proprie fortune, dei danni che avessero risentito dalla guerra, nelle loro terre in Mugello, dove il forte castello di Montaccenico doveva essere come il quartier generale dei nemici di Firenze. E i Fiorentini, senza punto aspettare, vennero subito a dare il guasto alle terre degli Ubaldini di qua e di là dall'Appennino.[188] Gli esuli, adoperandosi a tutt'uomo, riuscirono col favore di Pisa e di Bologna, a mettere insieme un esercito di 800 cavalli e 6000 fanti, e nella primavera del 1303 posero l'assedio al Castello di Pulicciano, ch'era dei Fiorentini. Ma anche qui furono poco fortunati. Da Firenze uscirono subito armati «popolo e cavalieri», e li assalirono. I Pisani non mandarono gli aiuti promessi, gli Ubaldini non si mossero, i Bolognesi si dissero traditi e si ritirarono; e cosí i Bianchi, rimasti soli, si dierono alla fuga vergognosamente. I Neri poterono allora tornare in città vittoriosi, menando seco molti prigionieri, alcuni de' quali uccisero per via, altri fecero decapitare dal Podestà. Poi presero improvvisamente il castello di Montale presso Pistoia, e disfecero quel contado. Cosí pareva che la guerra fosse finita, e le speranze degli esuli cadute a terra.