Ma fu questo il momento in cui scoppiò da capo la discordia in Firenze. Già prima v'erano stati segni di malumore e tumulto, per il che s'era dovuto venire a qualche nuovo esilio, a qualche nuova sentenza di morte. Ora però le cose pigliarono piú grave aspetto. L'arrogante superbia di Corso Donati ricominciava a portare i suoi frutti. Disgustando gli amici, li spingeva a gettarsi verso il popolo grasso, che essi odiavano. Separato dai nobili di contado, che stavano cogli esuli, tentava farsi di nuovo capo dei Grandi piú intolleranti, e cercava favore nel popolo minuto, dicendogli che lo spogliavano colle imposte, con le quali alcuni dei popolani grassi s'empievano le tasche. «Veggasi dove sí gran somma n'è ita, che non se ne può esser tanta consumata nella guerra». E voleva un'inchiesta, cominciando cosí, come dice il Villani, «a seminare discordia sotto colore di giustizia e di pietà».[189] Si parlò, si strepitò molto, ma non si concluse nulla, sebbene s'arrivasse a votare una provvisione (24 luglio 1303), che dava al Podestà ed al Capitano piena balía d'indagare e di provvedere. Ma i popolani grassi contro cui l'accusa era diretta, cominciarono ad irritarsene molto, e per dare un nuovo colpo ai Grandi, fecero rimpatriare alcuni degli esuli che erano di popolo, e che non avevano rotto il confine. Poi richiamarono qualcuno dei Cerchi, avendo in ciò l'approvazione dello stesso Bonifazio VIII, il quale era molto impensierito dei tumulti che i Bianchi sollevavano per tutto, anche nelle città della Chiesa.[190] E cosí Corso Donati, «ripescando», secondo la felice espressione del Del Lungo, «i Grandi dal crogiuolo»,[191] poté accogliere intorno a sé piú di trenta famiglie, fra le quali alcune anche di popolani, e qualche ribandito. V'erano parecchi dei Tosinghi, i quali tenevano pei Bianchi, e uno di loro, il valoroso Baschiera della Tosa, si trovava fra gli esuli. V'erano i Cavalcanti, stati suoi antichi nemici, famiglia ricchissima e numerosissima, che aveva perciò gente di tutti i partiti, piú assai dei Bianchi che dei Neri, e possedeva nel centro di Firenze uno sterminato numero di case, botteghe, fondachi, dati in affitto ai mercanti, coi quali si trovava quindi in buone relazioni. Cosí questo dei Donati non era piú un partito; si poteva piuttosto dire un'accozzaglia di gente, che Messer Corso teneva unita coll'odio contro il popolo. Infatti egli andava ora ripetendo, che essi «erano prigioni e in servitú d'una gente di popolani grassi, anzi cani, che gli signoreggiavano, e toglieansi gli onori per loro».[192] In sostanza però i veri Grandi, quelli cioè che di nome e di animo eran tali, s'accostavano quasi tutti a lui, e quelli che non potevano tollerare i suoi modi insolenti, preferivano piuttosto starsene di mezzo a guardare. Con lui era anche l'arcivescovo Mess. Lottieri della Tosa, che s'armava nel suo palazzo. Di fronte a costoro era sorto però un gruppo di famiglie come gli Spini, i Pazzi, qualcuno dei Frescobaldi, i Gherardini, ed alla loro testa si trovava Mess. Rosso della Tosa, ambiziosissimo anch'egli, il quale, pigliando l'attitudine stessa già tenuta da Vieri dei Cerchi, s'accostava al popolo grasso. E valendosi dei piú arditi suoi seguaci, specialmente dei Bordoni, popolani Neri, che nelle sue mani divenivano, come dice il Compagni, «tanaglie par pigliare il ferro caldo»,[193] faceva ogni giorno attaccare il Donati nei Consigli.
II
Parevano cosí nuovamente tornati quei tempi che avevano preceduto la venuta di Carlo di Valois. Da un lato infatti Rosso della Tosa, unito co' suoi al popolo, difendeva la Signoria; da un'altra il Donati, favorito dai Capitani di Parte, di continuo la minacciava ed assaliva. Da capo i cittadini s'armavano e s'azzuffavano ogni giorno; da capo seguivano rubamenti, ferite, omicidi, incendi nella città e nel contado. Perfino dalla torre del vescovado una manganella tirava contro gli avversari di Corso Donati. La Signoria ed il Podestà erano ridotti all'impotenza. E la cosa arrivò a tale, che si ricorse allo stranissimo partito di dare per sedici giorni il governo in mano dei Lucchesi, acciò si provassero a ricondurre la quiete in città. Essi ristabilirono l'ordine, senza però punire alcuno, sicché quando furono partiti, le cose tornarono come prima. Si cercò anche di nominare una Signoria (sempre ben inteso di popolani), d'accordo fra le due parti; ma erano tentativi che non menavano a nulla.[194] Ciò che portava la confusione al colmo, e la rendeva permanente, era che, se la divisione tra Grandi e Popolani aveva costituito davvero due partiti, quella fra i Grandi, che ora agitava la città, era promossa dalla sola ambizione di Corso Donati e di qualche altro; non aveva nessuna ragione politica; non era guidata da nessun principio e da nessun interesse generale. Col Donati infatti v'erano, come vedemmo. Grandi di tutti i colori, v'erano anche ribanditi che avevano amici o parenti fra gli esuli, né mancavano alcuni popolani. E nel partito avverso, che difendeva la Signoria, non poteva neppure esservi molta coesione, perché v'erano potenti e popolani, tra i quali l'accordo non fu mai sicuro. Se gli avversari della Signoria erano uniti dalla volontà e dall'ambizione di messer Corso, i fautori erano piú che altro uniti dall'odio contro di lui. E però, a cagione di questo carattere personale dei partiti, ne seguivano divisioni e suddivisioni sempre mutabili, sempre crescenti; passaggio irrequieto, perpetuo, da un gruppo all'altro.
A tutto ciò s'aggiungeva ora la morte di Bonifazio VIII (11 ottobre 1303), cui successe Benedetto XI, assai piú mite e di carattere incerto. Questi avrebbe voluto ad ogni costo ristabilire la pace in Firenze, e farvi tornare gli esuli, perché essi tenevano agitato il suo Stato, ed egli era già in Roma stessa talmente avversato dal popolo e dall'aristocrazia, che subito dopo l'elezione aveva dovuto rifugiarsi a Perugia, sui confini cioè dell'agitata ed irrequieta Toscana. Né poteva, in mezzo a tante calamità, aspettarsi ora alcun aiuto dalla Francia, perché aveva iniziato un processo contro gli autori dell'attentato d'Anagni, che, tramato appunto da quel Re, era stato causa della morte di Bonifazio VIII. Per tutte queste ragioni, sollecitato dai Bianchi dentro e fuori di Firenze, il 31 gennaio 1304, vi mandò a far la pace il Cardinale da Prato, che era in voce di ghibellino. Questi arrivò il 10 marzo, e voleva contentar tutti: Grandi, popolani, esuli. Bianchi, Neri di Corso Donati e Neri di Rosso della Tosa. Ma quello che piú commosse gli animi e portò la confusione al colmo, fu il suo pensiero di far tornare gli esuli e pacificarli con la città. Tuttavia coloro che meno vi si opposero erano i popolani, i quali vedevano in ciò un modo d'indebolire i Grandi, tenendoli fra loro sempre piú divisi. Invece Rosso della Tosa, con parecchi de' suoi, era avversissimo al ritorno degli esuli, perché gli pareva che ne verrebbe rafforzata la parte degli avversari, i quali già a molti di essi s'andavano avvicinando. Corso Donati, pigliando pretesto dal male della gotta che lo aggravava, stavasene per ora di mezzo a guardare. Ma i Cavalcanti favorivano con ardore l'accordo, anzi sembravano esserne i promotori.
Il Cardinale, avuta piena balía dal popolo, si provò subito a concludere paci, e riuscí a farne una tra il Vescovo e Mess. Rosso della Tosa, che ne era consorto. Fece poi nominare Mess. Corso Capitano di Parte Guelfa, e riordinò le antiche milizie del popolo, sotto 19 gonfalonieri delle compagnie, secondo l'antica usanza. Ma sebbene a comandarle avesse fatto nominare alcuni dei Grandi, questi molto si dolsero della riforma, dicendo che egli dava cosí nuova forza al popolo, e che era ghibellino, ed avrebbe finito coll'abbandonare la città in mano dei Bianchi, i quali richiederebbero i beni che loro erano stati confiscati, per essere amministrati a benefizio della Parte Guelfa. Ma il Cardinale non si curava di questi lamenti, e si ostinava a tenere adunanze per venire ad accordi. Il 26 aprile infatti si fecero in piazza S. Maria Novella parecchie paci tra Neri donateschi e Neri tosinghi. E furono celebrate con molte feste, fra le quali una assai solenne ne apparecchiò la Compagnia del Borgo S. Frediano, annunziando per tutta la Città, che chi voleva aver nuove dell'altro mondo, poteva venire la sera del 1º maggio sull'Arno, dove le avrebbe avute. E mediante fuochi d'artifizio, s'apparecchiò una rappresentazione dell'Inferno, con barche piene di gente, che dovevano figurare i condannati alle varie pene. La folla accorse numerosissima lungo il fiume, e sul ponte alla Carraia, il quale, essendo allora di legno, sprofondò con danno gravissimo di molti feriti e morti, che andaron davvero nell'altro mondo. Questo parve a tutti un funesto augurio di nuove calamità, e cosí fu.
III
Intanto coloro che piú erano avversi al ritorno degli esuli, con sottile astuzia consigliarono al Cardinale d'andar prima a pacificare Pistoia, dicendogli che, se essa rimaneva come ora in mano dei Bianchi, la pace in Firenze sarebbe stata sempre fittizia. E quando egli andò, avversarono l'opera sua in modo che, non solamente dove tornarsene senza nulla aver concluso, ma volendo entrare in Prato, si vide dalla sua stessa città natale chiudere le porte in viso. Di tutto ciò il Papa fu adiratissimo, ed il 29 maggio scriveva ai Fiorentini una lettera piena di sdegno.[195] Ma essi erano in tale disordine e tumulto che, avendolo pregato di trovar loro un Podestà, di quattro che ne propose, non uno volle accettare. Pure il Cardinale persisteva impassibile nella sua idea d'accordo, e fece, sotto sicurtà, venire a Firenze dodici sindachi dei fuorusciti, sei dei Bianchi e sei dei Ghibellini, perché s'intendessero con dodici eletti in città, due per Sesto, uno dei donateschi, l'altro dei loro avversari.[196] Questi ventiquattro cittadini erano tutti dei Grandi, e diffidavano tanto gli uni degli altri, che i dodici fuorusciti, sebbene avessero avuto dal popolo buona accoglienza, e fossero, sotto la pubblica fede, alloggiati in casa Mozzi, dove abitava il Cardinale stesso, pure, temendo d'essere da un momento all'altro tagliati a pezzi, volevano andarsene via. Ma furono dagli amici consigliati, invece, ad armarsi ed asserragliarsi nelle case dei Cavalcanti, con l'aiuto dei quali avrebbero potuto, occorrendo, respingere e domare gli avversarî colle armi. I Cavalcanti parevano a ciò assai ben disposti, e cominciarono a trattare. Ma dopo avere cosí sollevato un sospetto e un odio infinito nei loro nemici, si ritrassero a un tratto, scontentando fieramente anche gli amici. I fuorusciti allora partirono, il dí 8 giugno 1304, piú che in fretta.[197] E subito s'andava ad alte voci gridando contro il Cardinale, che egli aveva tradito la città con questi suoi oscuri maneggi, e s'aggiungeva ancora che aveva incitato i fuorusciti ad accostarsi alle mura, armata mano. Si mostravano le lettere col suo suggello, e s'affermava che i fuorusciti erano pel Mugello venuti fino a Trespiano, tornandosene indietro solamente quando seppero che i meditati disegni erano andati in fumo. Il Villani dice che queste erano calunnie;[198] ma anche dalle Epistole attribuite a Dante Alighieri si deduce che il Cardinale voleva davvero il ritorno dei fuorusciti, ed aveva perciò trattato con loro.[199] Adesso però egli era finalmente stanco, e partissene il 10 giugno, lasciando al solito la Città interdetta, ed esclamando: «Dappoiché volete essere in guerra e in maledizione, e non volete udire né ubbidire il messo del Vicario di Dio, né avere riposo né pace tra voi, rimanete con la maledizione di Dio, e con quella di Santa Chiesa».[200]
La condizione dei Cavalcanti e dei loro amici divenne in questo momento terribile davvero. La loro presente unione coi Donati non bastava a far dimenticare l'odio antico, che si era sopito un momento, ma solo per favorire il ritorno dei Bianchi, a danno dei Tosinghi. I quali infatti restarono isolati, perché abbandonati anche dal popolo grasso, che, stanco delle continue guerre civili, e persuaso dal Cardinale, aveva favorito l'accordo fra Donati e Cavalcanti. Ma quando questi, giunti al punto di concluderlo, s'erano inaspettatamente tirati indietro, allora risorse subito l'odio antico, ed essi si trovarono fra due fuochi. Messer Corso frenava per ora lo sdegno, non volendo troppo avvicinarsi ai Tosinghi, e col pretesto della gotta se ne stava ancora da parte, lasciando fare ai suoi. Ma l'odio di Rosso della Tosa era irrefrenabile, addirittura feroce contro i Cavalcanti, i quali lo avevano veramente messo sull'orlo della totale rovina. Laonde non era appena partito il Cardinale, che già Firenze pareva alla vigilia d'una catastrofe. I Cavalcanti videro il pericolo in cui si trovavano; ma erano numerosi, arditi e potenti. I Gherardini, i Pulci, i Cerchi del Garbo stavano con essi; molti amici avevano anche nel contado e fra gli esuli bianchi; né mancavano d'aderenze fra i popolani grassi, non pochi dei quali abitavano nel centro di Firenze le loro case. Quelli però che ora s'armavano contro i Cavalcanti, non erano i popolani, ma i Grandi. I Cerchi del Garbo cominciarono ad azzuffarsi di giorno e di notte coi Giugni. In aiuto dei primi vennero subito i Cavalcanti cogli amici loro, e furono vittoriosi, tanto che poterono da Or S. Michele arrivare, senza quasi trovar resistenza, fino alla piazza di San Giovanni. Ma quando s'erano cosí allontanati dalle proprie case, si manifestò in queste un grave incendio. I nemici v'avevano appiccato un fuoco lavorato, che da piú giorni a questo fine andavano apparecchiando. Il primo a metterlo, cominciando dalle abitazioni dei suoi propri consorti, fu Neri degli Abati, priore di San Piero Scheraggio; poi lo vennero saettando molti altri, fra i quali troviamo lo stesso Simone della Tosa e Sinibaldo di Mess. Corso Donati.[201] Era il 10 giugno del 1304, e soffiava un forte vento di tramontana; l'incendio si diffuse perciò rapidissimamente in Calimala, Mercato Vecchio, Or S. Michele; e cosí arse, con le case dei Cavalcanti, tutto il centro, «tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della città di Firenze»,[202] come dice il Villani. Esso aggiunge che, tra palazzi, case e torri, ne andarono in rovina piú di millesettecento, con infinita rovina delle mercanzie ivi raccolte, giacché quelle che non arsero, vennero, nello sgomberarle, rubate, continuandosi a combattere ed a saccheggiare anche in mezzo alle fiamme.[203] Paolino Pieri dice nella sua Cronica, che fu distrutto un decimo della Città, il sesto per valore. Molte famiglie, molte compagnie furono disfatte; ma piú degli altri soffrirono i Cavalcanti, i quali rimasero come esterrefatti dinanzi al fuoco, che bruciava tutto quello che avevano. Eppure tale era l'odio concepito contro di essi, che anche dopo aver subito cosí crudeli calamità, vennero come ribelli cacciati di Firenze.
IV
Ma quale fu la conseguenza politica di questi fatti? In sui primi, essendosi i Donati e i della Tosa uniti a disfare i Cavalcanti e loro amici, si temette che i Grandi, rafforzati dalla unione e dalla vittoria, volessero tentar di disfare gli Ordini della Giustizia, e prendere in mano il governo. Né, secondo il Villani, sarebbe stato impossibile riuscirvi in mezzo a quel generale sgomento. Ma avrebbero dovuto essere concordi davvero, e si vide che erano invece, «per le loro sette divisi e in discordia, e però ciascuna parte s'abbracciò col popolo, per non perdere stato».[204] La divisione dei partiti rimase in sostanza la stessa. Da una parte, cioè, Grandi in guerra fra loro, che cercavano nel popolo aiuto contro i propri nemici, e dall'altra il popolo, che dalla discordia dei Grandi cercava trarre vantaggio. Gravissime perdite di certo avevano nell'incendio subito anche i mercatanti; ma la loro ricchezza era di sua natura tale, che rapidamente si riproduceva, mentre che quella dei Grandi non si poteva rifare dei danni assai maggiori che aveva sostenuti. Tale infatti era allora la prodigiosa prosperità del popolo fiorentino, che, anche dopo tanta distruzione, noi non vediamo segno alcuno che faccia apparire diminuita la sua ricchezza. Troviamo invece assai decaduta la potenza dei Grandi, i quali nel primo cerchio, cioè nel centro della città, là dove erano le antiche famiglie, scomparvero quasi del tutto. E però non senza ragione il Capponi afferma nella sua Storia, che «d'ora in poi ogni signoria di nobili può dirsi interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati».[205] E cosí anche questa sventura riuscí, come era sempre seguito in Firenze, a vantaggio del popolo.