Per tutti questi dolorosi fatti, e per ciò che il Cardinale da Prato aveva riferito al Papa in Perugia, vennero colà chiamati alla sua presenza dodici dei Grandi piú autorevoli in Firenze; e fra di essi erano Mess. Corso Donati e Mess. Rosso della Tosa, una volta nemici, ora divenuti amici d'un giorno. Andarono con gran seguito, formando una compagnia in tutto di cinquecento uomini a cavallo. E questo parve agli esuli il momento piú opportuno per ripetere il tentativo di tornare in patria. Si disse, al solito, che il Cardinale li aveva incoraggiati, assicurando che avrebbero trovato favore; si aggiunse ancora che aveva istigato Pisa, Bologna, Arezzo, Pistoia, la Romagna tutta ad aiutarli. Ma se da un lato alcuni dei piú fieri avversari degli esuli s'erano per un momento dovuti allontanare da Firenze, è certo da un altro lato che la forza dei loro nemici doveva essere non poco cresciuta per la strage dei Cavalcanti e dei Gherardini. E se le Arti Maggiori si erano prima indotte a favorire il ritorno degli esuli, massime di quelli che erano popolani, non si poteva sperare che volessero continuare a favorirli ora che essi si avanzavano col favore dei Pisani, dei Ghibellini di Toscana e di Romagna. La loro alleanza coi nemici della Repubblica, la riuniva naturalmente contro di essi.

Pure gli esuli parevano ora pieni di speranza, perché coi nuovi aiuti erano riusciti a formare un esercito di 9000 fanti e 1600 cavalieri, coi quali s'avanzarono il 19 luglio sino alla Lastra, dove ne aspettavano altri, che dovevano venire da Pistoia, sotto il comando di Tolosato degli Uberti, valoroso capitano ghibellino, d'un'antica famiglia fiorentina sempre odiata dai Guelfi, ai quali ricordava la disfatta di Montaperti. Non vedendolo arrivare, gli esuli si decisero non ostante ad avanzare; ma l'indugio d'un giorno era bastato a far sí che non fosse piú possibile pigliar Firenze alla sprovvista. Si presentarono infatti solo 1200 cavalieri, in attitudine pacifica, con rami d'olivo in mano; e passato il cerchio non ancora finito delle nuove mura, si fermarono dinanzi alle antiche, nel podere detto di Cafaggio, tra San Marco e i Servi. Ivi, trafelati, senz'acqua, esposti al sole del 20 luglio, aspettarono invano che le porte s'aprissero. Alcuni altri di loro, riuscendo a sforzare la porta degli Spadai, entrarono in Città, e s'avanzarono sino a S. Giovanni, dove invece d'amici trovarono 200 cavalieri e 500 fanti, che li respinsero, facendo alcuni prigionieri, oltre parecchi morti e feriti. E questo fu il segnale d'una ritirata, che si mutò presto in fuga generale. Infatti quelli che erano in Cafaggio, già estenuati dal caldo e dalla sete, gettarono a terra le armi, e si ritirarono inseguiti da «masnadieri di volontà». Molti ne morirono di ferro o trafelati; altri furono derubati, presi e poi appiccati agli alberi. Prima dei fuggiaschi arrivò alla Lastra la notizia della rotta, e cosí anche quelli che s'erano colà fermati, si dettero alla fuga, né poté per via trattenerli Tolosato degli Uberti, il quale, avendoli incontrati, tentò invano di ricondurli all'assalto. Tutto questo è, fra gli altri, narrato dal Villani, il quale si trovò presente ai fatti seguiti in Città.[206] Dante Alighieri non venne alla Lastra, perché s'era poco prima separato quasi con violenza dai suoi compagni d'esilio, disgustato probabilmente delle loro ibride alleanze con tutti i nemici di Firenze, dei segreti accordi iniziati con Corso Donati e i Cavalcanti, addolorato dalle stragi cittadine, che per la vana speranza di far tornare alcuni degli esuli, erano state cosí ciecamente provocate.[207]

La vittoria della Lastra dové certo dar nuovo ardimento e nuovo potere ai Grandi. Cosí forse si spiega come è che appunto ora alcuni di essi chiedano d'essere cancellati dalle Arti,[208] cosa affatto nuova in Firenze, dove era stato solito invece vederli spogliarsi dei loro titoli, mutar casato, chieder d'essere scritti alle Arti. E se ne ha conferma ancora in un altro fatto assai grave, che seguí il 5 di agosto 1304. Uno degli Adimari commise un maleficio, e fu menato nel palagio del Podestà, per essere condannato. Ma i suoi consorti, armata mano, assalirono quel magistrato, mentre che con i suoi famigli tornava dai Priori, e dopo averne ferito o ucciso parecchi, trassero dalle prigioni il colpevole. Laonde Mess. Gigliolo da Prato, Capitano del popolo, che allora faceva anche da Podestà, perché, a cagione dei continui tumulti, nessuno aveva voluto ancora accettare quest'ufficio in Firenze, se ne andò via sdegnato. E i Fiorentini, se vollero amministrar la giustizia, dovettero contentarsi d'eleggere dodici cittadini, due per Sesto, uno dei Grandi ed uno dei popolani, che facessero le veci del Podestà.[209] Tuttavia la guerra di fuori, ben presto ricominciata, fece tornare una momentanea calma in Firenze.

V

Gli esuli ritornarono a scorrere la campagna, sollevando i vicini castelli; e i Fiorentini si mossero subito per sottometterli. Fra questi castelli primo fu quello delle Stinche, ribellatosi per opera dei Cavalcanti. Esso venne facilmente preso (agosto 1304), e i prigionieri furono condotti nelle carceri nuove, che d'allora in poi si chiamarono le Stinche. Piú grossa guerra si dové fare contro Pistoia, che si ribellò nel 1305 in favore di parte bianca, con l'aiuto degli Aretini e dei Pisani, ed era comandata da Tolosato degli Uberti. Ne seguí un lungo e rigoroso assedio, posto dai Lucchesi e dai Fiorentini, sotto gli ordini di Roberto duca di Calabria, il quale, chiamato come capitano della lega, era venuto con molti fanti e 300 cavalieri catalani.[210] L'assedio durò tutto l'inverno, e nell'aprile del 1306 i Pistoiesi, estenuati dalla fame, dovettero arrendersi. Le loro torri e e le mura furono disfatte, il loro territorio diviso tra i Fiorentini ed i Lucchesi. Invano Clemente V s'era adoperato a far cessare questa guerra, che portò un altro duro colpo ai Ghibellini di Toscana. Egli era francese, aveva trasferito ad Avignone la sede pontificia, e non conosceva l'Italia, che non poteva amare un Papa straniero, il quale abbandonava Roma. Infatti ai suoi messi di pace, venuti al campo, i Fiorentini non dierono ascolto, né si curarono dell'interdetto contro di loro pronunziato. Il duca di Calabria si ritirò; ma fu solo per gettar polvere negli occhi, avendo lasciato al campo le sue genti col capitano Pietro de la Rat. E cosí la guerra venne condotta a termine.

Né fu piú fortunato l'altro legato di pace, il cardinal Napoleone Orsini, che in Toscana e nella Romagna non solamente fu male ricevuto, ma venne derubato, e si trovò anche in pericolo della vita. Delle sue scomuniche, de' suoi interdetti, dei suoi consigli di pace ridevano tutti. I Fiorentini ormai volevano andar fino in fondo, e non avevano finito la guerra di Pistoia, che incominciarono quella contro il forte castello di Montaccenico, rocca principale degli Ubaldini, da cui dominavano tutto il Mugello, e dove era il quartier generale degli esuli. Il castello finalmente fu preso a tradimento, provocato con danaro sparso fra gli Ubaldini stessi, e venne demolito dai Fiorentini, che subito deliberarono di fondare colà le due terre di Scarperia e di Firenzuola, «per fare battifolle agli Ubaldini, e torre i loro fedeli», rendendo liberi da ogni vassallaggio tutti coloro che entravano in quelle due piccole città, a tale scopo fondate. La prima pietra di Scarperia fu messa subito, il 7 settembre 1307; la costruzione di Firenzuola cominciò invece assai piú tardi (1332).

Ma a che cosa s'arrivava, qual fine raggiungeva la Repubblica con queste continue guerre, cui anche i Grandi pigliavano parte; con questa sottomissione delle città ghibelline; con questa demolizione di castelli in tutto il territorio? Da una parte cresceva rapidamente il suo predominio politico in Toscana, e si aprivano nuove vie al suo commercio; da un'altra la potenza dei Grandi fuori di Firenze veniva distrutta con l'aiuto di quelli che erano dentro, e che, accecati dall'odio contro gli esuli, non sapevano quel che si facevano. Gli antichi popolani avevano demolito i castelli, che una volta arrivavano fin quasi alle mura di Firenze; avevano costretto i baroni a venire in città, sottoponendoli alle leggi repubblicane, fiaccando il loro orgoglio, escludendoli dal governo. Valendosi delle loro discordie, li spinsero piú tardi a distruggersi fra di loro; e finalmente si facevano ora da essi aiutare per combattere i nobili piú lontani, e demolirne i castelli nel Casentino, nel Valdarno, in Mugello, il che tutto ritornava sempre a vantaggio del popolo e delle Arti. Infatti nel 1306, quando continuava ancora la guerra contro Pistoia, i Fiorentini rinnovarono le compagnie del popolo armato sotto 19 gonfalonieri. E questa fu la costituzione del «buon popolo guelfo», riforma, secondo il Villani, fatta perché «i Grandi e possenti non presumessero di pigliare forza e baldanza, per le molte vittorie ottenute contro i Bianchi ed i Ghibellini».[211]

Ma ciò, non era tutto, che anzi la parte sostanziale della nuova riforma fu la legge del 23 dicembre 1306, con la quale vennero rafforzati gli Ordinamenti, e fu creato l'Esecutore di Giustizia, che doveva curarne una piú rigorosa applicazione. Il fine della legge era chiaramente espresso nelle sue prime parole, che la dicevano fatta «a conservare la libertà del Popolo di Firenze, ed a rompere la superbia de li iniqui, la quale tanto è cresciuta che piú oltre, con gli occhi riguardando, non si puote passare». Le Arti, in sostanza, non davano quartiere ai Grandi, neppure quando combattevano insieme con essi i nemici comuni. L'Esecutore doveva essere popolare e guelfo, forestiere, cioè non toscano, e di luogo lontano almeno 80 miglia da Firenze, di città o terra non sottoposta ad alcun signore. Non poteva essere cavaliere né giudice di legge, e ciò per l'odio sempre crescente contro i perversi giudici, e per la funesta esperienza che, negli ultimi anni, s'era fatta del Podestà. Durava in ufficio sei mesi, e doveva menar seco un giudice, due notai, 20 masnadieri o berrovieri, tutti guelfi e forestieri, due cavalli armigeri. Il suo ufficio era: difendere il popolo e i deboli contro i potenti, ad ogni maleficio che occorresse chiamando le compagnie sotto le armi, per venire subito all'applicazione delle pene. Toccava ora a lui principalmente provvedere all'esecuzione degli Ordini della giustizia, ed ogni volta che il Podestà o il Capitano non facevano la parte che loro era imposta, doveva subito assumerne le veci, secondo le norme minutamente prescritte dalla nuova legge, che fece d'ora innanzi parte integrante degli Ordinamenti.[212] Toccava inoltre a lui punire le falsità e baratterie commesse negli uffici del Comune. E quando il Podestà non disfaceva i luoghi (salvo sempre le chiese), in cui s'erano tenute conventicole o adunanze senza legale permesso, doveva egli provvedere subito, e multare il Podestà stesso in 500 lire. Se le adunanze si erano tenute contro la libertà ed il governo popolare, allora c'era addirittura la pena di morte. E questa, trattandosi di Grandi, veniva inflitta dal Podestà, il quale se non procedeva subito, era al solito punito dall'Esecutore, che doveva farne le veci. Quando i colpevoli erano popolani, spettava al solo Esecutore condannarli a morte, dichiarando Grandi i loro discendenti. E cosí pure i popolani che aiutavano i Grandi nel commettere maleficî, dovevano dall'Esecutore essere condannati ad una pena doppia di quella richiesta dalle leggi comuni. Il sindacato del Podestà e del Capitano che uscivano d'ufficio, spettava all'Esecutore, il quale, a sua volta, era sottomesso al sindacato di persone elette dai Priori e dai Gonfalonieri delle Compagnie.[213]

VI

Intanto il Papa, inquieto nel vedere come gli esuli fiorentini tenessero sempre piú agitata non solo tutta Toscana, ma la Romagna e le Marche, insisteva da capo per la pace. Delle nuove trattative era però incaricato il Cardinal Orsini, uomo egli stesso partigiano e di dubbia fede. Infatti, andato nel 1307 ad Arezzo, ivi chiamò a raccolta, oltre gli esuli fiorentini, anche parecchi suoi amici dalle vicine terre della Chiesa, ponendo cosí insieme 1700 cavalieri ed un gran numero di fanti. Pare che avesse fatto accordo con Mess. Corso Donati e ricevuto da lui danaro per l'impresa che meditava. Questi, divorato sempre dalla sua ambizione, s'era imparentato in terze nozze col ghibellino Uguccione della Faggiuola, il che lo rendeva ora assai sospetto ai Guelfi, e però egli, piú che mai scontento ed irritato, era tornato da capo nimicissimo di Mess. Rosso della Tosa e dei suoi seguaci, i quali, per naturale conseguenza, s'erano di nuovo stretti coi popolani grassi. E questi, veduti gli apparecchi che faceva ora il Cardinale, e il nuovo agitarsi del Donati, raccolsero un esercito di 3,000 cavalieri, 15,000 pedoni, e, senza mettere altro tempo in mezzo, corsero ad Arezzo, dando per via il guasto alle terre nemiche. Il Cardinale allora, credendo d'usare un'astuzia di guerra, invece d'affrontare il nemico, si diresse pel Casentino verso Firenze; ma i Fiorentini, tornando sui loro passi, arrivarono in città prima di lui. Ed egli, con grande sua vergogna, rientrò in Arezzo, di dove cominciò a trattare coi Fiorentini, i quali, mostrando d'accogliere le sue proposte, gli mandarono due ambasciatori con incarico di trattenerlo a parole, e canzonarlo. «Né fu mai», dice il Compagni, «femina da ruffiani incantata e poi vituperata, come costui da quelli due cavalieri».[214] Sicché non gli restò altro che andarsene con le pive nel sacco, lasciando al solito la Città scomunicata,[215] di che i Fiorentini si vendicarono col gravare di nuove tasse i preti, punendo quelli che resistevano.[216]