Piú scontento di tutti rimase allora Mess. Corso Donati, da cui il Cardinale aveva cavato danari con la promessa di venire in Firenze, per abbattere il della Tosa ed i suoi amici Neri, senza poi osare neppur d'appressarsi alle mura. Ma non perciò si dette per vinto, che meditava anzi nuove e piú audaci cospirazioni. Allontanatosi per poco da Firenze, forse a cercare danari ed aiuti, vi tornava nel 1308. E sempre piú accecato dalla rabbia, sperando soccorso cosí dal suocero Uguccione della Faggiuola, che in quel momento era signore d'Arezzo, come da Prato e da Pistoia, raccoglieva i suoi partigiani in Firenze. Ad essi esponeva le sue speranze, giurando di voler rompere gli Ordinamenti della Giustizia, e li incitava a prendere le armi, per farla una volta finita con quei Neri, ai quali esso aveva dato tanta forza, che a lui dovevano la vittoria ottenuta, e che ora cosí iniquamente lo trattavano. Ma non meno grande era contro di lui l'irritazione del popolo, per la voce già diffusa, che Egli aspettasse aiuti da Uguccione, valoroso capitano e nemicissimo di Firenze.[217] E quest'odio per qualche tempo represso, scoppiò improvvisamente, prima ch'ei si movesse o se ne accorgesse. Il 6 di ottobre 1308, a un tratto, i Signori sonarono le campane; il popolo si levò a romore, e corse alle armi coi della Tosa, con gli altri Grandi loro amici, coi soldati catalani del De la Rat. L'accusa di traditore della patria fu contro il Donati portata al Podestà Piero della Branca di Gubbio, e in meno d'un'ora, accusa, bando e condanna erano sanzionati. Subito dopo i Signori, il Podestà, il Capitano, l'Esecutore, con la loro famiglia, coi Catalani, le compagnie del popolo e i cavalieri, corsero a S. Piero Maggiore, ed ivi assalirono le case del Donati. Esso si difese allora cogli amici cosí gagliardamente, che se Uguccione e gli altri fossero, come avevano promesso, venuti in tempo, vi sarebbe stato veramente assai da fare. Sembra che da Arezzo si fossero mossi; ma che, sentito come già tutta la città s'era levata a tumulto contro di lui, se ne tornassero indietro. Certo è che nessuno venne, e che Mess. Corso ben presto si vide abbandonato anche da molti degli amici fiorentini, che, allontanandosi dai serragli, disertarono la zuffa. Allora il popolo irruppe, ed egli dové abbandonare le sue case, che furono subito disfatte. Con pochi dei piú fidi, prese, fuggendo, la via di Porta alla Croce, inseguito da' cittadini e da' Catalani. Il primo ad essere raggiunto in sull'Africo, fu Gherardo dei Bordoni, che venne subito ucciso. Poi gli tagliarono la mano, che andarono ad affiggere alla porta di Tedici degli Adimari, perché questi era stato colui che lo aveva indotto ad unirsi col Donati. Pochi momenti dopo il Donati stesso fu raggiunto a San Salvi dai Catalani, che subito lo uccisero, come loro era stato ordinato. Altri dicono, invece, che egli tentò prima di corromperli con promesse di danaro, e non essendovi riuscito, si lasciò, per non venire nelle mani dei suoi nemici fiorentini, cadere a terra, dove fu, con un colpo di lancia alla gola, finito. I monaci di San Salvi ne raccolsero il corpo, ed il giorno seguente lo seppellirono nella Badia assai modestamente, per non incorrere in odio.[218]

Quale fosse la causa di questo improvviso e irrefrenabile furore di popolo, è chiaramente espresso nelle lettere che il Comune scrisse poco dopo ai Lucchesi, presso i quali s'erano rifugiati i Bordoni. «Sapersi per tutta Toscana, che questa dei Donati era stata una guerra a morte per consegnare la città di Firenze e la parte guelfa in mano dei Ghibellini, e sottoporla al loro giogo, con perpetuo esterminio e morte ultima dello Stato guelfo. Costoro volevano rompere tutti i confini, e sottoporre la Città al loro dominio, sebbene Mess. Corso e i suoi sfacciatamente chiamassero invece ghibellina la Signoria».[219] Cosí questa scriveva nel marzo del 1309. E veramente una volta che i Neri s'erano divisi fra Donati e Tosinghi, e questi s'erano uniti ai popolani grassi, dove potevano i Donati trovare aiuto, se non fra i Ghibellini? Il popolo minuto era debole, e il Papa lontano insisteva sempre piú pel ritorno degli esuli. Questi si erano uniti ai nobili di contado, antichi amici del Donati, separandosi da molti di quei popolani bianchi, che erano stati cacciati insieme con loro, ma che, a poco a poco, erano ritornati in città; s'erano separati anche dagli uomini indipendenti come l'Alighieri, il quale, nemico di messer Corso e fautore degli Ordinamenti di giustizia, era stato finalmente costretto a far parte da sé. E cosí i Bianchi, esiliati perché amici del popolo, si trovavano ora amici dei Grandi, d'Uguccione, dei Ghibellini e del Donati, il quale solo da questa ibrida unione aveva potuto sperare valido aiuto. E quale fu infatti l'immediata conseguenza della sua morte? Un altro terribile colpo agli esuli ed alla potenza dei Grandi, cosí dentro come fuori della città. Ne abbiamo subito, ai primi del 1309, una prova, vedendo che i fieri e superbi Ubaldini vennero in Firenze a sottomettersi al Comune, e promisero di guardare i passi dell'Appennino, dando perciò idonei mallevadori. In conseguenza di che furono accettati come amici con la condizione «che, in ogni atto e fazione, dovessero fare come distrettuali e cittadini».[220]

Questo fu il processo con cui dal principio alla fine della sua storia, il Comune di Firenze andò accogliendo i nobili nel proprio seno. Ma fu anche il modo col quale i Grandi, quantunque vinti e sottomessi, ritrovavano in città sempre nuove forze. Essi perciò non tralasciarono di combattere il popolo e la Repubblica, prima fuori, poi dentro le mura, se non quando furono da essa distrutti, dal che non siamo ora molto lontani. E se in mezzo a questa lotta cosí sanguinosa, la prosperità di Firenze non accenna ancora a diminuire punto, occorre tener presente due cose. I continui conflitti da noi esposti nascevano dal bisogno costante d'escludere dal seno d'una repubblica di mercanti, il corpo estraneo del feudalismo, che minacciava di impedirne il naturale incremento. Ma queste guerre civili si combattevano fra un numero comparativamente piccolo di cittadini, che volevano impadronirsi d'un governo, il quale esercitava allora sulla società un'azione assai minore di quello che generalmente si suppone. La forza, la direzione vera della Repubblica stavano assai meno nella Signoria, mutabile ogni due mesi, che nella costituzione economico-politica delle Arti, fortemente ordinate e finora almeno sempre concordi fra loro. Lo Stato moderno che ogni cosa assorbe, le cui scosse scuotono perciò tutta la società, ancora non esisteva nel Medio Evo. Le repubbliche italiane erano piccole confederazioni di associazioni, alla cui testa si trovava un governo centrale cosí debole, che qualche volta poteva essere per un momento anche soppresso, senza che se ne risentisse gran danno.

VII

La morte di Corso Donati pose fine alla tragedia cominciata con la cacciata dei Bianchi; ed un nuovo avvenimento mutò ora le condizioni, non solo di Firenze, ma di tutta Italia. Alberto d'Absburgo era stato ucciso da suo nipote, il 1 maggio 1308. Si trattava quindi di eleggere il nuovo re dei Romani, il futuro imperatore. Filippo il Bello sperava con l'aiuto di Clemente V, d'avere, quando non fosse per sé, almeno pel fratello Carlo di Valois, la corona imperiale. Ma il Papa che, trovandosi in Francia, non poteva opporsi direttamente ad un tale disegno, non voleva di certo neppure favorirlo. Cogli Angioini in Napoli, con la sede in Avignone, con Roma a lui ribelle, egli sarebbe restato addirittura in balía di Filippo, quando un Francese fosse divenuto imperatore. E però favoriva segretamente Arrigo di Lussemburgo, che risultò eletto il 27 di novembre 1308, pigliando il nome di Arrigo VII. Nato sulle frontiere della Francia, nella quale era stato educato, egli serbava in sé qualche cosa di germanico e di latino ad un tempo. Non aveva veramente nessuna forza e potenza propria, i suoi stati essendo poca cosa; ma d'un animo nobilissimo e fantastico, quasi mistico, era tutto pieno d'un alto concetto della dignità e grandezza dell'Impero universale, che voleva restaurare in Roma. Non sembrava comprendere punto, che l'unione feudale della Germania coll'Italia, non riuscita neppure nel primo Medio Evo, era divenuta impossibile ora che l'Italia aveva quasi distrutto il feudalismo, base principale del sacro-romano Impero. Nondimeno le speranze che Arrigo destò nel partito ghibellino, quando cominciò a spiegare la sua bandiera, furono infinite, e si diffusero con grandissima rapidità nella Penisola. Pareva che improvvisamente un vero entusiasmo s'impadronisse di tutti gli animi.

I Ghibellini adesso non erano piú quelli d'una volta, l'idea dell'Impero s'era in Italia trasformata. L'attitudine presa dai Papi contro la libertà e l'indipendenza delle repubbliche; la loro lotta continua contro il Comune di Roma; la lontananza, la debolezza, la dipendenza di Clemente V dalla Francia; il bisogno già cominciato a sentirsi per tutto, di creare sulle rovine degli antichi municipi un nuovo Stato, quale già di fatto si vedeva sorgere in Francia ed altrove; il risorgimento degli studi classici, che nella Repubblica e nell'Impero di Roma antica facevano letterariamente intravedere l'unità e la forza di quello Stato laico, che la realtà delle cose rendeva necessario; tutto ciò aveva, nella mente degli uomini, alterato affatto l'idea dell'Impero medioevale. Ora che la Francia ed altre regioni se n'erano separate, esso non era piú universale, ma solamente romano-germanico, eppure agli occhi degl'Italiani cominciava ad apparire, sebbene assai confusamente, come se fosse la resurrezione dell'antica Roma, che era sempre capo morale del mondo civile, e poteva divenire centro d'uno Stato italiano confederato. Questa idea fu prima di tutti formulata chiaramente dall'Alighieri nella sua Monarchia, che divenne allora il programma del partito ghibellino. Trovò di poi piú largo svolgimento nel Defensor Pacis di Marsilio da Padova, e piú tardi ancora la vediamo riempire di fantastico entusiasmo Cola di Rienzo. Il suo tentativo d'una nuova Repubblica romana, italiana, imperiale, tanto lodato dal Petrarca, fu un sogno, parte scolastico, parte classico-umanistico, parte feudale e medioevale, che però conteneva in germe un oscuro presentimento del futuro stato italiano, che si presentiva, senza ancora capirne la natura. In ogni modo, questo incomposto amalgama d'idee divenne allora la bandiera dei Ghibellini in Italia.

A tutto ciò i Guelfi non opposero un altro programma filosofico. La realtà presente delle cose, il bisogno, l'interesse che c'era a sostenere la indipendenza delle città italiane dal Papa e dall'Imperatore, questa fu la bandiera sollevata allora da Firenze in nome dei Guelfi. La venuta dell'Imperatore rappresentava per essa il risorgimento del vecchio partito ghibellino, quindi d'Arezzo, di Pistoia, di Pisa, di tutte le città nemiche, che l'avrebbero circondata d'un cerchio di ferro, fermando il suo commercio. E però essa chiamava a raccolta le città guelfe, tutti coloro che volevano difendere la propria libertà, e non si volevano rendere schiavi dello straniero, proponendo una confederazione italiana, alla cui testa si pose. Questo è, infatti, il momento in cui la piccola repubblica di mercanti inizia una vera politica nazionale, diviene una grande potenza italiana. E cosí, sotto la forma medioevale d'Impero feudale, universale da una parte, e sotto quella di confederazione municipale dall'altra, il concetto nazionale, per la prima volta, cominciava a balenare, sebbene ancora in nube e da lontano. I due partiti combattevano con ardore pei loro interessi del momento, e pel giusto presentimento che avevano d'un nuovo avvenire, senza però avvedersi, che questo avvenire era possibile solo colla distruzione dell'uno e dell'altro.

Il Papa sembrava adesso favorire Arrigo VII; lo incoraggiava infatti all'impresa d'andare a Roma a prendere la corona imperiale; raccomandava agl'Italiani che gli facessero buona accoglienza. Ma egli (e i Fiorentini lo avevano sin da principio capito) non poteva desiderare che l'Italia fosse sottomessa all'Imperatore: ricordava bene ciò che Federico II aveva fatto soffrire alla Chiesa. E però, seguendo la vecchia politica della Corte di Roma, favoriva nello stesso tempo Roberto di Napoli, il già Duca di Calabria, per la morte di Carlo II, divenuto re di Napoli (3 maggio 1309), il quale naturalmente s'apparecchiava per resistere a tutt'uomo alle pretese d'Arrigo. I Fiorentini sembravano dapprima stare a guardare; non prestavano però nessuna fede agl'incoraggiamenti che il Papa mostrava di dare ad Arrigo. Volevano fare con Clemente piú stretta alleanza, ma questi era irritatissimo anch'egli dalla loro passata condotta, e ripeteva in cuor suo, non senza ragione, le parole di Benedetto XI: «Chi potrebbe mai credere che costoro, combattendo la Chiesa, presumano d'essere suoi figli?» Nondimeno essi, punto sgomenti di ciò, trattarono con re Roberto, il quale teneva sempre presso di loro il De la Rat coi cavalieri catalani, anzi mandava ora anche la sua bandiera. E con questi aiuti i Fiorentini andarono ripetutamente contro Arezzo; né si fermarono quando Arrigo intimò loro di rispettarla come terra d'impero. Ebbero sempre il vantaggio, penetrarono fin dentro la città; ma non poterono restarvi, si disse allora, per tradimento dei Grandi.[221] In fronte a tutti gli atti e bandi del Comune scrivevano: — A onore di Santa Chiesa e della Maestà di Re Roberto, ad abbassamento del Re della Magna.[222]

VIII

Nel 1310, lasciata al figlio la cura delle cose di Germania, Arrigo si mosse per l'Italia. Aveva mandato innanzi Luigi di Savoia, eletto Senatore di Roma, che il 3 di luglio era in Firenze, con due prelati tedeschi. Questi furono ricevuti in Consiglio; ma alla loro domanda, che s'apparecchiassero a ricevere con onore l'Imperatore, Betto Brunelleschi rispose: «Che i Fiorentini mai per niuno signore inchinaro le corna»; risposta che era certo poco conveniente, ma che in sostanza esprimeva il sentimento comune. Infatti i messi imperiali, bene accolti dovunque, nulla poterono ottenere in Firenze, neppure far sospendere la guerra contro Arezzo. Ed a Losanna, Arrigo ricevette gli ambasciatori di quasi tutte le città italiane; ma quelli di Firenze non v'erano. Essa, con grande operosità, si apparecchiava invece alla difesa; rialzava le nuove mura per altre otto braccia, e circondavale di fossati da Porta al Prato fino a Porta San Gallo, e da questa fino all'Arno.[223] Il 30 di settembre Roberto venne da Avignone, dove il Papa lo aveva coronato re di Napoli, e nominato anche vicario di Romagna, per tema che Arrigo volesse impadronirsi di quella provincia da poco alienatasi dall'Impero. Ben presto s'intese coi Fiorentini, e fece con essi gli accordi per la comune difesa. Ciò non ostante, Arrigo s'avanzava, intitolando sempre i suoi atti, in nomine regis pacifici, ed assumendo la persona di giudice imparziale e giusto. Invitava a sé Guelfi e Ghibellini, che tutti voleva ricevere con uguale amplesso. Il 24 di ottobre era a Susa, ed il 6 gennaio 1311, giorno dell'Epifania, prese la corona di ferro nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano.