Debetur...
(Aen, IV, 272).
A che ti giova fermarti a sottomettere Cremona? Insorgeranno Brescia, Bergamo, Pavia, altre città, fino a che non estirperai la radice del male. Ignori tu forse dove riposa e cova la fetida volpe? Essa s'abbevera nell'Arno, che avvelena con le sue labbra. Non sai che si chiama Firenze? Questa è la vipera che s'avventa al seno della madre, la pecora che corrompe il gregge, la Mirra incestuosa col padre. Infatti è dessa che dilania il seno della madre Roma, che la fece a sua similitudine, e viola gli ordini del Padre dei fedeli, che è teco d'accordo. E mentre che dispregia il proprio sovrano, parteggia con re non suo, diritti non suoi. Dunque non esitare, e colla frombola della tua sapienza, colla pietra della tua fortezza abbatti il nuovo Golia».[240]
Questo linguaggio scolastico, biblico e classico ad un tempo, spesso anche ampolloso, dipinge mirabilmente le idee del tempo, e dimostra quanto si fosse esaltato lo spirito di Dante. Egli è certo il primo che chiaramente esponga il nuovo concetto dei Ghibellini, che s'era andato svolgendo e maturando nella sua mente, quando egli si separò sdegnosamente dai compagni d'esilio, per chiudersi nello studio. Questo concetto che, come già dicemmo, trovasi ampiamente delineato nella Monarchia, era di certo piú teorico e letterario, che pratico; ma esso aveva profonde radici nelle idee del tempo, e nel libro che lo espone si vede già assai chiara la tendenza del secolo a trasformarsi. Leggendo, noi siamo assai spesso ricondotti nel Medio Evo, ma una nuova aurora biancheggia pure dinanzi ai nostri occhi. «L'Impero rappresenta il diritto, che è il saldo fondamento dell'umana società; deriva perciò da Dio, da cui l'Imperatore riceve il suo potere, non altrimenti che il Papa». Come si vede, è già la società laica, indipendente, emancipata dalla Chiesa, ed è la prima volta che l'idea d'uno Stato fondato sul diritto, idea ispirata dall'antica Roma, suggerita da nuove necessità pratiche, viene formolata in sull'uscire dal Medio Evo, che l'aveva negata. Dante però non s'accorge che il nuovo Stato deve di sua natura essere nazionale, e non vede che l'Impero universale, rappresentato da Arrigo VII, che egli invoca, è quello appunto che rende impossibile questo Stato. Cosí ciò che v'ha di nuovo, quasi di profetico, nel suo libro, è distrutto da ciò che vi ha di teorico e di scolastico. Lo Stato laico, indipendente, che egli già vede con la sua gran mente, deve trionfare; ma questo trionfo farà sparire l'Impero medioevale, di cui egli, col suo libro, voleva scrivere l'apoteosi, e scriveva invece l'epitaffio, come fu giustamente osservato. Eppure il concetto non solo dello Stato, ma dello Stato nazionale, sebbene in confuso e da lontano, piú d'una volta balena nel suo libro, svolgendosi faticosamente attraverso il classicismo che risorge. L'Impero infatti è inseparabile dalla Città Eterna, da cui deriva, di cui è l'erede. La venuta dell'Imperatore a Roma, sua sede naturale, permanente, dovrà ricondurla all'antica grandezza. E Roma e l'Italia non sono una sola e medesima cosa? Arrigo VII è il rappresentante non solamente del diritto, ma della pace, della libertà, della civiltà, e l'Italia troverà in lui la fine delle sue miserie, la garanzia delle sue libertà. Non è egli il padrone del mondo? Epperò nulla può desiderare di piú, e non potrà non essere a tutti giusto signore e padre, rispettando tutti i diritti e le giurisdizioni legalmente acquisite. Ma era appunto questo suo voler esser signore di tutto e di tutti, ciò che si opponeva a quello spirito nazionale, che già si cominciava a sentire da molti, e che, quasi a sua insaputa, veniva cosí vivamente esaltato dall'Alighieri, nel momento stesso che lo negava col chiedere la resurrezione dell'Impero.
Una tal contraddizione rendeva tragica davvero la condizione in cui lo spirito di Dante si trovava. Egli era profondamente sincero e convinto della verità delle sue idee. Pieno di santo sdegno contro coloro che aiutavano il Papa e gli Angioini, memore di ciò che aveva visto operare da Bonifazio VIII e da Carlo di Valois in Firenze, prevedeva, quasi vedeva le molte calamità che i suoi avversari avrebbero, colla loro ostinazione, fatto ripiombare su tutta Italia. Ma non vedeva che il suo concetto politico avrebbe ricondotto l'Italia al Medio Evo feudale, resa vana l'opera dei Comuni, e le loro lotte secolari, alle quali egli stesso non era stato estraneo. In mezzo a questo conflitto, che era nella sua mente, nacque la Divina Commedia, nella quale due mondi sono in presenza, spesso a contrasto, ed uno spirito nuovo, rianimando il passato, lo trasforma e ne fa sgorgare l'avvenire, un'arte, una letteratura, una civiltà nuova. Nel grande poema la realtà umana delle passioni e della vita, penetrando nelle mistiche nebbie del Medio Evo, le dissipa finalmente per sempre. Il filosofo, lo storico vi trovano quindi tutti gli elementi che costituirono quel secolo, in cui una società muore, ed un'altra, quasi sotto i nostri occhi, apparisce e si forma. Ma se da tale conflitto sgorgò una poesia immortale, non ne sgorgò, e non poteva, una politica pratica.
Ed era ciò che dava il vantaggio ai Fiorentini, i quali si tenevano invece stretti alla presente a prossima realtà. Essi contavano e pesavano le balle della seta e della lana; calcolavano di quanto sarebbero, col trionfo dell'Impero in Italia, diminuite la loro importazione e la loro esportazione; e vedevano in esso la rovina del loro commercio; il trionfo dei loro nemici, dei Grandi, di Pisa, dei molti piccoli tiranni italiani; la rovina delle loro libertà e del governo delle Arti. I fatti di Milano, di Cremona, di Brescia non davano loro ragione? E perciò essi chiamavano a raccolta le città guelfe, e nel nome d'Italia, della libertà e della comune indipendenza, le confederavano a difesa contro lo straniero. Ma s'alleavano anche con Roberto, e sposavano la causa della Francia e del Papa, il cui trionfo sarebbe stato a sua volta, come fu di fatto, funesto alla libertà ed alla indipendenza italiana. La nazione, noi lo abbiamo già detto, poteva cominciare a formarsi solo colla distruzione, sulle rovine dell'uno e dell'altro partito. Il lungo e faticoso processo di storica evoluzione, che doveva apparecchiare un avvenire lontano, era allora ignoto a tutti. I Fiorentini pensavano solo a salvare il presente, ed in ciò ebbero ragione e furono fortunati.
X
Intanto Arrigo VII, vittima coronata del proprio fato, come dice il Del Lungo, s'avanzava impassibile, fidente. Il dolore di avere egli, re pacifico, insanguinate le città italiane, e seminata la discordia; la perdita del fratello, e della moglie; la morte dei suoi migliori soldati; l'abbandono di molti amici; il sarcasmo sprezzante dei nemici non gli facevano perdere la sicurezza e la fede nella sua impresa. Il 6 marzo del 1312, tranquillo e sereno, entrava in Pisa, dove fu accolto con grandissima festa, e si trattenne fino al 23 d'aprile fra un popolo a lui veramente amico. I Pisani gli avevano già mandato 60,000 fiorini a Losanna, ed ora gli professavano sincera sottomissione, accettando da lui nuovi magistrati, e promettendogli altra uguale somma.[241] Né egli si sgomentò punto, quando seppe che le forze del principe Giovanni, fratello di Roberto, erano in Roma cresciute.
Il principe aveva seco piú di 600 cavalieri catalani e pugliesi, e già glie ne erano venuti altri 200 dei migliori cavalieri fiorentini, comandati dal De La Rat, che aveva menato anche mille pedoni, oltre i suoi Catalani. Da Lucca, da Siena, da altre città erano venute nuove genti. Il Campidoglio, S. Angelo, Trastevere, tutte le fortezze furono cosí occupate. E finalmente il re di Napoli, che aveva prima affermato d'aver occupato Roma come amico, si dichiarava adesso aperto nemico d'Arrigo. Questi nondimeno s'avanzava con soli 2000 cavalieri, oltre parecchi fanti, ed il 7 di maggio 1312 entrava nella Città Eterna. Il Campidoglio fu subito da lui assalito e preso con la forza; ma quando si provò ad aprirsi con le armi la via a S. Pietro, per pigliarvi la corona imperiale, vi fu allora nelle strade una vera battaglia; ed una sortita da Castel S. Angelo respinse le sue genti, che subirono gravi perdite. Né la coronazione avrebbe avuto mai luogo, se il popolo romano, che gli era favorevole, non avesse minacciosamente obbligato i prelati a compiere, contro l'usanza, in Laterano la solenne cerimonia (29 giugno). Ma ora dovette accorgersi che nemico gli era anche il Papa, il quale gli ordinava di non assalire Napoli, di far tregua d'un anno col Re, di lasciar Roma il giorno stesso della incoronazione, di rinunziare ad ogni diritto sulla Città Eterna, né piú tornarvi senza permesso. La maschera era finalmente caduta, e i Fiorentini erano stati i piú accorti profeti. Però in questo stesso momento, in cui la loro politica guelfa trionfava, e la rottura tra Papa e Imperatore era cosí manifesta, il popolo romano proclamava Roma città imperiale, ed il Campidoglio sede perenne dell'Imperatore, il quale solo dal popolo romano doveva riconoscere la sua autorità. «Dum sola tribunitia, exterminatis Patribus, potestas adolevisset illo sub magistratu.... omnia haec paravi Caesari, ipsum evocandum in Urbem, vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe recogniturum».[242] Era l'idea stessa di Dante proclamata ora dal popolo di Roma.
Arrigo finalmente, dopo molto esitare, si decise a seguire il consiglio, che l'immortale poeta già da un pezzo gli aveva suggerito, e andò ad assediar Firenze. Traversò nell'agosto la campagna romana, che con le febbri decimò le sue genti, e dopo aver preso Montevarchi e S. Giovanni, venne a Figline.[243] I Fiorentini accorsero in gran fretta, senza buoni capitani, quasi tumultuariamente, con molti fanti e 1800 cavalieri, al Castello dell'Incisa. Ma non vollero poi accettar battaglia, e l'Imperatore per altra via continuò il suo cammino, respingendo vigorosamente tutti coloro che dall'Incisa gli vennero incontro per fermarlo. Il 19 di settembre cinse d'assedio Firenze, ponendo a S. Salvi il suo quartier generale. E i cittadini, che non sapevano ancora nulla di ciò che era seguito del loro esercito, trovandosi come sorpresi, corsero subito alle armi, e sotto i gonfaloni del popolo andarono alle mura, dove venne anche il vescovo, armato coi suoi preti. Dopo due giorni, i militi che erano andati incontro all'Imperatore, per vie traverse tornarono in Firenze, dove arrivarono anche aiuti da Lucca, Siena, Pistoia, Bologna, dalla Romagna, da tutte insomma le città della Lega. E cosí, secondo il Villani, si mise insieme un esercito di 4000 cavalli, con numero infinito di fanti. L'Imperatore, che aveva solo 800 cavalieri tedeschi, mille italiani e buon numero di fanti non poté far altro che dare il guasto alla campagna. Fortunatamente per lui l'annata era stata assai fertile, e quindi non mancarono le vettovaglie ai suoi soldati. I Fiorentini, sebbene in numero tanto superiore, non osarono neppure adesso uscire a battaglia; ma nella città si sentivano tanto sicuri, che solo le porte di fronte all'Imperatore erano chiuse le altre restavano aperte, e i traffici procedevano come in tempo di pace. In tal modo si continuò sino al novembre, quando la notte d'Ognissanti Arrigo VII, ormai stanco ed esausto, se ne parti per Poggibonsi e Pisa. Lo seguirono i Fiorentini, e piú volte lo assalirono per via, ora con prospera, ora con avversa fortuna. A Poggibonsi restò fino al 6 marzo 1313, privo di denari e di vettovaglie, con l'esercito stremato in modo che non aveva piú di mille cavalieri. Pure continuò la sua via e, sebbene gli assalitori fossero, secondo il Villani, quattro contro uno, poté pur sempre resistere, arrivando a Pisa il 9 di marzo.