Era allora, pei travagli dell'animo e del corpo, rovinato in salute, senza danari, senza soldati, pure senza aver perduto la sua fede e la sua calma. Iniziò quivi molti processi contro i Fiorentini, che privò delle loro giurisdizioni; depose i loro giudici e notai; impose grosse taglie; condannò nell'avere e nella persona molti dei loro cittadini, sentenze che restarono tutte prive di effetto. Ma egli continuava senza darsene pensiero. Proibí loro di batter moneta, consentendo ad Ubizzo Spinola di Genova, ed al marchese di Monferrato di battere nelle loro terre fiorini falsi col conio fiorentino, cosa che fu molto biasimata, come contraria alla pubblica fede.[244] Condannò il re Roberto come traditore dell'Impero, e s'alleò con Federico di Sicilia, con i Genovesi. Voleva andare contro Napoli, non ostante che il Papa avesse minacciato la scomunica a chi assalisse quel regno, ritenuto feudo della Chiesa. Tutto pieno d'ardore e di fede nella nuova impresa, mandò in Lombardia ed in Germania, per avere uomini e danari. Raccolse cosí 2,500 cavalli oltramontani, 1,500 italiani, oltre le genti a piede. I Genovesi armarono 70 galere; Federico ne armò 50; i Pisani, che già per lui avevano fatto ogni sacrifizio, ne armarono 20; raccolse anche del danaro, e il dí 8 agosto 1313 parti, non senza ragionevole speranza di buona fortuna. Ma il 24, arrivato a Buonconvento, morí, e cosí tutto fu finito.
Il 27 dello stesso mese i Fiorentini, con grandissima gioia, annunziavano ai loro amici, che «Gesú Cristo aveva fatto morire quello fierissimo tiranno Arrigo, che i ribelli persecutori di S. Chiesa, cioè i Ghibellini vostri e nostri nemici, chiamavano Re dei Romani e Imperatore».[245] Già, lui vivente, essi avevano dato per cinque anni la signoria a Roberto; gliela rinnovarono ora per altri tre, a condizione, ben inteso, che il governo restasse libero, guelfo e popolare nelle loro mani. Si trattava solo d'avere da lui un capo militare che menasse, in nome e con la bandiera del Re, alcuni buoni uomini d'arme, e potesse comandare le forze cittadine, per difendere la Repubblica contro i possibili assalti di Genova e di Pisa, contro i capitani ghibellini, come Uguccione della Faggiuola ed altri. Di quest'ultimo soprattutto si temeva e di Pisa; che già aveva preso al suo soldo mille dei soldati d'Arrigo, i quali formarono la prima di quelle compagnie di ventura, destinate ad essere ben presto un vero flagello d'Italia.[246] Il Papa, schiavo ormai della Francia, si gettò nelle braccia di Roberto, che nominò Senatore di Roma, dove tornarono subito i vicari angioini. Egli presumeva di potere, durante la vacanza dell'Impero, assumerne tutta l'autorità, e quindi annullò il decreto d'Arrigo contro Roberto, che nominò vicario imperiale in Italia, sino a due mesi dopo la prossima elezione.
Non ostante la nuova potenza di Roberto, e la signoria a lui affidata della loro città, i Fiorentini ebbero allora un grande aumento di forza morale e materiale, poiché avevano meglio assai degli altri preveduto l'avvenire, erano stati gli autori principali di tutto ciò che era seguito, si trovavano amici ed alleati di coloro che insieme con essi avevano trionfato. Il popolo rimaneva in sostanza padrone; i Grandi erano disfatti; il commercio, non interrotto durante la guerra, pigliava colla pace nuovo vigore. Ma che cosa era divenuta la confederazione guelfa, e il nome d'Italia che essi avevano invocato nel formarla? Tutto era svanito in un attimo. Il fatto stesso che essi si sentivano appunto ora costretti a cercare un re che li proteggesse, dimostra chiaro che, non ostante cosí prospera fortuna, la loro repubblica, restando sola, non sentiva la fiducia e la forza necessarie a renderla davvero indipendente e padrona di sé. Ciò minacciava di necessità nuove complicazioni e nuovi pericoli, i quali pur troppo non potevano tardar molto. Il Comune italiano doveva morire; lo Stato moderno doveva nascere; ma per arrivarvi bisognava passar sotto la tirannide. Questo è il fato che da lontano pesa ora anche su Firenze.
Dopo la morte di Arrigo VII muta il carattere dell'Impero e delle sue relazioni con l'Italia. Dopo l'alleanza del Papa con la Francia mutano sostanzialmente anche le relazioni del Papato coi Comuni italiani, alla cui indipendenza e libertà esso si dimostra sempre piú avverso. Il Medio Evo si chiude, un'epoca affatto nuova incomincia ora nella storia di Firenze e dell'Italia.
AVVERTENZA
Della Cronica attribuita a Brunetto Latini, e di coloro che recentemente se ne occuparono, noi abbiamo già parlato piú sopra (Vol. I, pag. 42 e seg.); ora dobbiamo aggiunger poche parole a spiegare le ragioni e il modo della pubblicazione che ne facciamo. Questa Cronica degli ultimi del secolo XIII era nota da lungo tempo, e la sua importanza fu subito riconosciuta, perché vi si trova il piú antico e compiuto elenco di Consoli e Podestà fiorentini che si conosca. Esso infatti comincia coll'anno 1180, mentre l'altro, che fu pubblicato dal Fineschi (Memorie storiche ecc.: Firenze, 1790) incomincia solo col 1196. E senza la Cronica non sarebbe possibile colmar la lacuna neppure coi documenti, perché questi dal 1180 al 1196 sono ora scarsissimi. Il nostro autore ne vide certamente alcuni che poi andarono perduti.
Per tutto ciò questa Cronica doveva richiamare l'attenzione degli storici e degli eruditi. Del suo elenco di Consoli e Podestà si valsero, infatti, l'Ammirato (Storie fiorentine) ed il Padre Ildefonso (Delizie, VII, 137); l'infaticabile senatore Carlo Strozzi lo copiò insieme con alcuni brani della narrazione. Piú tardi, nel 1832, L. M. Rezzi, bibliotecario della Barberiniana di Roma, pubblicò da un codice del sec. XVII, ivi esistente, lo stesso elenco, con alcune notizie degli anni 1210,[247] 1213, e specialmente una narrazione del notissimo fatto del Buondelmonti (1215), assai diversa da quella lasciataci dal Villani. E a tutto ciò, seguendo l'indicazione del codice Barberiniano, dette il titolo di Storietta antica: credesi di S. Brunetto Latini. Anche nel manoscritto ora smarrito, di cui s'era servito il Padre Ildefonso, si leggeva: cuius auctor dicitur S. Brunettus Latini. Per qual ragione poi, e da chi la prima volta s'attribuisse a colui che fu tenuto maestro di Dante una cronica, la quale narra fatti posteriori alla morte del presunto autore di essa, noi non sappiam dire. L'averla però a lui attribuita dimostra che se ne riconosceva l'importanza e l'antichità.
Ma allora si potrebbe qui domandare: perché mai nessuno pensò finora a pubblicarla, come s'è pur fatto di tante altre croniche meno antiche e piú voluminose? La risposta può darsi solo esaminando la Cronica stessa nei codici che la contengono. Essi, come abbiam detto altrove, sono due: l'Autografo, che è mutilo ed incomincia con la carta 39, dove prima registra i Consoli del 1180, poi accenna al pontificato di Alessandro III, che fu eletto nel 1159; ed il Gaddiano, che è una copia del secolo XV, la quale ci dà tutta la Cronica, incominciando da Gesú Cristo primo e sommo pontefice, e da Ottaviano imperatore. In questo secondo codice, noi vediamo che essa procede, narrando le vite dei Papi ed Imperatori fino al 1249, dove fa un salto di 35 anni circa, per ripigliare il racconto al 1285, e continuarlo fino al 1303, o piú veramente al 1297, con una sola notizia (di mano posteriore) del 1303, cui s'aggiunge l'indicazione dell'anno 1316,[248] con le parole «Giovanni XXII...». E qui resta in tronco.
Si tratta evidentemente d'un lavoro abbozzato e non finito, con diverse lacune, una delle quali, come s'è detto, dal 1249 al 1285, un'altra dal 1220 al 1226, dove sono, nell'Autografo, tre carte bianche. Esso lavoro può dividersi in tre parti, ciascuna con un carattere suo proprio. La prima, che è piú lunga delle altre due insieme riunite, arriva fino al 1180 circa. Questa parte, che manca affatto nell'Autografo mutilo, non è altro che un sunto italiano del testo latino delle vite dei Papi ed Imperatori di Martin Polono, senza nessuna notizia su Firenze, salvo alcuni pochi paragrafi, privi affatto d'ogni valore storico, che riproduciamo in nota qui sotto.[249] La seconda parte, che va dal 1180[250] al 1249, continua il sunto di Martin Polono, aggiungendovi però molte notizie fiorentine. Se la esaminiamo nell'Autografo, dove si trova quasi tutta, a cominciare cioè dal 1181, vediamo chiaramente come essa fu dall'autore compilata. Nella colonna di mezzo egli continuò il sunto cominciato nella prima parte; ma nei due larghi margini, a destra ed a sinistra, andò, via via che poté raccoglierle, registrando notizie su Firenze. E si direbbe che, per aiuto della memoria, avesse voluto usare una diversa scrittura, secondo le fonti diverse cui attingeva. Nel codice Gaddiano, invece, tutto ciò venne riunito, fuso insieme, probabilmente per opera di chi in esso copiò l'Autografo. Ciò si può dedurre anche dal modo incerto e mal sicuro con cui furono qualche volta connessi fra loro i vari brani.
Per qual ragione poi il cronista, arrivato al 1249, saltasse all'anno 1285, noi non sappiam dirlo. È possibile che, vivendo nel 1293, come dice egli stesso, cominciasse dapprima la sua narrazione dall'anno 1285, con l'intendimento di scrivere solo una cronica di fatti contemporanei, sui quali era a lui agevole avere maggiori e piú esatte notizie. Arrivato però ai giorni in cui scriveva, si può credere, seguendo la nostra ipotesi, che gli venisse l'idea di rifarsi da capo, e cominciasse quindi dai tempi di Gesú Cristo, con l'intendimento di compilare un piú vasto lavoro. Ma non riuscendogli fino all'anno 1180 di trovare notizie su Firenze, si dove contentar di fare un sunto della storia generale di Martin Polono, aggiungendovi dal 1181 in poi quelle notizie fiorentine che gli riuscí di raccogliere. Arrivato al 1249, non poté forse, per morte o per altra ragione, continuare questa seconda parte del suo lavoro, la quale rimase perciò interrotta al pari della terza ed ultima, che era stata scritta prima, sebbene narrasse fatti posteriori. Ma in ogni modo, sia che s'accetti o no la nostra ipotesi, certo quest'ultima parte è di un genere affatto diverso da tutto ciò che la precede. Non solamente le notizie su Firenze in essa abbondano, e si vede, esaminando l'Autografo, che furono sin dal principio fuse col sunto di Martin Polono; ma il sunto è qui divenuto qualche cosa d'affatto secondario, ed in sostanza abbiamo una vera e propria cronica fiorentina. Chi piú tardi raccolse tutti questi fogli, li riuní con una numerazione sola, non interrotta neppure là dove si ha la lacuna di 35 anni.[251]