Da tutto quello che abbiam detto apparisce chiaro, che nessuno poteva sentirsi invogliato a pubblicare una cronica fiorentina, la quale per piú d'una metà non è che il sunto dell'opera di Martin Polono, notissima fra di noi, e già sin d'allora stata assai spesso copiata, tradotta, compendiata; una cronica che in tutto il resto appariva compilata in maniera da doversi ritenere piú che altro un abbozzo incompiuto, quasi una raccolta d'appunti. È ben vero che anche il Villani ed il pseudo Malespini cominciarono col copiare e compendiare Martin Polono; ma essi si valsero pure d'altre fonti storiche medioevali, e dettero al Polono una parte molto minore nell'opere loro, le quali perciò divennero ben presto vere e proprie croniche fiorentine, assai piú corrette e limate nella forma. Bisogna inoltre notare che, sin dalle prime pagine, essi aggiunsero tradizioni, leggende, favole sulle origini di Firenze, ed il Villani anche notizie cavate da antichi scrittori latini, specialmente da Sallustio.

Comunque sia di ciò, certo è che non solo la Cronica attribuita a Brunetto Latini non fu mai pubblicata, ma si finí ancora col perdere poco a poco ogni traccia dei codici che la contenevano. Restaron sempre noti l'elenco dei Consoli e Podestà, con quei brani di narrazione già dati alla luce dal Rezzi.[252] Piú tardi, col ricominciare delle indagini sulle origini di Firenze, si ricercarono di nuovo i manoscritti della Cronica. Noi abbiam detto altrove (Vol. I, pag. 42 e segg.) quale fu la parte che ebbero in queste ricerche l'Hartwig, il Santini e l'Alvisi. Il primo di essi, che ne fu il vero iniziatore, pubblicò nelle sue Quellen und Forschungen tutte le notizie fiorentine, che poté cavare da quella parte della Cronica, che si trova nell'Autografo da lui nuovamente scoperto. Il prof. Santini ed il bibliotecario Alvisi, unitisi al dott. Rödiger, fecero poi tutti gli studi necessari ad una compiuta pubblicazione della Cronica stessa, che trascrissero dai due codici, e andarono stampando con note, illustrazioni e confronti. È certo da deplorare che un tale lavoro, già da molti anni condotto quasi a termine, non abbia finora visto la luce. Né se ne è mai saputo altro.

Quindi è che, dopo aver lungamente invano aspettato ed anche sollecitato questa pubblicazione, pensai che, fino a quando non sarà compiuta un'edizione diplomatica ed illustrata della Cronica, poteva essere opportuno farla in qualche modo conoscere agli studiosi; e mi decisi perciò a stamparla in una forma assai piú modesta, come appendice ad un lavoro su Firenze. Essa va fino al 1297, e quindi abbraccia quasi tutto il medesimo periodo di storia fiorentina, di cui mi sono occupato in queste Ricerche, nelle quali ho dovuto spesso citarla. Di essa si è in questi ultimi anni molto e da molti continuamente parlato, e qualunque opinione si abbia del suo valore storico, certo è l'opera d'un precursore del Villani, a cui secondo alcuni serví anche di modello. Ci dà poi varie notizie che in lui non troviamo, e spesso narra i medesimi fatti con particolari nuovi o diversi. Anche la forma incompiuta ed imperfetta, in cui ci è rimasta, ha il vantaggio di farci meglio conoscere, quasi direi di metterci sotto gli occhi il modo preciso che tennero, il metodo che seguirono gli antichi cronisti fiorentini nel compilare le loro narrazioni. Certo una edizione diplomatica o una fototipia dell'Autografo renderebbero tutto ciò assai piú evidente; ma questo non poteva ora essere il nostro scopo. Noi abbiam voluto solo pubblicare un documento che ci pare importante, che illustra, spesso conferma la nostra narrazione. E perciò credemmo opportuno di sopprimere tutta quella prima e piú lunga parte della Cronica, che, dando solo un magro sunto di Martin Polono, poco diverso da quelli che si trovano in molti codici, o anche a stampa, nulla assolutamente dice di Firenze. Cominciammo di là dove si legge la prima notizia di storia fiorentina.

Ci siamo nella stampa attenuti fedelmente ai manoscritti. Ed essendoci necessariamente dovuti valere non solo dell'Autografo,[253] ma ancora, per quella parte che in esso manca affatto, della copia Gaddiana, che è assai posteriore, trovammo due ortografie assai diverse, delle quali riproducemmo non solo le singolarità, ma anche gli errori, quando erano facilmente riconoscibili e non generavano equivoco. Dove sembrò veramente necessario, li correggemmo, segnalandoli in nota. Le parole che mancano nell'originale per rottura della carta, supplimmo in parentesi quadre, col riscontro di Martin Polono (edizione d'Anversa del 1574); qualche volta ricorremmo ancora ad altri testi, dichiarandolo però sempre esplicitamente nelle note. Tutti gli spazi vuoti, che non ci fu possibile riempire, furono rappresentati da puntini.

Del merito che negli studi fatti sulla Cronica ebbero i signori Hartwig, Santini, Alvisi e Rödiger abbiamo piú volte discorso. Ora dobbiamo ringraziare il nostro amico A. Gherardi dell'Archivio fiorentino, pel valido aiuto che ci ha dato in questa pubblicazione. Colla sua grande perizia paleografica, col suo raro e ben noto acume, egli ha collazionato le stampe coi due codici della Cronica: aiutandoci non poco anche nelle note dichiarative ed illustrative del testo. Ci è quindi grato rendergli pubblica testimonianza della nostra riconoscenza.

CRONICA FIORENTINA COMPILATA NEL SECOLO XIII

Anni M....

Arrigo secondo imperò anni xvij. Questi fu figliuolo di Currado primo, ma secondo altra oppenione elli fue suo figliuolo adoctivo e fu suo genero. Questi, vegnendo in Italia, prese per forza Pandolfo prencipe di Capova e fecelo mectere in prigione; e un altro il quale avea nome Pandolfo, simigliante, il qual era conte,[254] sí 'l confermò principe in luogo di lui.

In questo tempo, del mese di giugnio all'entrante, il decto Arrigo venne ad hoste sopra la città di Firenze, e puose suo campo, actendato di loggie, trabacche e padiglioni, nel piano del Cafaggio, del Vescovado di Firenze, fuori delle mura di San Lorenzo,[255] con exercito grande di popolo e di cavalieri.[256] Allora i Fiorentini uscirono fuori armata mano e combacterono con lui e colla sua gente; e infine elli fue vinto e sconficto, e molti de' suoi vi rimasono morti, fediti e presi. Ma elli campò fuggendo innaverato.[257] E de' Fiorentini pochi morirono, ma gran quantità ne furono fediti: ma tucti sanavano per la virtú d'un bagno ch'era nel decto Cafaggio e presso alle mura; la quale acqua usciva per condocto del monte di Fiesole. E questo bagnio fu trovato e facto al tempo de' Romani, quando hedificarono la città di Firenze. La quale acqua guariva certe malactie e etiandio i lebrosi, e gli atracti stendeva, e li fediti sanava. E di questa victoria fare fu capitano messer Ugulino degli Ughi; i quali gentili huomini fondarono la chiesa di sancta Maria a Ughi in Firenze, e la chiesa di sancto Martino a Montughi: dov'elli fece la prigione di xxvij nobili huomini ch'elli prese nel predecto stormo, i quali molta moneta poi si ricomperarono.

Et allora nacque gran guerra tra loro e' Berteldi, di fedite e di morte, per una donna de' Lamberti che l'uno e l'altro guardava per amore; e finalmente ciascuno ne fu consumato d'avere e di persone.