[166]. Villani VIII, 43 e 49; e Del Lungo. Vol. I, pag. 206.

[167]. Villani VIII. 56. Lo ricorda anche il Boccaccio, dicendolo «di mercante divenuto cavaliere».

[168]. Il Fraticelli, nella Storia della Vita di Dante (Firenze, Barbèra, 1861), a pag. 135 e seg. pubblicò i frammenti delle Consulte in cui Dante prese parte, i quali, piú correttamente e compiutamente, furono ripubblicati poi dall'Imbriani nel suo scritto: Sulla Rubrica dantesca del Villani (prima nel Propugnatore di Bologna, anni 1879 e 80, e poi a parte: Bologna, 1880). Del Lungo, pag. 209.

[169]. Fraticelli e Imbriani, op. cit.

[170]. Uno dei primi che negaron fede a questa ambasceria, fu il prof. V. Imbriani nel già ricordato scritto: Sulla Rubrica dantesca del Villani. Piú tardi il mio amico e collega, professor Bartoli, nel volume V, della sua Storia della letteratura italiana, avendo, con molta dottrina, ripreso in esame tutta la vita di Dante, non negò esplicitamente l'ambasceria, ma espose i dubbi che su di essa potevano muoversi. In fine del volume pubblicava ancora uno studio del prof. Papa, il quale, piú giovane e piú ardito, recisamente la negava. Il prof. Del Lungo invece l'aveva, con la sua ben nota dottrina, sostenuta. La questione ha molta importanza nella vita di Dante, ma ne ha assai poca nella storia generale di Firenze, perché, in sostanza, se l'ambasceria vi fu, essa non ebbe nessun resultato pratico. Pure, senza presumere di farmi giudice nella lunga lite, dirò le ragioni per le quali io credo all'ambasceria.

Se G. Villani non ne parla, ne parla Dino Compagni (II, 25), alla cui autenticità credono il Bartoli, il Papa e il Del Lungo. E quindi chi di essi vuol negare l'ambasceria, senza negare affatto l'autenticità del Compagni, suppone che appunto in questo luogo, vi sia una interpolazione, la quale però in nessun caso potrebbe essere posteriore al manoscritto del secolo XV, in cui la notizia si ritrova. Restano però sempre quasi tutti i biografi. Infatti, Leonardo Bruni, che era nato nel 1369, parla assai esplicitamente dell'ambasceria; Filippo Villani, che era nipote di Giovanni, e che nel 1401 spiegava la Divina Commedia, per incarico della Repubblica, parla d'una legazione di Dante ad summum Pontificem, urgentibus Reipublicae necessitatibus. Assai piú indirettamente e vagamente vi accenna il Boccaccio. È vero che questi non è uno storico autorevole, e che gli altri due non sono contemporanei. Ma, quando si è riconosciuto tutto ciò, e si è ammesso ancora che alcuni di essi hanno potuto copiare l'uno dall'altro, e si è ammessa l'ipotesi di una interpolazione fatta nel Compagni, durante il secolo XV, resta pur sempre il fatto innegabile che, in tempi a Dante abbastanza vicini, coloro che studiavano le sue opere e ne scrivevano la vita, che potevano conoscer meglio di noi, credevano all'ambasceria.

Che ragioni abbiamo per negarla, senza nuovi documenti, noi che siamo cosí lontani? Non si sarebbe mai, dice il prof. Papa, mandato ambasciatore a Bonifazio VIII un suo avversario, che era l'autore della Monarchia. Ma prima di tutto, il tempo in cui fu scritta la Monarchia rimane finora sempre disputabile e disputato. Molti la credono, come il prof. Del Lungo, scritta assai piú tardi. Dante allora, per quanto ne sappiamo, era sempre guelfo, sebbene non fosse di certo favorevole alle pretese di Bonifazio, per combattere le quali il governo fiorentino lo mandava. Non v'è quindi nulla fin qui, che renda incredibile l'ambasceria.

C'è però un'altra ragione, addotta in ultimo dal prof. Papa, la quale secondo lui risolverebbe con certezza la questione. Se Dante fosse davvero, come dicono il Compagni e l'Aretino, andato ambasciatore a Roma, e rimasto colà, per ripartirne senza tornare a Firenze, la condanna d'esilio non avrebbe mai potuto dire, come dice, che egli era stato per mezzo del nunzio citato a comparire. — Lo Statuto voleva, che agli assenti o forenses la citazione venisse fatta per lettera. Dunque la citazione fatta per mezzo del nunzio, prova che Dante si trovava certamente in Firenze, e però non era andato a Roma. — A mio avviso questa obbiezione non può avere il peso che vorrebbe darle il prof. Papa. Lascio da parte, che non è possibile fare assegnamento di sorta sulla scrupolosa osservanza delle forme legali per parte di coloro che osavano condannar Dante come barattiere, e lasciavano rubare, ferire, assassinare i Bianchi, senza darsene pensiero alcuno. E lascio da parte che, come tutti sanno, nei tumulti fiorentini, specialmente allora, le leggi venivano assai generalmente violate cosí nella forma come nella sostanza. Ma io non credo che, secondo lo Statuto, il Podestà fosse in nessun modo tenuto a citare per lettera l'Alighieri assente. Il forensis non è l'assente, colui cioè che extra civitatem manet, è invece, secondo lo Statuto, colui che non ha domicilio nella Città, nel suo contado o nel distretto. È verissimo che al forensis la citazione doveva farsi per lettera; ma non cosí all'assente, a colui cioè che trovavasi lontano, ma aveva il domicilio in Firenze, come sarebbe stato il caso di Dante, se trovavasi a Roma. Secondo lo Statuto era allora necessario andare alla casa, dimittere cedulam, e poi affiggerla alla porta. Infatti esso, che sempre menziona esplicitamente la presenza personale, quando è richiesta, qui invece non ne parla. Anzi aggiunge che, ove venisse provato che il citato maneret extra civitatem, allora la citazione doveva farsi pubblicamente, nella piazza di San Giovanni ed in quella d'Or S. Michele, e poi doveva affiggersi la cedola al Palazzo del Podestà. (Statuto, Lib, I, rub. 74, De officio nunciorum; Lib. II, rub. 2, De officio iudicum maleficiorum, et de modo procedendi in criminalibus; ed anche Lib. II, rub. 68 e 69).

Dante adunque non era forensis, e se andò allora a Roma, era solo assente; la sua ambasceria, deliberata nel settembre, dové presto finire, perché un nuovo e contrario governo entrò in ufficio l'8 novembre; la sua condanna d'esilio fu pronunziata il 27 gennaio dell'anno seguente. Egli fu con altri tre citato a comparire, per scusarsi e difendersi. Non essendo venuto, come non vennero gli altri, e come non sarebbe nessuno di loro venuto, quando anche si fosse trovato in Firenze, furono condannati, come sarebbe in ogni caso seguito. Cosí, a stretto rigore, non può dirsi neppure che questa volta fosse stata violata la forma legale, sebbene in quei giorni venissero senza scrupolo di sorta calpestate la giustizia, le leggi e l'umanità.

Non vi sono dunque, come ammette il prof. Bartoli, ragioni per dire addirittura che l'ambasceria non era possibile. E se il silenzio del Villani par singolare, se l'affermazione del Compagni si vuol credere che sia stata interpolata, riman sempre vero che all'ambasceria si credeva in tempi che a Dante erano assai vicini, e da uomini che della sua vita sapevano piú di noi. Per queste ragioni, pure ammettendo il peso dei dubbi piú volte esposti, io, fino a prova in contrario, credo all'ambasceria.