[191]. Pag. 546.

[192]. Compagni, III, II.

[193]. Compagni, III, II.

[194]. Villani, VIII, 68.

[195]. V. la lettera nel Del Lungo, pag. 556-7.

[196]. Dino, III, VII.

[197]. Villani, VIII 69; Compagni, III, VII.

[198]. VIII, cap. 69, pag. 87.

[199]. Un'epistola, senza data e senza nome d'autore, indirizzata al cardinale da Prato, dal capitano Alessandro (che si suppose essere Alessandro da Romena), dal Consiglio e dalla Università della Parte Bianca, fu pubblicata tra quelle di Dante, che l'avrebbe scritta per i suoi compagni d'esilio, e tale per lungo tempo venne ritenuta dai biografi. Il nome del capitano non si trova però nell'antico manoscritto, da cui la lettera fu pubblicata, e nel quale si legge solamente: A. ca. (Epistola Iª nell'ediz. Fraticelli: Firenze, Barbèra 1863).

Essa, rispondendo ai consigli ed alle lettere del Cardinale, dice, che i Bianchi gli sono grati e son disposti alla pace. Ad quid aliud in civile bellum corruimus? Quid aliud candida nostra signa petebant? Et ad quid aliud enses et tela nostra rubebant, nisi ut qui civilia iura, temeraria voluptate truncaverant, et iugo piae legis colla submitterent, et ad pacem patriae cogerentur? Dante in sostanza avrebbe dunque detto: — Noi ci siamo ribellati solo perché vogliamo rispettate le leggi e la nostra libertà; né altro desideriamo se non che la giustizia e la pace trionfino di nuovo. — Sarebbe stato, mi pare, un linguaggio degno di lui.