Ma recentemente s'è messo in dubbio che la lettera sia di Dante. Il professor Bartoli esamina il soggetto da tutti i lati, discute con molto acume le varie opinioni, e dopo una lunga e dotta indagine, conclude: che mancano le prove storiche per affermare o negare che sia veramente di Dante (Storia della letteratura italiana, vol. V, cap. 8, 9, 10). Il prof. Del Lungo dice che lo stile della lettera, cosí pei pregi, come per alcuni suoi difetti, è dantesco; ma che questo solo non basta ad affermare che essa sia del sommo poeta, potendo essere stata invece scritta da un contemporaneo trovatosi nelle medesime condizioni di lui. Anzi, venendone ad esaminare il contenuto, ritiene che non possa esser sua fra le altre ragioni, principalmente perché le parole candida nostra signa, ed enses et tela nostra rubebant ecc. si ritrovano quasi identiche nel Compagni, là dove parla del fatto della Lastra, avvenuto il 20 luglio 1304. Da ciò egli argomenta che a quel fatto la lettera certamente alluda; e quindi dové essere stata scritta dopo. Or siccome Dante s'era già prima separato dagli esuli, è chiaro, dice il Del Lungo, che non può essere stato l'autore della lettera.
Io non so persuadermi che essa debba assolutamente alludere al fatto della Lastra. — Le nostre bianche insegne furono spiegate, e le nostre armi scintillavano, — sono parole che possono, mi pare, alludere cosí al fatto della Lastra, come a qualunque altro fatto d'armi degli esuli, per quanto somiglino e possin sembrare quasi tradotte da quel luogo del Compagni che al fatto della Lastra accenna. Ciò posto, senza voler proprio respingere l'opinione del prof. Del Lungo, osservo solo che la ragione da lui addotta non basta essa sola a dimostrare che la lettera non sia di Dante, il quale potrebbe averla scritta in nome degli esuli, quando essi trattavano di pace col Cardinale, trattative, che, come abbiam visto, condussero poi all'invio dei dodici loro rappresentanti in Firenze. La nessuna riuscita di queste trattative, le stragi crudeli dei Cavalcanti e dei loro amici, gl'incendi, la rovina di tanta gente, l'avvicinarsi dei Bianchi a Corso Donati, e l'unione degli esuli coi Bolognesi, Pistoiesi, Pisani, con tutti i nemici di Firenze, per tentar subito dopo la folle impresa della Lastra, poterono anzi essere stati ragione sufficiente per allontanar sdegnosamente dagli esuli bianchi non solo Dante, ma parecchi altri, i quali forse perciò appunto non si trovarono alla Lastra, come si vedrà anche meglio piú basso.
[200]. Villani, VIII, 69. Questi dice che il Cardinale partí il 4 giugno, Dino Compagni dice il 9, Paolino Pieri e la Cronica, che il Del Lungo chiama Marciana-Magliabechiana, dicono il 10, data che segue anche il Del Lungo pag. 563. V. Dino Compagni, Cronica, III, 7, nota 26.
[201]. Compagni, III, 8.
[202]. Villani, VIII, 71.
[203]. Ibidem.
[204]. Villani, Ibidem.
[205]. Storia della repubblica fiorentina, vol. I, cap. 6, pag. 116, (edizione del 1875).
[206]. Villani, VIII. 72.
[207]. Sono note le parole che gli dice Cacciaguida, nel XVII Canto del Paradiso: