Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi Onorio e Costanzo, i quali si trovarono d'accordo nel contrariare i Goti in più modi, specialmente ponendo ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella Gallia di navi con vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i Pirenei, per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire le sue genti. Ma qui egli cadde improvvisamente vittima del pugnale d'un assassino (415), sia che fosse una delle vendette molto comuni fra i barbari, sia che fosse opera del partito avverso alle simpatie romane d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in più modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto Singerico, il quale si dimostrò subito avversissimo al nome romano ed alla memoria d'Ataulfo, di cui uccise i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare lo stesso della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente, costringendola ad andare a piedi, per dodici miglia, in mezzo ai prigionieri e dinanzi al suo cavallo. Ma anch'egli durò poco, essendo stato dopo soli sette giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole assai più temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, cui cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e ne ebbe in compenso 600,000 misure di grano per le sue genti. Onorio celebrò allora il suo undecimo consolato, entrando in Roma come un trionfatore, menando seco, legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, la quale dapprima sembrava assai restìa a sposare Costanzo, sempre di lei perdutamente innamorato, perchè egli era un soldato rozzo e dedito solo alla vita militare, s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e ne ebbe due figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto a compagno nell'Impero da Onorio; Galla Placidia ebbe allora il titolo di Augusta, e più tardi, dopo la morte del marito (421) e del fratello (423), fu reggente, perchè suo figlio si trovava tuttavia in età minore.
Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè più volte vittoriosamente nella Spagna i Vandali e gli Alani. Prese poi con i suoi Goti stabile dimora nella Gallia (419), occupando varie delle città tenute già prima da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla quale ultima ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito col consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più tardi questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima parte nella guerra che l'Impero d'Occidente dovè sostenere contro gli Unni. Narbona però, che da Costanzo era giudicata strategicamente necessaria ai Romani, e Marsiglia furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente scorrazzavano ancora liberamente altri barbari.
Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico dramma, cominciato quando gli Unni cacciarono i Goti al di qua del Danubio. Una volta che la Tracia riuscì insufficiente a mantenerli tutti, una buona parte di essi si mossero, sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo aver molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono nella Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto d'accordo con l'Impero, fu nondimeno il principio della definitiva separazione dell'intera Prefettura della Gallia dall'Italia. La Britannia infatti, che ne faceva parte, era già abbandonata, e vicina a subire le invasioni barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie di Belisario, non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente detta, ad eccezione di poche terre al sud, era interamente nelle mani dei barbari, e quindi destinata anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia.
CAPITOLO VIII Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa
In Roma, dopo la partenza d'Alarico, lo stato delle cose era andato migliorando. Molti che avevano abbandonato la Città, vi tornavano, e la popolazione quindi rapidamente cresceva. A Ravenna invece cominciavano a germogliare i semi di partiti avversi, ed una vicina crisi era inevitabile. Onorio continuava ad essere geloso della sua indipendenza da Costantinopoli, dove era assai più vivo il sentimento tradizionale della unità dell'Impero, e si mirava sempre ad una supremazia dell'Oriente sull'Occidente. Teodosio II, il quale allora regnava colà sotto l'ascendente della sorella Pulcheria, aveva disapprovato vivamente che Onorio avesse assunto a compagno nell'Impero il generale Costanzo. Ma questi poco dopo morì, e rimase la vedova Placidia, la quale, come figlia di Teodosio il grande, inclinava ad un accordo coll'Oriente, a segno tale da non poter più vivere in buoni termini col fratello. Se ne andò quindi a Costantinopoli, dove rimase fino alla morte di lui, avvenuta nel 423.
Onorio fu un uomo certamente di poco valore, ma non quanto vollero far credere. Egli in sostanza rappresentò tre idee, che formarono il carattere del suo regno: il principio ereditario, la romanità, il Cristianesimo ortodosso. E ad esse si mantenne sempre fedele. Debole com'era, dovette lottare continuamente coi barbari, che invadevano da ogni parte l'Impero, e con un gran numero di pretendenti, che sorgevan di continuo. In teoria tutto l'Occidente obbediva a lui; ma in realtà l'Europa centrale, anzi l'intera Prefettura della Gallia, era già in potere dei barbari. Il dissenso con Costantinopoli, piuttosto che scemare, andò per opera sua crescendo. Ma Placidia, in ciò più accorta, gli si oppose. Essa capì che, di fronte a tanti barbari, i quali d'ogni parte s'avanzavano nell'Impero, solo da Costantinopoli si poteva sperare aiuto.
Così fu che, alla morte d'Onorio, si manifestarono in Ravenna due partiti. Quello che mirava alla indipendenza dell'Occidente scelse, come successore al trono, Giovanni, Primicerio dei notai. Quello invece che voleva l'accordo con l'Oriente, dove Teodosio II aveva subito cominciato ad assumere l'autorità di unico e solo Imperatore, favoriva Placidia come reggente del figlio Valentiniano III, attenendosi al principio ereditario. E per questa ragione anche i due primi generali a servizio dell'Impero d'occidente, Bonifazio ed Ezio, che per la loro nascita ed il loro valore, furon chiamati i due ultimi Romani, si trovarono in lotta fra di loro. Bonifazio, che era in Africa, si dichiarò per Placidia, alla quale mandò subito aiuto di uomini e di vettovaglie; Ezio si dichiarò invece per Giovanni. Ormai i vincoli dell'antica disciplina militare erano sciolti, ed i generali parteggiavano anch'essi, guidati dal loro interesse personale.
Giovanni, per non sembrare di voler rompere ogni relazione coll'Oriente, aveva mandato a chiedere d'essere riconosciuto da Teodosio II; ma sapendo che questi s'era già dichiarato favorevole a Placidia, s'apparecchiava intanto alla difesa, raccogliendo anche una flotta nel porto di Ravenna. E ciò apparve più necessario ancora quando seppe che i suoi ambasciatori erano stati malissimo accolti a Costantinopoli. Non potendo sperare d'aver soldati dalla Gallia, quasi tutta occupata dai barbari; nè dall'Africa, dove comandava Bonifazio; e neppure potendo sperar molto in Italia, dove aveva non pochi avversari, mandò Ezio a chiedere aiuto dagli Unni, presso i quali questo generale era lungamente vissuto come ostaggio, ed aveva perciò parecchi amici. Ezio tornò ben presto con un rinforzo, che si fa ascendere a 60,000 Unni, e giunse in tempo per affrontare le genti mandate da Costantinopoli in aiuto di Placidia. La fortuna pareva che volesse secondarlo, giacchè il naviglio che portava una parte dell'esercito orientale fu disperso da un'improvvisa tempesta, ed il generale Ardaburio, gettato a terra nel porto di Ravenna, fu fatto prigioniero. Ma questi riuscì di dentro la città stessa a cospirare ed a mettersi d'accordo coi suoi compagni d'arme, i quali s'avanzavano per terra, sotto il comando di Aspar suo figlio. E così, quando Giovanni era per uscir di Ravenna a combattere il nemico, che doveva essere contemporaneamente assalito alle spalle da Ezio cogli Unni, Aspar, per gli accordi segretamente presi col padre, potè con un colpo di mano entrare in Ravenna, ed impadronirsi della persona stessa di Giovanni, che menato in Aquileia, dove era già arrivata Placidia, fu subito messo a morte (425). Ed Ezio allora, sebbene avesse già avuto col nemico uno scontro sanguinoso, che fu però di esito incerto, capì che ormai la sua causa era perduta, e passò dalla parte di Placidia, che lo accolse a braccia aperte. Egli stesso riuscì a far tornare indietro gli Unni, mediante buona somma di danaro, e per diciassette anni fu il primo generale della Corte di Ravenna, essendo Bonifazio rimasto ancora in Africa.
La notizia della morte di Giovanni pervenne a Teodosio II, quando trovavasi nell'Ippodromo, a Costantinopoli. Egli fece subito sospendere i giuochi, e condusse il popolo nella Basilica, per rendere solenni grazie al Signore. Restituì a Placidia il titolo di Augusta, che le era stato tolto da Onorio, e quello di nobilissimus a Valentiniano III, il quale allora aveva appena sei anni, affidandolo alle cure della madre. Più tardi gli conferì addirittura il titolo di Augusto, inviandogli il diadema e la porpora. Così, dopo che l'Impero, in apparenza almeno, era stato qualche tempo riunito sotto Teodosio II, fu ora da capo diviso. E per un quarto di secolo (425-450) Valentiniano, o più veramente Placidia, rimase a governare quello che continuò a chiamarsi l'Impero d'occidente, sebbene molte parti già ne avessero occupate i barbari, ed altre dovessero via via andarne occupando, restringendolo finalmente alla sola Italia.
L'antagonismo fra Ezio e Bonifazio, che vedemmo manifestarsi sin dal principio, continuò sempre più vivo anche ora che l'uno e l'altro erano a servizio di Placidia. Ambiziosi e valorosi del pari, Ezio era un uomo assai accorto; Bonifazio invece eccitabile e mutabile in estremo grado. In Africa questi aveva reso grandi servigi tenendo a freno i Mori. Morta la sua prima moglie, pareva che volesse, per zelo religioso, ritirarsi dal mondo; e S. Agostino dovette dissuaderlo, nell'interesse dell'Impero. Sposata allora una seconda moglie, che era ariana, mutò vita, abbandonandosi alle passioni dei sensi, trascurando il governo di quella regione, che restò quasi in balìa ai barbari africani, tanto che lo stesso S. Agostino lo rimproverava nelle sue lettere di non far nulla per evitare tanta calamità: Nec aliquid ordinas ut ista calamitas avertatur. Venne perciò richiamato (427) in Italia, ma non volle obbedire; ed essendo stato mandato colà un esercito, per metterlo a dovere, resistè colle armi. Così vi fu in Africa una specie di guerra civile fra i generali dell'Occidente.