Il figlio Galeazzo Maria, dissoluto e crudele, era di un'indole così triste, che fu perfino accusato d'avere avvelenato la propria madre. Credendo che al principe tutto fosse lecito e possibile, egli, in un secolo che omai si poteva dir civile, fece seppellir vivi alcuni de' suoi sudditi; altri condannò a morir fra torture crudeli, per frivoli pretesti, perdonando solo a coloro che si riscattavano con danaro. Dissipava tesori nelle feste in Milano e nelle cavalcate che faceva per tutta Italia, portando corruzione dovunque andava. Nè gli bastava corrompere le donne delle più nobili famiglie milanesi, che le esponeva egli stesso anche al pubblico disprezzo. Le istituzioni o la volontà popolare non potevano allora metter freno a questo cieco furore, perchè un popolo più non esisteva, e le istituzioni eran tutte divenute congegni atti solo a servir la tirannide. Ben vi pose fine una congiura delle più singolari e notevoli, in quello che può veramente dirsi il secolo delle congiure.

Girolamo Olgiati e Giannandrea Lampugnani, discepoli di Niccola Montano, che li aveva coi classici educati all'amore della libertà e all'odio della tirannide, ingiuriati dal Duca, deliberarono di vendicarsi, e trovarono in Carlo Visconti, per le stesse ragioni, un terzo compagno. S'infiammarono all'impresa colla lettura di Sallustio e di Tacito, si esercitarono tra loro a ferire colle guaine dei pugnali; e quando ebbero fissato ogni cosa pel 26 dicembre 1476, l'Olgiati, entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, si gettò ai piedi della immagine del Santo, pregandolo che non facesse fallire il colpo. Il mattino del giorno stabilito assistevano alle funzioni religiose nella chiesa di Santo Stefano, recitando una preghiera latina, espressamente composta dal Visconti: — Se tu ami la giustizia e odii l'iniquità, — dicevano al Santo, — sii favorevole alla magnanima impresa, e non ti adirare quando fra poco dovremo insanguinare i tuoi altari, per liberare il mondo da un mostro. — Il Duca fu ucciso, ma il Visconti ed il Lampugnani restarono vittime del furore del popolo, che volle vendicare il proprio oppressore. L'Olgiati fuggì e si nascose, ma fu di poi anch'egli preso e condannato all'estremo supplizio. Lacerato dalla tortura, evocava in suo aiuto le ombre dei Romani, e si raccomandava alla Vergine Maria; incitato a pentirsi, dichiarava che, se avesse dieci volte dovuto spirare fra quei tormenti, avrebbe dieci volte consacrato il sangue all'eroica impresa. Vicino a morire, componeva ancora epigrammi latini, rallegrandosi che riuscissero bene; e quando il carnefice gli era già accanto, le sue ultime parole furono: Collige te, Hieronyme, stabit vetus memoria facti. Mors acerba, fama perpetua.[17] Qui si vede che, se era spenta nel popolo ogni vera passione politica, in alcuni individui si mescolavano, nel modo più strano, sentimenti pagani e cristiani; l'amore della libertà con un odio personale, irrefrenabile e feroce; un'eroica rassegnazione alla morte con una sete inestinguibile di sangue, di vendetta e di gloria. I rottami di vecchi sistemi, gli avanzi di civiltà diverse si trovano mescolati insieme nello spirito italiano, e con essi s'apparecchia e si feconda il germe d'una nuova forma individuale e sociale, che ancora non è visibile ai nostri occhi. Poco di poi Lodovico il Moro, fratello del morto Duca, ambizioso, timido, irrequieto, usurpò il dominio al nipote Galeazzo, e per mantenere la male acquistata signoria, mise a soqquadro l'Italia intera, come avremo occasione di vedere, quando, dopo esaminate le condizioni dei varî Stati italiani, daremo uno sguardo generale a tutta la Penisola.

2. — FIRENZE.

La storia di Firenze ci conduce in mezzo a condizioni sostanzialmente diverse da quelle di Milano. A prima vista sembra che noi siamo in un gran caos di avvenimenti disordinati, dei quali non si possa comprendere nè la ragione nè il fine. Ma, esaminando poi le cose più da vicino, si ritrova un filo conduttore, e si vede come quella repubblica, attraverso una serie infinita di rivoluzioni, percorrendo tutte le forme politiche che il Medio Evo poteva conoscere, mirò costantemente al trionfo della democrazia, alla distruzione totale del feudalismo, scopo che conseguì cogli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, l'anno 1293. Da quell'anno Firenze, divenuta una città di soli mercanti, non è più divisa in Grandi e popolani; ma in popolo grasso e popolo minuto, in Arti maggiori ed Arti minori. Le prime s'occupano della grande industria e del grande commercio d'importazione e di esportazione; le seconde s'occupano della piccola industria e del commercio interno della Città. Nasce da ciò una divisione, e spesso ancora una collisione d'interessi, da cui scaturisce la nuova formazione dei partiti politici. Quando si tratta d'ingrandire il territorio della repubblica; di combattere Pisa per tenersi aperta la via del mare, o Siena per assicurarsi il commercio con Roma; di respingere gli assalti continui e minacciosi dei Visconti di Milano, il governo cade inevitabilmente in mano delle Arti maggiori, più ricche, più intraprendenti, più audaci e capaci d'intendere e tutelare i grandi interessi dello Stato fuori de' suoi confini. Ma quando posano le armi e comincia la pace, allora subito le Arti minori, sospinte anche dall'infima plebe, insorgono contro la nuova aristocrazia del danaro, che, con le guerre e le tasse continue, le opprime, e chiedono maggiori libertà, più generale uguaglianza. Questo continuo avvicendarsi dura per più di un secolo, fino al tempo, cioè, in cui il territorio della repubblica si è costituito, e le interminabili guerre con Milano hanno termine. Allora diviene inevitabile il trionfo definitivo delle Arti minori, ed esse con la loro inesperienza, colle loro intemperanze, spianano la via alla tirannide dei Medici.

Ben s'illuderebbe, però, chi s'aspettasse di vederli salire al potere con le arti ed i mezzi adoperati dai Visconti e dagli Sforza. Colui che avesse in Firenze cominciato a torturare arbitrariamente i cittadini, a seppellirne vivo qualcuno, a farne sbranare qualche altro dai cani, come fecero i signori di Milano, sarebbe stato subito cacciato a furore di popolo dalle Arti maggiori e dalle minori unite insieme. L'importanza e l'originalità politica tutta propria dei Medici sta anzi in questo, che il loro trionfo è la conseguenza d'una condotta tradizionale, seguita da quella famiglia, per più di un secolo, con una costanza ed un'accortezza impareggiabili, per arrivare ad impadronirsi del potere senza ricorrere alla violenza. E l'essere a ciò riusciti in una città così accorta, così inquieta, così gelosa delle sue antiche libertà, è prova di un vero genio politico.

Sin del 1378, in mezzo all'incomposto tumulto dei Ciompi, noi troviamo la mano di Salvestro dei Medici, che, quantunque delle Arti maggiori, aiuta, eccita le minori a rovesciarne il potere, e acquista così una grande popolarità. Fallito quel tumulto, ricominciata la guerra, e quindi tornate le Arti maggiori e gli Albizzi al potere, noi vediamo Vieri de' Medici rimanersene tranquillo, pensando solo a far danari. Non cessò tuttavia di mostrarsi favorevole sempre al partito popolare, nel quale seppe acquistarsi tanta autorità da far dire al Machiavelli, «che se fosse stato più ambizioso che buono, poteva, senza alcuno impedimento, farsi principe della città.»[18] Vieri però conosceva meglio il suo tempo, e si contentò d'aspettare, agevolando la via a Giovanni di Bicci, che fu il vero fondatore politico della casa. Questi vide chiaramente, che trasformare colla violenza il governo non era possibile in Firenze, e che non avrebbe giovato gran fatto il salire, anche più volte, al potere, in una repubblica che mutava ogni due mesi i suoi principali magistrati. Non v'era che un mezzo solo per ottenere un predominio reale e sicuro: costituire e guidare un partito che avesse la prudenza e la forza di far continuamente entrare nei più importanti uffici della Repubblica i propri aderenti. E gli Albizzi s'avvidero subito che questo disegno cominciava a riuscire, perchè i loro avversari, nonostante il continuo ammonirli ed esiliarli, risultavano eletti in numero sempre maggiore. Invano cercarono di controminare l'opera di Giovanni de' Medici, col proporre inopportunamente leggi intese ad indebolire le Arti minori, perchè essi non potevano farle approvare nei Consigli senza l'aiuto del loro avversario, che invece le combatteva apertamente, e ne diveniva così sempre più potente appresso il popolo (1426). Egli, come afferma il Machiavelli, sostenne la legge del Catasto,[19] con la quale si ordinava che fosse riconosciuta e scritta la fortuna di ciascun cittadino, il che impediva che i potenti, tassando ad arbitrio, gravassero senza misura i più deboli. La legge fu vinta, l'autorità dei Medici ne crebbe sempre di più, e mentre essi salivano volando al principato, pareva invece che dessero solo una forma più popolare alla Repubblica. Questa fu allora e sempre la loro arte.

Quando nel 1429 Cosimo dei Medici, in età di quarant'anni, succedeva al padre, egli, che era per sè stesso uomo di grande autorità e fortuna, trovava la via già spianata dinanzi a sè. Aveva col commercio aumentato assai il ricco patrimonio avìto, e ne usava così largamente, imprestando o donando, che non v'era quasi uomo autorevole in Firenze, che, nei suoi bisogni, non ricorresse a lui e non lo trovasse pronto. Onde è che, senza mai uscire, in apparenza almeno, dalla modestia di privato cittadino, vedeva ogni giorno aumentare la sua potenza, e se ne valeva a demolire gli ultimi avanzi del potere degli Albizzi e de' loro amici. Il che li fece montare in tanto furore, che, levatisi a tumulto, lo cacciarono in esilio, non osando fare di peggio (1433). Ma Cosimo neppure allora perdette la sua calma prudente. Se ne andò a Venezia come un benefattore ripagato d'ingratitudine, e fu da per tutto accolto come un principe. L'anno seguente un tumulto popolare, favorito dal numero infinito di coloro che aveva beneficati o che speravano benefizi, cacciati gli Albizzi, lo richiamò a Firenze, dove essendo partito potente, tornò potentissimo, coll'animo irritato dal desiderio della vendetta. Abbandonò allora l'antica riserva, per mettere a profitto il momento opportuno. Senza spargere molto sangue, colle persecuzioni e gli esilî disfece addirittura il partito avverso, abbassando i potenti, tirando su uomini «bassi e di vile condizione.»[20] Ed a chi lo accusava di trascendere, rovinando troppi cittadini, soleva rispondere: coi paternostri non si governano gli Stati, e con poche canne di panno rosato si fanno nuovi cittadini e uomini da bene.[21]

Cosimo de' Medici era adesso di fatto il padrone della Città; ma legalmente restava sempre un privato, il cui potere, fondato tutto e solo sulla propria autorità personale, poteva da un momento all'altro svanire. Si pose quindi a consolidarlo, dando un passo nuovo e assai accorto. Fece creare una Balìa con facoltà d'eleggere per cinque anni i principali magistrati. Composta di cittadini a lui devoti, essa lo rendeva sicuro per lungo tempo; e facendola ogni quinquennio rinnovare nel medesimo modo, Cosimo potè risolvere questo singolare problema: essere, per tutto il resto della sua vita, principe e padrone assoluto in una repubblica, senza mai entrare negli ufficî, conservando anzi le apparenze di privato cittadino. Ciò per altro non gl'impedì, a suo tempo, di ricorrere anche al sangue. Quando vide sorgere ogni giorno più potente nella Città Neri di Gino Capponi, che, politico accorto e valoroso soldato, aveva anche l'aiuto di Baldaccio d'Anghiari capitano delle fanterie, non potendo assalirlo di fronte, pensò disfarlo, abbattendone gli amici. Infatti, appena che fu eletto gonfaloniere un nemico personale di Baldaccio, questi venne in un improvviso tumulto gettato dalle finestre di Palazzo Vecchio; e molti sospettarono, sebbene nessuno potesse provarlo, che Cosimo fosse stato il principale istigatore del delitto.[22] Ma dopo uno di tali fatti, egli tornava subito a governare con quelli che chiamavano allora i modi civili, e che costituirono sempre l'arte dei Medici. Questo accorto e poco dotto mercante, che non lasciò mai il banco; questo politico senza scrupoli, si circondò di letterati ed artisti: parchissimo nello spendere per sè, profuse tesori nel proteggere le arti belle, costruire chiese, biblioteche ed altri pubblici edificii; passò le ore più felici della sua vita facendosi leggere e comentare i Dialoghi di Platone; fondò l'Accademia Platonica. Così in parte non piccola si deve a lui, se Firenze divenne allora il centro principale della cultura in Europa. Egli aveva capito che le arti, le lettere e le scienze divenivano nella nuova società una potenza, su cui ogni governo doveva fare assegnamento.

Nè fu meno accorto nella politica estera. Avendo protetto e soccorso di danari Niccolò V, quando era cardinale, lo ebbe amicissimo quando fu papa; e così gli affari della Curia vennero affidati al banco de' Medici in Roma, con loro grande guadagno. Aveva anche prima di tutti presentito il futuro destino di Francesco Sforza, e gli s'era perciò fatto amicissimo; onde questi, divenuto signore di Milano, gli fu alleato potente e fido. Cessarono allora le guerre continue fra Milano e Firenze, che si tenne debitrice a Cosimo della lunga pace. Non è quindi da maravigliare se, dopo la morte, continuando sempre a governare i Medici, lo chiamarono Padre della patria. Il Machiavelli dice, che egli fu il più riputato cittadino «d'uomo disarmato,» che avesse mai non solo Firenze, ma qualunque altra città. Secondo lui, nessuno lo raggiunse nella intelligenza delle cose politiche, perchè vedeva i mali discosto, e vi provvedeva in tempo; e solo così potè tenere lo Stato trentun anno, «in tanta varietà di fortuna, in sì varia città e volubile cittadinanza.»[23] Nè diversa è in ciò l'opinione, del pari autorevole, del Guicciardini. Pure, con questa politica, tutte le antiche istituzioni della Città furono ridotte ad un nome vano, senza che si riuscisse a crearne delle nuove; ed una continua accortezza, una serie inesauribile di sempre nuovi ripieghi fu necessaria a reggere il timone dello Stato.

Gli ultimi anni della vita di Cosimo furono assai tristi per Firenze, perchè i partigiani dei Medici, non moderati più dalla prudenza del loro capo, divenuto per l'età impotente, si diedero a parteggiare, e così crebbero a dismisura le persecuzioni e gli esilî. Nè mutarono le cose quando, per breve tempo, gli successe il figlio Piero. Alla costui morte però (1469) compaiono sulla scena Lorenzo e Giuliano, il primo dei quali, sebbene avesse solo ventun anno, era già assai autorevole. Educato dai principali letterati del secolo, s'era dimostrato uguale a molti di essi per ingegno e dottrina; viaggiando l'Italia, per conoscere le Corti ed acquistare esperienza degli uomini, aveva dovunque lasciato grande opinione di sè. Egli afferrò subito con animo deliberato le redini del governo, ed avvistosi che la elezione della nuova Balìa non era d'esito sicuro nel Consiglio dei Cento, fece, con l'aiuto dei più fidi, e come per sorpresa, votare che i Signori in ufficio, insieme con la vecchia Balìa, eleggessero la nuova. Assicuratosi così il potere per cinque anni, si mise all'opera assai più tranquillo.