Lorenzo, simile all'avo per accortezza politica, lo superava di gran lunga per ingegno e cultura letteraria. In molte cose era però assai diverso da lui. Cosimo non lasciò mai il suo banco; Lorenzo lo trascurava, ed era così poco adatto al commercio, che dovette ritirarsi dagli affari, per non mandare a rovina il ricco patrimonio avìto. Cosimo era parco nello spendere per sè, ed imprestava largamente agli altri; Lorenzo amava il vivere splendido, e fu perciò chiamato il Magnifico; spendeva fuor di misura nel proteggere i letterati; si perdeva negli amori più che la sua debole salute non comportasse, tanto che abbreviò i suoi giorni. Questo suo vivere lo ridusse a tali strettezze, che dovette vendere alcuni de' suoi possessi, e ricorrere agli amici per danari. Nè ciò bastando, s'indusse anche a mettere la mani nel pubblico danaro, cosa che non era seguìta mai a Cosimo. Più volte, per avidità d'illeciti guadagni, fece pagare gli eserciti fiorentini dal suo proprio banco; profittò ancora delle somme raccolte nel Monte Comune o cassa del debito pubblico, e di quelle raccolte nel Monte delle Fanciulle, dove erano le doti accumulate dai privati risparmî, danari fino allora rispettati da tutti come sacri. Fu opinione assai generale de' suoi contemporanei, che egli, mosso sempre dalla stessa avidità di guadagno, entrasse l'anno 1471 a parte dei guadagni delle ricche miniere d'allume in Volterra, nel momento in cui quel Comune voleva sciogliersi da un contratto tenuto eccessivamente oneroso. Ed avrebbe allora, colla sua autorità, spinto le cose a tale, che ne seguì nel 1472 prima la guerra, e poi il sacco crudelissimo dell'infelice città, cosa affatto insolita in Toscana.[24] Di tutto ciò fu sempre universalmente biasimato in Firenze. Ma egli era oltre misura superbo, e non si curava d'alcuno; non tollerava uguali; voleva essere il primo sempre ed in tutto, anche nei giuochi. Nell'abbattere i potenti e nel sollevare gli uomini di bassa condizione, non usava nessuno di quei riguardi, di quelle cautele tanto osservate da Cosimo.
Non è quindi da far maraviglia, se i nemici crebbero a segno tale che ne scoppiò la terribile Congiura dei Pazzi, il 26 aprile del 1478. Tramata nel Vaticano stesso, dove Sisto IV era nemico di Lorenzo, vi presero parte molti delle più potenti famiglie fiorentine. In duomo, nel momento in cui s'elevava l'ostia consacrata, si sguainarono i pugnali, e Giuliano de' Medici venne ucciso; ma Lorenzo si difese colla spada, e potè salvarsi. Fu un tumulto tale che pareva ne crollasse il tempio. La plebe si sollevò al grido di palle, palle; i nemici de' Medici furono scannati per le vie, o impiccati alle finestre di Palazzo Vecchio. Ivi si videro fra gli altri sospesi i cadaveri dell'arcivescovo Salviati e di Francesco de' Pazzi, che nella convulsione della morte, s'erano addentati fra loro, e così restarono un pezzo. Da settanta persone perirono in quel giorno, e Lorenzo, profittando del momento, spinse le cose agli estremi con le confische, gli esilî, le condanne. La sua potenza ne sarebbe stata infinitamente accresciuta, se papa Sisto IV, accecato dall'ira, non si fosse indotto a scomunicare la Città, ed a muoverle guerra insieme con Ferdinando d'Aragona. Ma Lorenzo allora, senza esitare, andò a Napoli, e fece capire al Re, come a lui convenisse molto meglio avere in Firenze il governo d'un solo, piuttosto che una repubblica, mutabile sempre, e che certo non gli sarebbe stata mai amica. Così tornò con la pace conclusa, e con un'autorità e popolarità senza limiti. Ora egli poteva dirsi davvero signore della Città, e facile doveva sembrargli distruggere affatto il governo repubblicano. Ambizioso e superbo come era, il desiderio di rendersi uguale agli altri principi e tiranni italiani fu certo in lui vivissimo, tanto più che il riuscirvi pareva allora dipendere solo da lui. Ma Lorenzo mostrò invece che la sua accortezza politica non si lasciava accecare dai prosperi successi, e conoscendo bene la sua Città, non deviò dalla politica tradizionale dei Medici: dominare la Repubblica di fatto, rispettandola in apparenza. Pensò bene a rendere saldo e duraturo il suo potere; ma per ciò fare ricorse ad una riforma accortissima, con cui, senza abbandonare la vecchia strada, ottenne mirabilmente lo scopo.
Invece della solita Balìa quinquennale, istituì nel 1480 il Consiglio dei Settanta, che si rinnovava da sè, e fu come una Balìa permanente con poteri ancora più larghi. Composto d'uomini tutti a lui devoti, gli assicurò per sempre il governo. Con esso, dicono i cronisti del tempo, la libertà fu in tutto sotterrata e perduta;[25] ma con esso ancora gli affari più importanti dello Stato furono condotti da uomini intelligenti e colti, che ne promossero grandemente la prosperità materiale. Firenze si chiamava ancora una repubblica, i nomi delle antiche istituzioni duravano ancora; ma tutto ciò sembrava ed era solo un'ironia. Lorenzo, padrone assoluto di tutto, si poteva veramente dire un tiranno: circondato da staffieri e da cortigiani, che spesso ricompensava coll'affidar loro l'amministrazione delle opere pie; scandaloso pe' suoi amori, teneva uno spionaggio generale e continuo, ingerendosi anche negli affari privati; non permetteva i matrimonî di qualche importanza, se non gli piacevano; e gli uomini più vili, saliti ai maggiori uffici, erano, come dice il Guicciardini, divenuti i «signori del giuoco.»[26] Pure abbagliava tutti col suo ingegno, collo splendore del suo governo; onde lo stesso scrittore osserva, che era un tiranno, ma sarebbe stato impossibile immaginare «un tiranno migliore e più piacevole.»
L'industria, il commercio, le opere pubbliche erano fiorenti. L'uguaglianza civile, propria degli Stati moderni, non aveva allora in alcuna città del mondo raggiunto il grado, a cui era pervenuta non solo in Firenze, ma nel suo contado ed in quasi tutta la Toscana. L'amministrazione, la giustizia civile procedevano nei casi ordinarî assai regolarmente; i delitti comuni scemavano. Soprattutto poi la cultura letteraria era divenuta un elemento sostanziale del nuovo Stato; gli uomini dotti entravano facilmente nei pubblici ufficî, e da Firenze irradiava una luce che illuminava il mondo. Lorenzo, che aveva un intelletto vario ed universale, con una grande penetrazione, un giusto criterio in tutte le parti dello scibile, era un Mecenate che proteggeva, ed era anche egli stesso fra i primi letterati del secolo; partecipava attivamente al lavoro che promoveva non solo per arte di governo, ma anche per un bisogno sincero e reale del proprio spirito. Tuttavia, per far servire le lettere a scopo politico, cercò co' suoi Canti carnascialeschi e colle feste d'infiacchire, corrompere il popolo, e pur troppo vi riuscì. Così senza un esercito, senza un ufficio con cui potesse legalmente comandare, era di fatto non solo il padrone di Firenze e di gran parte della Toscana, ma esercitava un predominio immenso su tutti i potentati italiani. Morto il suo nemico Sisto IV, papa Innocenzo VIII che successe, non solo gli fu amico ma s'imparentò con lui, ne nominò cardinale il figlio Giovanni ancora fanciullo, e si volgeva sempre a lui per consiglio. L'antagonismo che era nato tra Lodovico il Moro e Ferdinando d'Aragona, e minacciava di porre a soqquadro tutta Italia, fu raffrenato da Lorenzo, il quale venne perciò giustamente chiamato l'ago della bilancia d'Italia, e solo dopo la morte di lui si videro le funeste conseguenze di quell'odio. Le sue lettere politiche, che sono spesso monumenti di politica sapienza e d'eleganza, vennero dallo storico Guicciardini dichiarate fra le più eloquenti del secolo.
Ma neppure questa politica poteva riuscire a fondar nulla di stabile. Modello impareggiabile d'accortezza e prudenza, essa promosse e svolse in Firenze tutti quanti i nuovi elementi, di cui la società moderna doveva comporsi, senza riuscir mai a costituirla definitivamente, perchè era una politica di equivoco e d'inganno, diretta da un uomo di molto ingegno, che in sostanza aveva di mira il suo interesse personale e quello della propria famiglia, ai quali era sempre disposto a sacrificare i veri interessi del popolo e dello Stato.
3. — VENEZIA.
La storia di Venezia sembra essere in diretta contradizione con quella di Firenze. Questa, infatti, ci presenta una serie di rivoluzioni che, partendo da un governo aristocratico, arrivano alla più grande uguaglianza democratica, per cadere poi nel dispotismo d'un solo; Venezia, invece, procede con ordine e fermezza alla costituzione di un'aristocrazia sempre più forte. Firenze cerca invano salvare la libertà, mutando sempre più spesso i suoi magistrati; Venezia crea il Doge a vita, rende ereditario il Maggior Consiglio, consolida la repubblica, diviene potentissima e riman libera per molti secoli. Una così grande divergenza però, non solamente si spiega, ma apparisce ai nostri occhi assai minore, se esaminiamo le speciali condizioni, tra cui s'andò formando la repubblica veneta.
Fondata dai rifugiati italiani che popolarono la laguna, sulla quale non arrivarono le invasioni barbariche, non ebbe, o assai poco, il feudalismo nè le altre istituzioni e leggi germaniche, che penetrarono largamente nel resto d'Italia. Così a Venezia, fin dal principio si trovarono di fronte il popolo dato all'industria ed al commercio, e le antiche famiglie italiane, che, non avendo l'aiuto dell'Impero, nè la forza dell'ordinamento feudale, vennero facilmente domate e vinte. E si formò subito l'aristocrazia del danaro o del popolo grasso, cui fu molto facile impadronirsi del governo e tenerlo per secoli. Questo trionfo, che a Firenze fu lento, che seguì dopo molte lotte, dopo lunghe interruzioni, e condusse poi alla signoria de' Medici, fu invece a Venezia rapidissimo e permanente. Sin dal principio la prosperità della laguna venne dalle lontane imprese, dai lontani commerci, che, più o meno dappertutto in Italia, costituirono la forza del popolo grasso. A ciò si aggiungeva da un lato, che il popolo minuto era occupato molti mesi dell'anno in lunghe navigazioni, e dall'altro, che il governo delle colonie dava modo ai più ambiziosi cittadini di comandare senza mettere a repentaglio la Repubblica.
Così la costituzione veneta, cominciata con forme non molto dissimili da quelle degli altri Comuni italiani, s'andò alterando per le condizioni affatto diverse, in mezzo a cui si trovava. Sin dal principio s'ebbe il Doge a vita, perchè la città, divisa in isole che tendevano a rendersi indipendenti l'una dall'altra, sentì assai presto il bisogno d'un accentramento maggiore che altrove. Il Doge era circondato da nove cittadini, coi quali formava la Signoria, e v'erano, come negli altri Comuni, due Consigli, i Pregati o Senato, ed il Maggior Consiglio. Nei casi più solenni si faceva appello al popolo radunato in pubblica assemblea, che chiamavasi Arrengo, come a Firenze era detta Parlamento. Se le cose fossero restate in questi termini, la costituzione di Venezia, salvo il Doge a vita, non sarebbe stata gran fatto diversa da quella di Firenze. Ma la forza assai maggiore che, per le condizioni da noi accennate, prese subito l'aristocrazia del denaro, a poco a poco concentrò quasi tutti i poteri dello Stato nel Maggior Consiglio, che, abolito l'Arrengo e limitata l'autorità del Doge, fu il vero sovrano, e divenne ereditario, mercè una serie di lente riforme (1297-1319), che portarono a quella che si chiamò la Serrata del Maggior Consiglio. Il cerchio fu così chiuso, e si ebbe il governo d'una potente aristocrazia, che più tardi volle il suo Libro d'oro. Sebbene però non s'avesse a lottare contro il feudalismo, tutte queste riforme non seguirono senza forte resistenza delle antiche famiglie, che, vedendosi escluse dal governo, cercarono e trovarono seguito nel popolo minuto. La congiura di Baiamonte Tiepolo (1310) fu tale che, per alcuni giorni, mise a grave repentaglio l'esistenza stessa della Repubblica. Ma, dopo un ostinato combattimento nelle vie della città e fuori, venne anch'essa soffocata nel sangue; e fu creato il terribile Consiglio dei Dieci, tribunale, che con processi sommarî, ma sempre assai bene determinati dalle leggi, puniva di morte qualunque tentativo di rivolta. Allora finalmente non vi furono più pericoli pel governo aristocratico, che acquistò una forza ogni giorno maggiore. La fermezza delle istituzioni aiutò la prosperità del commercio, e le cresciute ricchezze dettero animo a sempre nuove imprese in Oriente, che era il campo dei guadagni e delle glorie veneziane.
Colà aveva la Repubblica incontrato due potenti rivali, Pisa e Genova; ma la potenza marittima dei Pisani venne disfatta alla Meloria (1284) dai Genovesi, che alla loro volta, dopo lunga e sanguinosa lotta, furono irreparabilmente sconfitti dai Veneziani a Chioggia (1380). E così, alla fine del secolo XIV, Venezia si trovò senza rivali, signora dei mari, sicura nell'interno, prosperissima nel commercio. Rivolse allora le sue mire anche alle conquiste di terraferma, ed entrò in un nuovo periodo della sua storia, durante il quale si trovò trascinata fra tutti gl'intrighi della politica italiana; perdette il suo primo carattere di potenza esclusivamente marittima, e cominciò a corrompersi. Di ciò le venne mossa grave accusa dai contemporanei e dai posteri; ma Venezia era spinta nella nuova via da cause irresistibili. Infatti, quando si andavano formando intorno ad essa Stati più grossi assai dei piccoli Municipî d'una volta, il dominio delle lagune non era più sicuro, e non le bastava a tutelare il proprio commercio sulla terraferma. Gli Scaligeri, i Visconti, i Carrara, gli Este odiavano la fiorente repubblica, la minacciavano e cercavano d'isolarla, nel momento appunto in cui essa aveva un bisogno sempre maggiore di trovare nuovi sbocchi alle sue progredite industrie, al suo commercio d'Oriente, che s'alimentava con quello d'Occidente. E quando i Turchi s'avanzarono e cominciarono a fermarla nelle sue conquiste orientali, a minacciare le sue colonie, quella necessità divenne per un altro verso anche più stringente. Certo Venezia, spingendosi nella terraferma, si trovò d'ambo i lati circondata da mille pericoli; ma erano inevitabili, ed essa li affrontò, combattendo per mare e per terra, con un ardimento eroico, e sulle prime con non sperata fortuna.