A promuovere questi suoi nuovi interessi non ebbe di certo molti scrupoli: costretta più volte a combattere in Italia nemici sleali, usò anch'essa la violenza e l'inganno. Pure non era mai il capriccio personale d'un solo, che sottoponeva tutto al proprio volere; ma un'aristocrazia, che aveva il sentimento della patria, e la difendeva colle armi. Primi nel secolo XV a sentire in Italia le unghie del Leone di San Marco furono i Carrara, signori di Padova, che finirono strangolati (1406). Dopo di ciò fu mandato a Padova un rettore pel civile, un capitano pel militare, lasciando intatte le antiche leggi ed istituzioni locali. Lo stesso seguì o era già seguìto altrove, nel Friuli, nell'Istria, a Vicenza, Verona, Treviso. Questa era una politica assai intelligente e liberale per quel tempo; ma i nuovi sudditi perdevano pur sempre, colla indipendenza, ogni speranza di libertà. I paesi conquistati traevano certo grande vantaggio dall'essere sotto un governo forte e giusto, e dal partecipare all'immenso commercio di Venezia; ma se il benessere materiale faceva nelle moltitudini dimenticare l'amore della libertà e della indipendenza, nelle famiglie potenti che avevano governato o sperato di poter governare, restava invece un odio inestinguibile contro la nuova dominatrice, che, invidiata per l'ordine e la forza del suo governo, era giudicata il nemico più temibile di tutti gli altri Stati italiani.

Essa procedeva tuttavia sicura nelle sue conquiste, ed il secolo XV, in cui l'Italia cominciava rapidamente a decadere, sembrava invece aprire a Venezia un'êra di crescente prosperità. La sua aristocrazia, coi grandi sacrifizî fatti per la patria, col coraggio dimostrato nelle battaglie navali che essa comandava, aveva fatto dimenticare la violenza della propria origine. Occupata nella politica, lasciava liberamente partecipare il popolo al commercio ed all'industria, che, tutelati dalla fermezza delle istituzioni e dalle armi, prosperavano maravigliosamente. Lo stesso avanzarsi dei Turchi, che pur doveva recare tanti danni alla Repubblica, sembrava tornarle ora quasi di vantaggio. Infatti molte isole dell'Arcipelago, molte terre, trovandosi in gran pericolo per l'impotenza dell'Impero greco a difenderle dal terribile uragano che s'avanzava, invocarono la protezione di Venezia, e si abbandonarono ad essa, che così cresceva il proprio dominio, ed acquistava nuovi sudditi, pronti a versare il sangue combattendo il comune nemico, che nei primi scontri subì gravissime perdite. Tutto ciò rialzava moltissimo l'animo della Repubblica, che in quel momento si sentiva come destinata ad essere la difesa dei Cristiani e la dominatrice d'Italia. Nella sua condotta politica, nelle relazioni de' suoi ambasciatori, nelle guerre continue per terra e per mare, il sentimento della patria dominava su tutto, ed ispirava una balda fierezza al linguaggio di quei cittadini, che erano sempre pronti a sacrificarsi per essa. L'onore, la gloria di Venezia erano in cima dei loro pensieri, e nella lotta col Turco che s'avanzava, dettero prove di vero eroismo. Quando nel maggio 1416 l'armata veneta s'affrontò col formidabile nemico presso Gallipoli, Pietro Loredano, che l'aveva comandata, scriveva al suo governo: «Virilmente io capitano investii nella prima galera nemica, piena di Turchi che combattevano come draghi. Circondato da ogni lato, ferito da una freccia che mi passò la mascella sotto l'occhio, da una che mi passò la mano, e da altre molte, non mi restai punto, nè mi sarei restato fino alla morte: presi la prima galera e misi la mia bandiera su quella. I Turchi che vi erano sopra furono tagliati a pezzi, il resto della flotta sconfitto.»[27] Di queste ardite imprese, di questo franco linguaggio, solo Venezia era capace in Italia nel secolo XV. La piccola repubblica delle lagune era divenuta uno dei grandi potentati d'Europa, e pareva sorgere a nuova altezza, quando tutti gli altri Comuni decadevano. Ma i pericoli che s'accumulavano intorno ad essa erano immensi e crescevano da ogni lato.

Il doge Tommaso Mocenigo li prevedeva, e dal suo letto di morte, nell'aprile del 1423, pregava, scongiurava i suoi amici, perchè non si lasciassero spingere più oltre alle guerre ed alle conquiste; sopra tutto non eleggessero a suo successore Francesco Foscari, la cui smodata ambizione li avrebbe trascinati in mezzo alle più audaci e pericolose imprese. Ma questi consigli di prudenza erano vani adesso. Filippo Maria Visconti minacciava tutta l'Italia superiore e la centrale; il Turco s'avanzava; Francesco Foscari venne eletto, ed egli non era certamente uomo da voler ricondurre in porto la nave già lanciata in alto mare. E quando i Fiorentini chiesero a Venezia aiuto contro il Visconti, egli esclamò in Senato: Se mi trovassi in capo al mondo, e vedessi un popolo in pericolo di perdere la sua libertà, io lo aiuterei. «Nu patiremo che Filippo tuoga la libertà ai Fiorentini? Sto furibondo tiran scorrerà per tutta Italia, la struggerà e conquasserà senza gastigo?»[28] Così nel 1426 incominciò quella formidabile lotta che, interrotta e ripresa più volte, finì solo colla morte del Visconti l'anno 1447. In questi ventun anno il Foscari dimostrò un patriottismo ed un'energia veramente romani, combattendo contro pericoli esterni ed interni d'ogni sorta. Coi suoi tesori il Visconti metteva ogni anno in campo nuovi eserciti, e la Repubblica era sempre pronta ad affrontarli. Il Carmagnola, che lo aveva disertato per servire Venezia, parve, subito dopo le prime vittorie, divenire a questa infido, e fu perciò, senza esitazione, con regolare processo condannato a morte. Il 5 maggio 1432, cum una sprangha in bucha, et cum manibus ligatis de retro, iuxta solitum,[29] venne condotto fra le colonne della Piazzetta, e decapitato. Nel 1430 vi fu un attentato contro la vita stessa del Doge, e nel 1433 una congiura contro il suo governo; ma i Dieci fecero di tutto pronta ed esemplare giustizia. Più tardi, istigato dal Visconti, l'ultimo dei Carrara tentò di ripigliare i suoi dominî, e fece anche ribellare Ostasio da Polenta, signore di Ravenna, che era sotto la protezione di Venezia. E allora al Carrara fu tagliata la testa fra le colonne della Piazzetta (1435); il Polentano finì esule in Creta, e Ravenna fece parte del dominio veneto. Morto il Visconti, e posata da poco la guerra di Venezia con Milano, seguì la caduta di Costantinopoli (1453), nella quale tanti Italiani, massime Veneti, perderono la vita. Questo fatto, che incominciò un'epoca nuova nella storia dell'Europa, fu un colpo mortale a Venezia. Pure essa riuscì nel 1454 a fare un trattato, che assicurò libero commercio ai proprî sudditi, e le dètte il tempo d'apparecchiarsi a nuove battaglie.

Ma il pericolo maggiore alla Repubblica venne dai nuovi germi di corruzione interna, che cominciarono a minacciare di dividerla. I nemici del Foscari, dopo avere invano cospirato contro la sua vita ed il suo governo, si volsero ora a tormentarlo col perseguitare il figlio Iacopo, unico superstite dei maschi, di carattere leggerissimo, ma pur ciecamente amato dal padre. Esiliato nel 1445, per avere accettato donativi, il che le leggi vietavano severamente al figlio del Doge, fu, dopo ottenuta la grazia, esiliato di nuovo nel 1451 alla Canea, perchè accusato di connivenza nell'uccisione d'uno di coloro che erano stati suoi giudici. Richiamato di là nel 1456, venne sottoposto a nuovo processo, per aver tenuto segreta corrispondenza col duca di Milano, e fu condannato a più lungo esilio. Entrato nella prigione, il vecchio Doge disse, impassibile, al figlio che cercava grazia ai suoi piedi: «Va, obbedisci a quel che vuol la terra, e non cercar più altro.» Ma uscito dal carcere, appoggiato al suo bastone, Francesco Foscari tramortì.[30] Poco dopo Iacopo morì nell'esilio (12 gennaio 1457), ed il cuore paterno di colui che aveva sostenuto con una volontà di ferro una lotta titanica in difesa della repubblica, si spezzò per le persecuzioni patite dal figlio. Invecchiato, abbattuto, prostrato, non aveva più la forza necessaria a condurre gli affari e a difendersi dai nemici. Allora, invitato a dimettersi e non volendo, fu deposto. Spezzatogli l'anello e toltogli il berretto ducale, egli discese, franco e sereno, per la scala medesima per cui era salito all'alto ufficio, discorrendo tranquillo con chi gli era accanto, senza volersi appoggiare ad alcuno. Il suo successore fu eletto il 30 ottobre, ed egli morì di crepacuore il dì 1º novembre, dopo trentaquattro anni di dogato. Francesco Foscari è certo uno dei più grandi caratteri politici del suo tempo.[31] Con lui Venezia giunse al colmo della sua potenza; dopo di lui cominciò subito a decadere, ma fu una decadenza eroica.

Abbandonata da tutti gl'Italiani, si trovò sola di fronte al Turco, che s'avanzava con forze formidabili. Il sopracomito Girolamo Longo scriveva nel 1468, che la flotta turca con cui doveva affrontarsi, era di 400 vele, le quali occupavano sei miglia di lunghezza. «Il mare pareva un bosco: questa a sentirla dire pare cosa incredibile, ma a vederla è cosa stupenda...; or vedete se sia possibile con astuzia aver vantaggio. Ci vogliono forze e non parole.»[32] Sembrano quasi un linguaggio di paura accanto a quello da noi riportato più sopra del Loredano. Infatti i tempi erano mutati: la Repubblica armava sempre altre navi, che combattevano con eroismo; organizzava la resistenza di tutte le popolazioni cristiane, che versavano generosamente il proprio sangue; mandava armi e danari ai Persiani, perchè anch'essi attaccassero Maometto II, che s'avanzava minaccioso; ma tutto ciò era inutile. Negroponte, Caffa, Scutari, altre città e terre cadevano l'una dopo l'altra, sebbene si difendessero con gran valore. E finalmente Venezia, stanca di trovarsi sempre sola a combattere il nemico della Cristianità, venne nel gennaio 1479 ad una pace che le assicurava il proprio commercio, e che nelle tristi condizioni a cui era ridotta, poteva dirsi onorevole. Allora tutti gl'Italiani, che nulla avevano fatto per aiutarla, furono pronti a gridare unanimi contro di essa, specialmente nel 1480, quando il loro spavento giunse al colmo, per avere i Turchi preso la città di Otranto. Ma questi poco dopo si ritirarono per la morte di Maometto II, e per le discordie seguite nel suo impero: allora gl'Italiani non pensaroro più ad altro.

Da questo momento l'orizzonte della Repubblica si va restringendo sempre di più. Occupata solo de' suoi interessi materiali, avviluppata negl'intrighi della politica italiana, essa non pretese più d'essere la guardiana della Penisola e della Cristianità contro gl'infedeli. Tutto allora sembrava seguire a suo danno nella storia del mondo. La scoperta d'America e quella del Capo di Buona Speranza la posero fuori delle principali vie del commercio. Ristretta da ogni lato, perdette a poco a poco con i grandi guadagni la sua storica importanza, che le veniva dall'essere stata l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente. Ora tutto si ridusse a strappar qualche terra ai vicini; imporre ad essi il proprio commercio, sempre grande e potente. Avanzatasi fino all'Adda da un lato, occupava dall'altro Ravenna, Cervia, Rimini, Faenza, Cesena ed Imola nelle Romagne; nel Trentino teneva Roveredo e le sue dipendenze; aveva anche portate le sue armi sulla costa adriatica del Napoletano, dove si era impadronita di alcune terre. Ma l'aver tolto a tutti qualche cosa, faceva sì che tutti la temessero e l'odiassero.

Da un altro lato questo Stato così vasto era dominato tutto da una sola città, nella quale comandava per diritto ereditario una piccola parte dei cittadini. Neppure in Venezia era quindi possibile aspettarsi il grande ed organico svolgimento dello Stato moderno; essa anzi rimase esempio vivente dell'antica forma repubblicana, sopravvissuta quasi a sè stessa, destinata ad esaurirsi come per mancanza d'alimento. Ma intanto essa era sempre il governo più forte, più morale che vi fosse in Italia. A misura però che si restringeva la cerchia della sua attività, cessavano le magnanime virtù e gli eroici caratteri, sorti fra i grandi pericoli, contro cui avevano dovuto combattere, e i continui sacrifizî che erano stati chiamati a fare. Crebbero invece l'egoismo, l'amore del lusso e del danaro negli ordini dominanti dei cittadini. Le mogli dei patrizî veneti, coperte di gioie, vestite di stoffe preziose, abitavano nel secolo XV quartieri di tanta ricchezza, che non si trovavano neppure nei palazzi dei principi italiani. Gli uomini però, dice il milanese Pietro da Casola, erano sempre assai più modesti e severi che altrove; «parevano a vederli tanti dottori di legge, e chi trattava con essi doveva tener bene aperti gli occhi e le orecchie.»[33] Tuttavia la loro politica, se non era quella dell'egoismo personale, che dominava nel resto d'Italia; se ebbe ancora giorni di grandi sacrifizî e d'eroismo, era anch'essa guidata da un ristretto patriottismo locale e quasi di casta. Guardavano con piacere alla rovina d'Italia, perchè speravano così di riuscire più facilmente a dominarla. E quando gli stranieri s'avvicinarono alle Alpi, li lasciarono passare, credendo di poterli poi cacciare per succedere ad essi. Invece, questo egoismo che non giovava a nessuno e minacciava tutti, portò alla Lega di Cambray, in cui l'Europa s'alleò ai danni della piccola Repubblica, la quale potè qualche tempo ancora resistere con valore, ma non già salvarsi, come aveva presunto, in mezzo alla rovina generale della patria comune.

4. — ROMA.

Fra l'infinita varietà di caratteri e d'istituzioni che ci presenta l'Italia nel secolo XV, la storia di Roma forma quasi un mondo a parte. Centro principale degli interessi di tutti i paesi cristiani, la Città Eterna risentiva, più d'ogni altra, le grandi trasformazioni che seguivano in Europa. La costituzione di Stati grandi e indipendenti aveva spezzata e resa impossibile per sempre quella universale unità, che il Medio Evo in parte aveva conseguita, in parte sognata. L'Impero s'andava sempre più restringendo nei confini della Germania, e l'Imperatore cercava rendersi forte con un dominio più sicuro e diretto ne' suoi Stati proprî e personali. Così i Papi, dovendo omai rinunziare ad ogni pretensione di universale dominio civile nel mondo, sentivano più urgente la necessità di costituire davvero un loro regno temporale. Se non che il trasferimento della sede in Avignone, ed il lungo scisma avevano gettato nel disordine e fatto cadere nell'anarchia lo Stato della Chiesa. Roma era dicerto un Comune libero, con una costituzione simile a quella delle altre città italiane; ma, trovandosi in mezzo ad una campagna deserta, il commercio e l'industria non vi erano mai progrediti, ed il suo organismo politico non s'era mai potuto svolgere con vigore, a cagione anche della eccezionale supremazia esercitata dal Papa, dall'Imperatore, e dalla strapotenza dei nobili, che, favoriti dai Papi, mettevano tutto a soqquadro. Gli Orsini, i Colonna, i Prefetti di Vico erano veri e propri principi nei loro immensi dominî, nei quali tenevano armi ed armati, nominavano giudici e notai, qualche volta coniavano anche moneta. Il territorio di Roma era abbastanza vasto, perchè andava dal Garigliano ai confini della Toscana; ma molte delle città che ne facevano parte erano o cercavano continuamente di rendersi indipendenti.

A che cosa fosse poi ridotto allora il dominio dei Papi in città come Bologna, Urbino, Faenza, Ancona, le quali facevano parte dello Stato della Chiesa, ma erano costituite in repubbliche o signorie affatto indipendenti, può immaginarselo ognuno. Per fondare il dominio temporale, bisognava quindi fare una vera e propria conquista. Innocenzo VI (1352-62) aveva iniziato l'opera, mandando in Italia il cardinale d'Albornoz, che col ferro e col fuoco sottomise una gran parte dello Stato della Chiesa. Ma questa vantata sottomissione si ridusse, in fondo, a costruire nelle principali città, fortezze tenute in nome del Papa; a trasformare i tiranni in vicarî del Papa, e far prestare dalle repubbliche atto d'obbedienza, riconoscendo però i loro Statuti. Così gli Este, i Montefeltro, i Malatesta, gli Alidosi, i Manfredi, gli Ordelaffi furono legittimi signori di Ferrara, Urbino, Imola, Rimini, Faenza, Forlì. Invece Bologna, Fermo, Ascoli ed altre città restarono repubbliche, sebbene riconoscessero anch'esse la supremazia del Papa. La costituzione politica del Comune di Roma cominciò allora ad essere trasformata. I Papi da lungo tempo cercavano mutare in amministrative le sue magistrature politiche, e per questa medesima via continuarono sempre fino a che non riuscirono a distruggere del tutto le libertà comunali della Città Eterna. Un tale lavoro, già molto avanzato, fu alla fine del secolo XIV interrotto dallo scisma che lacerò lungamente la Chiesa, gettò di nuovo ogni cosa nell'anarchia, e impedì la formazione d'ogni forte governo, d'ogni ferma autorità.