L'anno 1417 finalmente il Concilio di Costanza fece cessare lo scisma, deponendo tre Papi, ed eleggendo Ottone Colonna, che prese il nome di Martino V. Così incominciò nella storia del Papato un nuovo periodo, che durò sino al principio del secolo seguente, ed in esso i successori di San Pietro sembrarono deporre ogni pensiero della religione, per occuparsi solo di costituire il loro regno temporale. Divenuti simili affatto agli altri tiranni italiani, adoperarono le stesse arti di governo. Se non che la grande diversità della loro condizione nel mondo, e l'indole propria dello Stato che dovevano governare, dava alle loro azioni un carattere affatto speciale. Eletti generalmente in età avanzata, i Papi si trovavano ad un tratto, in mezzo ad una nobiltà riottosa e potente, alla testa d'uno Stato disordinato, scomposto, in una città tumultuosa, nella quale erano spesso senza parenti o amici, qualche volta stranieri affatto. Quindi, per cercar forza, chiamavano e si davano a proteggere i fratelli, i nipoti che spesso invece erano figli; e così ebbe origine quello scandalo nella Chiesa, che fu noto col nome di nepotismo, e che è proprio più specialmente di questo secolo. Entrati una volta nel turbinoso vortice della politica italiana, i Papi si trovarono costretti a promuovere nel medesimo tempo due interessi, che non di rado erano in collisione fra loro, il politico cioè ed il religioso. Assai spesso la religione divenne il mezzo di cui si valsero per conseguire i loro fini politici, e quindi, sebbene sovrani di uno Stato piccolo e disordinato, poterono, con l'autorità della Chiesa, mettere l'intera Italia a soqquadro; e quantunque non riuscissero mai a dominarla tutta, la tennero divisa, debole e sempre più facile preda degli stranieri, che essi continuamente chiamarono. Da un altro lato cercavano valersi della loro autorità politica, per tener viva quella forza religiosa che s'andava spegnendo negli animi. Uno stato di cose tanto anormale sembrò turbare stranamente la coscienza stessa di coloro che avrebbero dovuti essere i rappresentanti di Dio sulla terra, e che, a poco a poco, perduto ogni pudore, caddero in tali oscenità e delitti, che il Vaticano parve qualche volta essere divenuto un'orgia di avvelenamenti, di congiure e di stupri. Si correva così il rischio di estirpare ogni sentimento religioso dal cuore dell'uomo, di scalzare per sempre le basi stesse della morale.
I primi germi di questa funesta corruzione pur troppo nascevano fatalmente dalle condizioni in cui si trovava allora il Papato, e quindi cominciarono a portare i loro frutti anche sotto Martino V, che fu forse il migliore dei Papi in quel secolo. Egli s'avanzò da Costanza, secondo l'espressione d'un moderno, come un signore senza terra, sì che a Firenze i fanciulli gli cantavano dietro canzoni di scherno. Quando entrò in Roma il 28 settembre 1420, cogli aiuti della regina Giovanna di Napoli, il popolo romano, perdute ormai le libere istituzioni, si presentava a lui come una folla di poveri. La peste, la fame, la guerra avevano per molti anni desolata la Città Eterna; i monumenti, le chiese e le case erano in rovina; le strade piene di macerie e di pantani; i ladri assalivano di giorno e di notte. Nella Campagna era scomparsa l'agricoltura, e immense estensioni di terre erano divenute deserti; le città del territorio combattevano fra loro, e i nobili, chiusi nei loro castelli, che parevano nidi di ladri, sprezzanti d'ogni autorità, intolleranti d'ogni freno e d'ogni legge, facevano una vita da briganti. Martino V si pose all'opera con fermezza, e prima di tutto compiè la distruzione del libero reggimento di Roma, mutandolo addirittura in un municipio amministrativo. Molte terre ribelli furono poi sottomesse, molti capi di bande armate furono presi ed impiccati: cominciò così a ristabilirsi l'ordine, e ad aversi finalmente una forma di regolare governo. Questo fu però ottenuto coi mezzi che abbiamo qui sopra accennati. Il Papa, per trovare fautori ed amici, si gettò addirittura in braccio ai Colonna, suoi parenti, e fece loro concludere ricchi matrimonî, concesse loro nello Stato della Chiesa o fece concedere nel regno di Napoli vasti feudi. Così di potenti li rese strapotenti, ed iniziò il nepotismo. Per mantenere la supremazia pretesa sempre dai Papi nel reame, e per cavarne in ogni modo vantaggio ai suoi, sostenne prima Giovanna II, che lo aveva aiutato ad entrare in Roma; poi Luigi d'Angiò, che la combatteva; poi Alfonso d'Aragona, che trionfò di tutti. E questa funesta politica, continuata anche da' suoi successori, fu precipua cagione della totale rovina del Napoletano, ed in parte anche della rimanente Italia. Pure in Roma si vedeva finalmente un'apparenza almeno di ordine e di regolare governo. Le vie, le case, i monumenti si cominciavano a restaurare; per la città e per molte miglia nella campagna si poteva, dopo tanti anni, camminare senza tema d'esser rubati o assassinati. E però, dopo la morte di Martino V (20 febbraio 1431), fu scritto sulla sua tomba: Temporum suorum felicitas. Nè la iscrizione può dirsi del tutto immeritata, tanto più che le sue colpe vennero ben presto fatte dimenticare da quelle assai maggiori de' successori, ai quali mancarono le sue virtù.
Eugenio IV che s'appoggiò agli Orsini, ed ebbe quindi fieramente avversi i Colonna, venne subito cacciato da una rivoluzione, ed inseguíto a colpi di pietre, quando se ne fuggiva pel Tevere, a mala pena riuscendo a ripararsi in una barca (giugno 1434). Giunto a Firenze, egli dovette rifarsi da capo, e mandò a Roma il patriarca Vitelleschi, più tardi cardinale, che alla testa di bande armate, cominciò col ferro e col fuoco un vero sterminio. La famiglia dei Prefetti di Vico s'estinse in Giovanni, cui fu mozzato il capo; quella dei Colonna fu in parte distrutta dal fiero prelato; la medesima sorte subirono i Savelli. Molti castelli vennero spianati, molte città distrutte, e gli abitanti correvano la Campagna affamati, cercando qualche volta di vendersi come schiavi. Quando finalmente il Vitelleschi, alla testa d'un piccolo esercito, entrava come un trionfatore nella Città Eterna, che tremava ai suoi piedi, il Papa insospettito gli mandò per successore lo Scarampo, altro prelato della stessa tempra; ed il Vitelleschi, che voleva allora resistere, fu subito circondato, ferito, preso e messo in Castel Sant'Angelo, dove morì. Eugenio IV potè finalmente tornare tranquillo e sicuro in Roma; e dopo tre anni anch'egli morì (1447).
Il destino di questo Papa, che sottomise definitivamente la Città Eterna, fu singolare. Quando il Vitelleschi e lo Scarampo facevano correre il sangue a fiumi, egli se ne stava a Firenze tra le feste e gli eruditi. Senza aver grande cultura, nè sentir molto amore per le lettere, trovandosi al Concilio fiorentino, ed avendo bisogno d'interpetri per discutere e trattare coi rappresentanti della Chiesa greca, si vide costretto ad ammettere gli eruditi nella Curia, la quale ben presto ne fu inondata, il che portò poi un notevole mutamento nella storia del Papato. Accanto al suo feretro venne recitato un solenne elogio funebre, in latino classico, dal celebre umanista Tommaso Parentucelli, il quale fu eletto a succedergli unicamente per la gran fama della sua erudizione. Prese il nome di Niccolò V, e si disse allora da tutti, che con lui era salita sulla cattedra di San Pietro l'erudizione stessa. Trovando lo Stato abbastanza sicuro e tranquillo, egli che non aveva un ingegno originale, nè conosceva il greco (gravissima mancanza per un dotto del secolo XV), ma che era il più grande raccoglitore ed ordinatore di antichi codici, portò questa passione sulla sedia apostolica, facendone quasi unico scopo del suo Papato. Il sogno principale della sua vita fu di trasformare Roma in un gran centro di letterati, in una grande città monumentale, con la prima biblioteca del mondo. Potendo, egli avrebbe trasportato tutta Firenze sulle rive del Tevere. Mandò suoi messi in giro per l'Europa, a raccogliere o copiare codici antichi; eccitò molti eruditi a tradurre, con lauti stipendî, classici greci, senza occuparsi delle loro opinioni religiose o politiche. Il Valla, che aveva con gran clamore scritto contro la donazione di Costantino ed il potere temporale dei Papi, fu dei primi ad essere chiamato da lui. Stefano Porcari, che con la lettura dei classici s'era, come Cola di Rienzo, infatuato della repubblica, fu pure colmato di onori. Costui però, avendo addirittura cospirato per sovvertire il Governo e restaurare gli ordini repubblicani, fece finalmente perdere la pazienza al Papa, e venne condannato a morte. Ma nulla poteva intiepidire la passione erudita di Niccolò V: a tutto egli rimediava con qualche discorso latino, come fece per la caduta di Costantinopoli; e continuava sempre a comprare codici, a chiamare eruditi. La Curia divenne un'officina di truduttori e di copiatori; la biblioteca Vaticana s'andò accrescendo con rapidità, e fu arricchita di molti volumi splendidamente legati. Nello stesso tempo s'aprivano strade, si costruivano fortezze, sorgevano chiese e monumenti d'ogni sorta. Era una febbrile attività, perchè il Papa, coll'aiuto dei primi architetti del mondo, fra cui Leon Battista Alberti, ideava un disegno, secondo cui Roma avrebbe vinto lo splendore di Firenze. La città leonina doveva essere trasformata in una grande fortezza papale, in cui San Pietro e il Vaticano dovevano essere ricostruiti dalle fondamenta. Sebbene Niccolò V non riuscisse a compiere questa impresa veramente grandiosa, alla quale sarebbero bastate appena molte generazioni; pure la iniziò con tanto ardore, che sotto di lui Roma mutò totalmente aspetto, ed i lavori immortali, eseguiti al tempo di Giulio II e di Leone X, continuarono l'attuazione del suo medesimo disegno.
Il 24 marzo 1455 Niccolò V moriva da vero erudito, dopo aver fatto cioè un discorso latino ai cardinali ed agli amici. Successe a lui, col nome di Calisto III, uno Spagnuolo, abile giurista, venuto in Italia come avventuriero politico, accompagnando Alfonso d'Aragona. Costui aveva settantasette anni; apparteneva al clero allora corrottissimo della Spagna, non ancora disciplinato e domato dalla politica di Ferdinando e d'Isabella; portava il nome, divenuto poi assai infausto, dei Borgia: il suo breve papato fu come una meteora annunziatrice di futuri guai. Di codici e di eruditi non s'occupò punto nè poco. Con una cieca avidità, senza riguardi e senza pudore, colmò di onori, di possessi e di danari i suoi nipoti, uno dei quali doveva poi prender la tiara col nome ben noto d'Alessandro VI. Riempì la città d'avventurieri spagnuoli, affidando loro l'amministrazione e la polizia, il che fece crescere a dismisura i delitti. Il sangue scorreva, l'anarchia minacciava di tornare in Roma, quando il vecchio Calisto morì (6 agosto 1458), ed allora uno scoppio improvviso di furor popolare mise in fuga gli Spagnuoli, e gli stessi nipoti del Papa a fatica scamparono la vita.
Successe un altro Papa erudito, Enea Silvio Piccolomini senese, uomo vario, versatile d'ingegno e di carattere. Dopo una vita passata prima nei piaceri, poi nelle discussioni di Basilea, dove sostenne l'autorità di quel Concilio contro il Papa; più tardi tra gli affari della cancelleria imperiale in Germania, dove fu primo a propagare la erudizione italiana, egli rinnegò finalmente le sue ardite dottrine, condannò i trascorsi giovanili, e così potè salire di grado in grado negli ordini ecclesiastici fino al Papato (19 agosto 1458), pigliando il nome di Pio II. Continuò sempre a studiare ed a scrivere pregevoli opere; ma non protesse i dotti, come tutti avevano sperato, occupandosi invece di dare ufficî e protezione a' suoi parenti ed a' suoi Senesi. Roma era caduta nuovamente in preda all'anarchia, in conseguenza della pazza politica di Calisto III, il quale, sebbene creatura degli Aragonesi, aveva favorito gli Angioini; ma Pio II, più accorto, favorì gli Aragonesi, e potè col loro aiuto sottomettere i ribelli. Il pensiero dominante di questo Papa, fu la Crociata contro il Turco; ma, uomo del suo secolo, ed umanista, egli era mosso più da entusiasmo retorico che da zelo religioso. In Mantova, dove invitò a solenne congresso i principi cristiani (1459), s'udirono molti discorsi latini; ma fu più che altro un'accademia letteraria, con grandi promesse, che restarono senza effetto. Perseverando nella stessa idea, il Papa erudito scrisse una lettera latina al sultano Maometto II, con la strana pretensione di convertirlo. Invece arrivavano sempre nuovi esuli greci, fuggendo dinanzi ai Turchi, che avevano invaso la Morea; e Tommaso Paleologo, che ne era stato il despota, portava ora in Roma la testa dell'apostolo Andrea. Tutta la città parve allora trasformata in una chiesa in festa, per ricevere la sacra reliquia, che venne accompagnata da 30,000 fiaccole; e Pio II ne pigliò occasione a fare un altro solenne discorso latino in favore della Crociata, ad un popolo scettico, nel quale molti ammiravano la nuova reliquia cristiana solo perchè era portata da gente che parlava la lingua d'Omero.
Nel 1462 il Papa aveva raccolto buona somma di danaro, per l'improvvisa scoperta di ricche miniere d'allume a Tolfa, e tornò da capo all'idea della Crociata, invitando i principi a partire subito per l'Oriente. Vecchio e malato com'era, si fece portare in lettiga ad Ancona, dove s'aspettava di trovar navi ed eserciti, che voleva accompagnare per benedire egli stesso la battaglia, come fece Mosè quando Israele combatteva contro Amalech. Invece il porto era vuoto, e quando arrivarono finalmente poche galee veneziane, Pio II spirò guardando l'Oriente, e raccomandando la Crociata (15 agosto 1464). Questa vita, che a primo aspetto può sembrare soggetto degno di romanzo o anche d'epico racconto, fu in sostanza priva d'ogni vera gloria o santità religiosa. Pio II fu un erudito di molto ingegno, che voleva compiere qualche cosa d'eroico, senza avere in sè stesso nessuna eccezionale grandezza morale. Sebbene fosse, tra i Papi di quel secolo, il più notevole certo per ingegno, non ebbe profonde convinzioni; rifletteva le opinioni e le velleità degli uomini fra cui viveva, mutando sempre, secondo i tempi e secondo le condizioni, in cui si trovava. Il suo regno sembrò avere un certo splendore, e dar molte speranze; ma in fatto poi non lasciò nulla di durabile dietro di sè. Dopo che v'erano stati Papi che avevano colla forza fondato il temporale dominio, e Papi che avevano fatto fiorire a Roma le lettere e le arti; dopo che egli, mantenendo l'ordine, aveva col predicare la Crociata, dato anche l'apparenza d'un risveglio religioso in Italia, poteva aspettarsi un'èra migliore di pace sicura. Invece ora appunto si scatenano le passioni, e sono vicine le più grandi oscenità, i più terribili delitti nella Corte di Roma.
Paolo II, consacrato il 16 settembre 1464, s'avvicinò a questo nuovo e più funesto periodo, senza averlo però ancora cominciato davvero; può anzi dirsi migliore della sua fama. Tuttavia, non curante delle lettere, egli era invece dato ai piaceri della vita, e sebbene non privo di qualità politiche, reputò arte di governo corrompere il popolo colle feste, che promosse profondendo tesori. Il suo nome passò odiato appresso i posteri, perchè, senza riguardi, cacciò gli eruditi dalla segreteria apostolica, per mettervi invece i suoi fidi. E quando gli scacciati levarono i più alti clamori, e nell'Accademia Romana di Pomponio Leto cominciarono a tenere discorsi che ricordavano Cola di Rienzo e Stefano Porcari, sciolse l'Accademia e ne imprigionò i membri. Il Platina allora, chiuso e torturato in Castel Sant'Angelo, giurò vendetta, e la fece nelle sue ben note Vite dei Papi, le quali ebbero una grande diffusione. In esse egli descrisse il suo persecutore come un mostro di crudeltà. Il vero è però che Paolo II, senza punto essere un buon Papa, non fu privo di meriti. Riordinò la giustizia, punendo severamente molti di quei manigoldi, che, a servizio dei magnati, empivano Roma di delitti; fece fare una nuova compilazione degli Statuti romani; combattè con energia i Malatesta di Rimini, e distrusse l'oltracotanza degli Anguillara, che possedevano gran parte della Campagna e del territorio di San Pietro. Nè si può troppo fermarsi a biasimare le sue colpe, quando si pensa ai tempi ed a coloro che gli successero.
I tre Papi che seguono adesso, Sisto IV, Innocenzo VIII ed Alessandro VI, sono quelli che riempiono il più triste periodo nella storia del Papato, e ci mostrano davvero a quali condizioni fosse ridotta allora l'Italia. Il primo di essi era un frate genovese, che, appena eletto (9 agosto 1471), si mostrò subito un tiranno violento, senza scrupoli di sorta. Aveva bisogno di danari, e mise in vendita ufficî, benefizî, indulgenze. Proteggeva con indomabile ardore i nipoti, alcuni dei quali si credeva, invece, che fossero suoi figli. Uno di essi, Pietro Riario, fatto cardinale, ebbe 60,000 scudi di rendita, e s'abbandonò al lusso, alle feste, alle dissolutezze, così perdutamente che ne morì subito, esausto di forze e carico di debiti. Il fratello Girolamo, ugualmente favorito, faceva la medesima vita. Tutta la politica del Papa era diretta dall'avidità d'acquistare o conquistare pei nipoti e pei figli. L'avere Lorenzo dei Medici attraversato questi disegni, fu cagione che la congiura dei Pazzi venisse tramata nel Vaticano stesso; e non essendo riuscita, il Papa mosse guerra a Firenze, e la scomunicò. Più tardi s'unì coi Veneti contro Ferrara, sempre col medesimo intento di strappare qualche provincia pe' suoi, e ne seguì una guerra generale, pigliandovi parte ancora i Napoletani, che assalirono Roma, dove subito si scatenarono le fazioni dei nobili. Roberto Malatesta da Rimini fu chiamato a difendere la Città Eterna, ed essendo morto di febbre malarica, presa nella guerra, il Papa voleva profittarne, spogliando dello Stato l'erede di lui, disegno però che i Fiorentini mandarono a vuoto.
Vedendosi in pericolo, mutò bandiera, e s'unì coi Napoletani contro Ferrara e contro i Veneti, i quali ultimi sembrava a lui che volessero condurre la guerra solo a proprio vantaggio. Si volse inoltre a far vendette contro i nobili, a lui avversi, specialmente i Colonna. Girolamo Riario, avido di sangue, comandava le artiglierie che furono benedette dal Papa stesso, e prese a tradimento il castello di Marino, con la promessa di salvare la vita al protonotario Lorenzo Colonna, che fu invece decapitato. Al funerale in SS. Apostoli, la madre, accecata dal dolore, prese pei capelli la testa del figlio, e mostrandola al popolo esclamò: Ecco la fede del Papa! Tutte queste scene di sangue non turbarono punto nè poco l'animo di Sisto IV. Quando però gli giunse improvvisa la notizia che i Veneti, da lui abbandonati, avevano, senza consultarlo e senza tener conto di lui nè de' suoi, fatto la pace di Bagnolo (7 agosto 1484); allora, assalito da febbre violenta, morì (12 agosto), come si disse da tutti, pel dolore della pace.