Nulla vis saevum potuit extinguere Sixtum;
Audito tantum nomine pacis, obit.[34]
Le case del Riario andavano a sacco, gli Orsini e i Colonna erano in armi, quando i cardinali, accorsi in fretta al Conclave, riuscirono a stabilire una tregua. Ed allora cominciò il più scandaloso mercato di voti per la elezione alla sede apostolica, che si vendeva al maggiore offerente. Il fortunato compratore fu allora il cardinale Cibo, che venne proclamato il 29 agosto 1484 col nome d'Innocenzo VIII. Nemico degli Aragonesi, entrò subito nella congiura dei baroni napoletani, promettendo loro uomini, armi, danari, e la chiamata d'un nuovo pretendente angioino. La città d'Aquila cominciò la ribellione, sollevando la bandiera della Chiesa (ottobre 1485); Firenze e Milano si dichiararono per gli Aragonesi; Venezia e Genova furono, invece, col Papa e coi baroni, i quali erano aiutati dai Colonna: gli Orsini, armati nella Campagna, vennero fin sotto le mura stesse di Roma. La confusione giunse al colmo; il Papa, disperato d'aiuto, armò anche i condannati per delitti comuni; i cardinali erano divisi, il popolo impaurito, e solo il cardinale Giuliano della Rovere passeggiava sulle mura, pronto alla difesa. Da un momento all'altro s'aspettava l'assalto del Duca di Calabria. Se non che, l'invito fatto dal Papa a Renato II di Lorena fece concludere la pace, obbligandosi Ferrante ad un annuo tributo, ed a dare amnistia ai baroni, che invece poi furono uccisi.
L'anarchia s'era, fra tanta confusione, di nuovo scatenata in Roma, nè si vedeva modo di contenerla: ogni mattina si trovavano cadaveri per le vie. Chi pagava, otteneva un salvocondotto; chi non pagava, era impiccato a Tor di Nona. Ogni delitto aveva la sua tariffa, e le somme maggiori di 150 ducati andavano a Franceschetto Cibo figlio del Papa, le minori alla Camera. Il parricidio, lo stupro, tutto poteva essere assoluto per danaro. Il Vice-Camerlengo diceva ridendo: Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che viva e paghi. Le case dei cardinali erano piene di armi, di bravi e di malfattori, cui davano asilo. Nè era molto diverso lo stato delle cose in provincia. A Forlì fu assassinato Girolamo Riario (1488), dicevasi, perchè il Papa voleva dare quello Stato a Franceschetto Cibo; a Faenza Galeotto Manfredi fu ucciso dalla moglie. Il pugnale ed il veleno lavoravano per tutto; le più diaboliche passioni s'erano scatenate in Italia, e Roma era la fucina principale dei delitti.
Intanto Innocenzo VIII si divertiva colle feste. Egli fu il primo dei Papi che riconoscesse apertamente i proprî figli, e ne celebrasse le nozze. Franceschetto sposò Maddalena di Lorenzo de' Medici (1487), ed il fratello di lei, Giovanni, fu in compenso fatto cardinale all'età di 14 anni. In mezzo a queste ed altre splendide feste di famiglia, arrivava un singolare personaggio, il quale veniva a compiere lo strano spettacolo che offeriva Roma in quel tempo. Djem o, come lo chiamavano gl'Italiani, Gemme, era stato vinto e messo in fuga quando contrastava al fratello Bajazet la successione al trono di Maometto II. Capitato a Rodi, i cavalieri di quell'Ordine lo avevano fatto prigioniero, ricevendo da Bajazet 35,000 ducati l'anno, a condizione che non lo lasciassero fuggire. Più tardi Innocenzo riuscì ad avere per sè la ricca preda, ottenendo 40,000 ducati annui da Bajazet, il quale prometteva una somma assai maggiore, quando gli fosse stato mandato il cadavere del fratello, cosa che però al Papa non metteva conto. E così il 13 marzo 1489 Gemme, vestito del suo abito nazionale, immobile sul suo cavallo, impassibile nella sua severa malinconia orientale, entrava solennemente in Roma, ed alloggiava nel Vaticano, dove s'occupava di musica e di poesia. La presa di Granata, ultimo asilo dei Mori nella Spagna, l'arrivo di sacre reliquie dall'Oriente, tutto dava luogo a feste, a processioni, a baccanali romani. Memorabile fu anche l'arrivo del giovane cardinale Giovanni dei Medici, che aveva allora soli diciassette anni. A lui il padre Lorenzo, fra molti savî consigli, scriveva: si ricordasse che entrava nella sentina di ogni male. E così era veramente. I figli ed i nipoti del Papa facevano tutti parlare della loro vita scandalosa. Franceschetto Cibo in una sola notte perdeva 14,000 fiorini, giocando col cardinal Riario, che accusò al Papa come giocatore falso; ma i danari erano già pagati. La Città Eterna era divenuta un gran mercato d'ufficî, che spesso venivano creati a bella posta per essere venduti; nè solo ufficî, ma si vendevano ancora bolle false, indulgenze ai peccatori, impunità agli assassini. L'Infessura afferma che un padre fu con 800 ducati assoluto dell'uccisione di due figlie. Ogni sera si gettavano nel Tevere i cadaveri trovati nelle vie.
In mezzo a queste orgie infernali, il Papa di tanto in tanto cadeva in un sopore che lo faceva creder morto; ed allora i cardinali, i parenti correvano ad assicurarsi di Gemme, dei tesori, e la città era in tumulto. Il Papa si risvegliava, e di nuovo cominciavano le feste, continuavano gli assassinî. Finalmente un altro accesso del male non dava più nessuna speranza. I parenti circondavano ansiosi il letto del moribondo, che pigliava solo latte di donna: si disse ancora che fu tentata la trasfusione del sangue, nel quale esperimento sarebbero morti tre bambini. Ma tutto fu vano, chè il 25 luglio 1492, l'anno stesso in cui chiudeva gli occhi Lorenzo de' Medici, Innocenzo VIII cessava di vivere in età di sessanta anni. Quando era morto Sisto IV, l'Infessura benediceva il giorno in cui Iddio aveva liberato il mondo da un tal mostro; e fu eletto invece un Papa peggiore. Nessuno supponeva ora che fosse possibile peggiorare ancora; eppure venne eletto Alessandro VI, che seppe, colle sue scelleratezze, far dimenticare tutte quelle dei suoi predecessori. Noi ne parleremo quando dovremo narrare la catastrofe che, sotto il suo pontificato e in parte per opera sua, colpì tutta l'Italia.[35]
5. — NAPOLI.
Il regno di Napoli somiglia ad un mare sempre in burrasca, che però, nella immutabile uniformità de' suoi movimenti, ci presenta una continua monotonia. Glorioso senza dubbio era stato il periodo degli Hohenstaufen; ma esso si chiuse colla nobile morte di Manfredi, e colla tragica fine di Corradino (29 ottobre 1268), dramma il cui lugubre eco riempie tutto il Medio Evo. Il trionfo degli Angioini, chiamati dai Papi, stati sempre acerrimi nemici del grande Federigo II e de' suoi successori, fu il principio d'infinite calamità. La mala signoria di Carlo I d'Angiò fece ben presto ribellare i popoli; onde per domarli fu giuocoforza appoggiarsi ai baroni, che divennero potentissimi, si divisero in fazioni, lacerarono quel misero paese, e divennero spesso un'arme potentissima in mano dei Papi, i quali vi chiamarono sempre nuovi pretendenti, ogni volta che videro un principe farsi colà troppo potente. Con questi mezzi cercarono acquistar terre ai loro nipoti, e mantenere la loro supremazia nel Reame, che di continuo desolarono, gettandolo nell'anarchia con danno infinito di tutta Italia. Pagarono nondimeno il fio di questa iniqua politica, perchè i nobili romani, avendo esteso i loro dominî anche colà, divennero sudditi dei due sovrani, e furono così una leva adoperata vicendevolmente dall'uno a danno dell'altro, con inevitabile rovina d'ambedue. Intanto il Napoletano fu sottoposto ad un vero e lungo processo di dissoluzione. Ogni giorno sorgevano nuovi pretendenti, il popolo era sempre oppresso, i baroni sempre in rivolta, nessuna istituzione poteva acquistare stabilità e fermezza, nessun carattere riesciva lungamente a dominare e guidare gli altri. Sotto Giovanna I, che ebbe quattro mariti e morì soffocata con un piumaccio, il Reame era già caduto nell'anarchia, e la corte era un ridotto di avventurieri dissoluti. Più tardi re Ladislao pareva che dovesse iniziare un'èra novella: domati i baroni, vinti i nemici interni, poneva guarnigione in Roma stessa, e s'avanzava alla testa di un forte esercito, facendo credere di volere ed anche di sapere divenire re d'Italia, quando improvvisamente morì a Perugia di veleno, secondo che generalmente fu detto e creduto (1414). Con Giovanna II, sorella di Ladislao, si fu di nuovo tra le oscenità e l'anarchia. Vedova, vecchia, dissoluta, innamorata del suo scalco, fece cadere lo Stato in preda dei nobili, dei capitani di ventura e dei più bassi cortigiani. Martino V, che l'aveva fatta incoronare nel 1419, chiamò l'anno seguente Luigi III di Angiò a combatterla qual nuovo pretendente; ed essa invitò di Spagna Alfonso d'Aragona, che proclamò suo successore, per poi nominare invece Renato di Lorena, il quale ebbe l'aiuto di Eugenio IV e del duca di Milano. Ne seguì una guerra lunga e rovinosa, che finì solo quando Alfonso d'Aragona, vittorioso in molte battaglie, entrò nella capitale pei condotti d'acqua di Porta Capuana, il 2 giugno 1442, e fu finalmente signore del Reame con grandi fatiche e guerre conquistato. Così venne fondata la dinastia aragonese.
In che misere condizioni si trovasse quello Stato, e quanto universalmente fosse allora desiderata la pace, non occorre dirlo. Il trionfo d'Alfonso fu salutato come il principio d'un'èra novella. Egli aveva lasciato la Spagna per venire a fare tra noi una guerra avventurosa, con la quale, sostenendo fatiche e pericoli d'ogni sorta, aveva conquistato un vasto regno combattendo e vincendo i primi capitani del secolo, un numero assai grande di nemici. Straniero all'Italia, comandava ora provincie da lungo tempo lacerate e dominate da stranieri; mutò assai rapidamente il suo carattere nazionale, per divenire in tutto simile ai nostri principi, con uno spirito militare e cavalleresco, però, che essi avevano di rado. Passeggiava disarmato e senza guardie in mezzo al suo popolo, dicendo che un padre non deve temere de' suoi figli. La sua corte era piena di eruditi, e mille aneddoti si raccontavano a provare la sua straordinaria ammirazione per gli antichi.
Passando coll'esercito accanto alle città, in cui qualche scrittore latino era nato, si fermava come dinanzi ad un santuario; viaggiava sempre con un esemplare di Livio o di Cesare. Il suo panegirista Panormita pretendeva di averlo guarito da una malattia, leggendogli alcune pagine di Quinto Curzio; e si diceva che Cosimo de' Medici aveva concluso con lui la pace, inviandogli un codice di Livio. Uomo di guerra e d'animo spregiudicato, spesso in lotta coi Papi, accoglieva tutti quei dotti che altrove erano perseguitati. Così fu del Valla, quando dovè fuggire da Roma per l'opuscolo contro la donazione di Costantino ed il potere temporale dei Papi; così del Panormita, quando il suo Ermafrodito, tanto lodato per la facile eleganza del verseggiare, scandalizzò per la oscenità che allora non erano anche divenute familiari tra gli eruditi, e fu anatemizzato dai pergami. Questi ed altri molti letterati venivano amichevolmente accolti, e splendidamente remunerati con stipendî, anche con case e con ville. Portato a cielo dai dotti, Alfonso ebbe il nome di Magnanimo per la sua generosità e pel suo spirito cavalleresco. Ma come uomo politico, come fondatore d'una dinastia e riordinatore d'un regno, non gli si può dare gran merito. Dopo avere desolate colla guerra le infelici provincie del Mezzogiorno, le dissanguò colle imposte, per pagare i soldati e premiare i nobili suoi fautori, sui quali accumulò immensi favori, rendendoli sempre più prepotenti. Dato ai piaceri della vita, non seppe, in sedici anni di un regno non contrastato, fondare nulla di stabile; nulla che sollevasse il popolo dalla estrema miseria in cui l'aveva colla guerra trascinato; nulla che, consolidando lo Stato, assicurasse la dinastia. Morto in età di 63 anni compiuti (1458), lasciò i suoi dominii ereditarî nella Spagna, con la Sicilia e la Sardegna, al fratello; il regno di Napoli, frutto della conquista, al figlio naturale Ferdinando, la cui origine materna era avvolta nel mistero.