Erede d'un vasto regno conquistato e pacificato dal padre, poteva Ferdinando o Ferrante, come lo chiamavano, sperare di possederlo tranquillamente; ma dovè invece riconquistarlo colle armi, perchè il disordine latente portò subito i suoi frutti. La prima scintilla fu accesa da papa Calisto, il quale doveva tutto ad Alfonso, ed aveva legittimato Ferrante. Invece ora dichiarava estinta la discendenza aragonese, ed il Reame devoluto alla Chiesa come feudo. I baroni angioini furono in armi; Renato di Lorena sbarcò tra le foci del Volturno e del Garigliano; la rivoluzione scoppiò in Calabria ed altrove. Pure, combattendo continuamente, Ferrante riuscì nel 1464 a sottomettere di nuovo tutto il Regno; ed allora non pensò a riordinarlo, ma solo a fare le sue vendette. Egli preferiva spegnere i proprî nemici a tradimento. Con una crudeltà ributtante davvero li abbracciava, li carezzava e li cibava lautamente prima di mandarli a morte. Uomo di singolare ingegno, di grande penetrazione politica e di coraggio, ma pieno di vizî e di contradizioni, mantenne nel Regno un'amministrazione rovinosa, facendo anche commercio per proprio conto. Raccoglieva derrate, ed obbligava i sudditi a non vender le loro, se prima egli non aveva venduto le sue al prezzo che voleva. Tutto era fondato sopra un sistema artificioso, falso, che finiva col distruggere le forze dello Stato, sebbene il re avesse scelto a ministri uomini abilissimi. Fra questi sono noti il segretario Antonello Petrucci ed il Pontano, che era non solamente uno dei più grandi eruditi del secolo, ma anche un accortissimo diplomatico. Egli fu il principale ministro di Ferrante, conduceva le relazioni cogli Stati italiani, scriveva i dispacci diplomatici, concludeva i trattati. Francesco Coppola conte di Sarno, ricchissimo e potente, dirigeva l'amministrazione e le operazioni commerciali per trovare danari, senza alcun rispetto umano o divino. Ma questi abili ministri non erano che strumenti della falsa politica d'un tiranno accorto e d'ingegno, il quale trattava il popolo e lo Stato come una tenuta, da cui voleva, durante la sua vita, cavare più danaro che poteva, lasciando ai posteri la cura del poi. A ciò s'aggiungeva che il Duca di Calabria, Alfonso, più crudele, superbo e tiranno del padre, senza averne l'ingegno nè il coraggio, disgustava chiunque lo avvicinava. Quando i Turchi, che avevano occupato Otranto, si ritirarono per la morte di Maometto II, parve al volgo che fuggissero dinanzi alle armi d'Alfonso, e ciò lo rese più superbo ed insopportabile che mai, in modo che lo stesso Antonello Petrucci ed il conte di Sarno, disgustatissimi del presente, e temendo più ancora dell'avvenire, pel carattere di colui che sarebbe successo al trono, si gettarono a capo degli scontenti, decisi a tentare la rivolta. Papa Innocenzo soffiò nel fuoco, e ne venne la congiura dei baroni, la quale mise in fiamme il Reame, e minacciò di portare una guerra generale in Italia (1485). Ma Ferrante seppe, colla sua astuzia e col suo coraggio, sedare anche questa tempesta; concluse la pace e fece poi le sue vendette.

Questa politica era tale da poter riuscire solamente finchè si trattava di domare un regno esausto e disordinato, esaurendolo ancora di più. Quando invece fosse sorto un pericolo esterno, essa non poteva più trovarsi in grado di riparare. Ed un tale pericolo allora appunto era vicino, perchè Carlo VIII di Francia s'apparecchiava a quella funesta impresa, che doveva ricominciare le invasioni straniere nella Penisola. Ferrante, già vecchio, se ne avvide subito, ed annunziò le vicine calamità a tutti i principi d'Italia, pregandoli d'unirsi a difesa comune. Le lettere che scrisse allora hanno un accento di dolore, un'eloquenza passionata che sembra sollevare e nobilitare il suo animo, e dimostrano un acume politico, che par quasi profetico.[36] Egli ora prevedeva e descriveva mirabilmente tutte le sventure che s'apparecchiavano alla patria ed a quei principi che, come lui accecati dalla propria furberia, avevano reso inevitabile la comune sciagura. Ma era troppo tardi. L'Italia non poteva più salvarsi dall'abisso in cui cominciava a rovinare; Ferrante doveva morire colla coscienza torturata dinanzi alla caduta del suo regno e della sua dinastia, già visibile quando egli chiudeva gli occhi (25 gennaio 1494).

Tutto il lungo dramma che abbiamo esaminato, è un apparecchio alla generale catastrofe che s'avvicina. E se dai più grossi Stati, in cui è divisa la Penisola, ci volgessimo ai minori, troveremmo a Ferrara, Faenza, Rimini, Urbino, dappertutto la stessa serie di delitti, la stessa corruzione. I piccoli principi, anzi, essendo più deboli e fra maggiori pericoli, commettevano spesso più numerose e crudeli violenze, per salvare il minacciato potere. Non tralasciavano però neppur essi di promuovere la cultura delle lettere, delle arti, d'ogni più squisita gentilezza del vivere civile, rendendo sempre più evidente quel singolare contrasto, che è uno dei caratteri propri del Rinascimento italiano, e forma per noi una delle difficoltà principali a ben comprenderlo.

Non pochi scrittori italiani, animati da un patriottismo che non è sempre guida sicura nel giudicare i fatti della storia, vollero dimostrare che la condizione politica e sociale dell'Italia nel secolo XV era simile a quella di tutta l'Europa, e non ha perciò nulla che possa maravigliarci. Luigi XI, si disse, fu un mostro crudele, autore dei più fraudolenti intrighi; i veneficî di Riccardo III non sono ignoti; Ferdinando il Cattolico si vantava di avere più di dieci volte ingannato Luigi XII; il gran capitano Consalvo era un famoso spergiuro, ecc.[37] Pur troppo i grandi Stati s'andavano formando in Europa, distruggendo coll'inganno e con la violenza i governi e le istituzioni locali. In tali condizioni di guerra i più neri delitti, le più atroci vendette avevano luogo dappertutto; e se nella barbarie del Medio Evo ci sembrano fatti quasi naturali, in mezzo alla cultura rinascente per ogni dove, ci appaiono enormi ed inescusabili. Ma più inescusabili assai appaiono in Italia, dove tanto maggiore era la cultura, e quindi più visibile la contradizione che ci presenta questa mescolanza di civiltà e di barbarie, riunite in un medesimo secolo. Nè si deve dimenticare che i principi come Luigi XI e Ferdinando il Cattolico compierono pure, nonostante i loro delitti, un'opera nazionale, facendo della Francia e della Spagna due grandi e potenti Stati, quando i nostri mille tiranni mantennero sempre divisa la patria coll'unico scopo personale di restare sui loro deboli troni. E se la iniqua politica del secolo XV riuscì triste da per tutto, essa venne pure iniziata in Italia, che ne fu maestra alle altre nazioni; e fra di noi il numero di coloro che vi presero parte fu anche infinitamente maggiore che altrove. Ad ogni piè sospinto s'incontravano tiranni, capi di parte, cospiratori, politici, diplomatici; ogni Italiano pareva anzi un politico ed un diplomatico nato. Così la corruzione ebbe modo di diffondersi assai più che altrove, penetrando largamente dal governo nella società. E questa politica italiana, che mise in moto tante e così prodigiose forze intellettuali, e produsse una sì grande varietà di caratteri, finì poi col fabbricar solamente sull'arena.

Certo, discendendo assai basso negli ordini sociali, si trovano sempre saldi i vincoli della famiglia, ancora intatti i costumi antichi, un'assai migliore atmosfera morale. E quando usciamo da quelle regioni in cui, come a Napoli, a Roma, nelle Romagne, una serie continua di rivoluzioni aveva disordinato e sovvertito ogni cosa, noi troviamo in Toscana, nel Veneto, altrove, un popolo più civile, più mite, più culto assai che nel resto d'Europa, ed un assai minor numero di delitti comuni. Di questo gli storici, specialmente gli stranieri, non tennero conto; e giudicando tutta la nazione dagli ordini superiori della società, che erano i più corrotti, furono indotti in errore nel giudicare le condizioni morali dell'Italia, la quale sarebbe caduta assai più basso e non avrebbe potuto sopravvivere a sè stessa, se fosse stata veramente quale essi la descrissero. Ma non si può negare che nella Francia, nella Spagna, nella Germania, appunto perchè la vita politica era serbata a pochi, la corruzione che ne seguiva era assai meno diffusa; e vi erano pur sempre istituzioni e tradizioni ancora salde, opinioni non soggette a discussione, autorità rispettate. Questo creava naturalmente una forza ed una moralità pubblica, che mancava fra noi, dove tutto era sottomesso alla più minuta analisi dall'irrequieto spirito italiano, che cercava gli elementi d'un mondo nuovo, distruggendo quello in cui si trovava. Gli ambasciatori veneti e fiorentini, quando vanno alla corte di Carlo VIII o di Luigi XII, sembrano ridere di tutto. Trovano il principe senza ingegno, i diplomatici rozzi, l'amministrazione confusa, le faccende abbandonate al caso; ma sono maravigliati ancora nel vedere l'autorità immensa che gode il re: quando egli si muove, essi dicono, tutti lo seguono e l'obbediscono. E questo formava la grande forza del paese. Il Guicciardini, nei suoi dispacci dalla Spagna, dimostrava chiaro di odiare e disprezzare quella nazione; pure non si poteva astenere dal notare che gl'interessi personali di Ferdinando il Cattolico, trovandosi d'accordo con l'interesse generale del paese, la politica di quel re traeva da ciò una forza ed un valore grandissimi. I costumi della Germania e della Svizzera sembravano al Machiavelli simili a quelli degli antichi Romani, ch'egli tanto ammirava. Se il disordine e la corruzione morale delle altre nazioni fossero stati in tutto identici a quelli in cui si trovava l'Italia, come si spiegherebbero questi giudizî d'uomini pure assai competenti? Come si spiegherebbe che l'Italia decadeva già prima d'essere invasa dagli stranieri, quando le altre nazioni sorgevano a nuova vita? Ma bisogna, come abbiamo già detto, guardarsi dall'esagerare, perchè altrimenti resterebbe inesplicabile ancora la grande vitalità che pur ebbe la nazione italiana, e più di tutto il suo meraviglioso progresso nelle arti e nelle lettere. Di questo passiamo ora a dare un cenno.

III. LETTERATURA

1. — IL PETRARCA E L'ERUDIZIONE.[38]

Fra Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-74) non passa una gran distanza di tempo; ma chi studia la vita e gli scritti loro crederebbe quasi che essi appartengano a due secoli diversi. Dante apre colle sue opere immortali un'èra novella; resta però sempre con un piede nel Medio Evo. Egli si è fatta «parte per sè stesso,» ed ha un supremo disdegno per la compagnia «malvagia e scempia» che lo circonda;[39] ma è anche un partigiano fierissimo, che lotta tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini; impugna la spada a Campaldino. L'Impero che vagheggia ed invoca è sempre l'Impero medievale, che egli difende con ragioni prese parte dalla scolastica, che penetra anche nel suo divino poema, in parte però ispirate ad un senso quasi profetico dell'avvenire. La sua anima è piena di fede religiosa e d'energia morale; la sua immagine ci apparisce come scolpita dalla mano di Michelangelo, in mezzo al tumulto delle passioni del secolo contro cui combatte, ma dal quale non è ancora uscito del tutto.

Il Petrarca invece fa parte d'un altro mondo, e quando si pensa che con lui s'inizia un periodo affatto nuovo dello spirito e della cultura nazionale, riesce assai difficile comprendere, come mai in sì breve periodo di tempo, l'Italia abbia potuto tanto e così rapidamente mutare. D'un carattere più debole, d'un genio poetico meno originale, e, sebbene vesta l'abito ecclesiastico e goda parecchi benefizî, d'una fede religiosa assai più fiacca, egli non è nè guelfo, nè ghibellino; disprezza la scolastica; sente che la letteratura diviene una nuova potenza nel mondo, che egli deve tutta la sua forza al proprio ingegno e valore letterario; ha quasi dimenticato il Medio Evo, e si presenta a noi come il primo uomo moderno. Singolare è però il vedere come tutto questo s'unisca in lui ad un amore, quasi ad un fanatismo per gli scrittori latini, che studiò ed imitò in tutta la sua vita, non sapendo immaginare nè desiderare nulla di meglio, che far rinascere la loro cultura, le loro idee. Spiegare come in questo sforzo costante e continuo per tornare all'antico, si scoprisse invece un mondo nuovo, è, noi lo abbiamo già notato, il problema che deve risolvere lo storico della erudizione del secolo XV. Questo singolare fenomeno assai più chiaramente che in altri si può osservare nel Petrarca, perchè in lui trovasi come in germe tutto il secolo che segue, e i molti eruditi che gli succedono sembrano non fare altro che prendere, ciascuno per sè, una parte sola del molteplice lavoro che egli abbracciò nel suo insieme, se facciamo eccezione dello studio del greco, che egli potè solo promuovere co' suoi consigli.

Fin dai primi anni il Petrarca abbandonò la legge e la scolastica per Cicerone e Virgilio; percorse il mondo; scrisse agli amici per avere antichi codici, di cui formò una preziosa raccolta. Ne copiò di sua mano; cercò autori sconosciuti o dimenticati, sopra tutto opere di Cicerone, che era il suo idolo, e di lui scoprì due orazioni a Liegi, le lettere familiari a Verona.[40] Questo fu un vero avvenimento letterario, perchè la facile ed alquanto pomposa eloquenza di Cicerone divenne il modello costante del Petrarca e degli eruditi, come le sue epistole furono il componimento letterario più diffuso, più ammirato, imitato tra loro, che ne scrissero un gran numero. Quelle del Petrarca incominciano la lunga serie, formano la sua migliore biografia, sono un monumento di grandissima importanza storica e letteraria. Ne scrisse agli amici, ai principi, ai posteri, ai grandi scrittori dell'antichità. In esse v'è luogo per ogni affetto, per ogni pensiero, e l'autore si esercita, sotto la fida scorta di Cicerone, in ogni stile letterario. Da un lato v'entrano la storia, l'archeologia, la filosofia, e formano così come un manuale enciclopedico, adattatissimo a raccogliere e diffondere una cultura nuova, che, incominciata appena, non è capace ancora d'una più scientifica trattazione. Da un altro lato l'autore può manifestare in esse tutto il proprio spirito, dare libero corso ai suoi affetti, descrivere popoli e principi, caratteri e paesi diversi. L'erudito e l'osservatore del mondo reale si trovano in esse uniti; anzi noi vediamo come il secondo nasca del primo, e come l'antichità, conducendo per mano l'uomo del Medio Evo, lo guidi dal misticismo alla realtà, dalla Città di Dio a quella degli uomini, e gli faccia acquistare la indipendenza del proprio spirito.