Se guardiamo alla forma di queste epistole del Petrarca, troviamo che il suo latino non manca d'ineleganze, nè di errori; nessuno oserebbe metterlo accanto a quello dei classici; è inferiore anche a quello che usarono più tardi il Poliziano, il Fracastoro, il Sannazzaro. Bisogna paragonarlo con quello del Medio Evo, per vedere l'immenso cammino che ha fatto, e come esso superi di gran lunga anche il latino di Dante. Ma il merito principale del Petrarca non sta tanto in questa nuova eleganza classica, quanto nell'essere egli il primo che scriva di tutto liberamente, come un uomo che parli una lingua vivente. Egli ha gettato dietro di sè le grucce della scolastica, e dimostra come si possa camminare speditamente, senza appoggiarsi. Inorgoglito di ciò, fa qualche volta abuso della sua facilità, e cade in artifizî nei quali sembra voler dar prova di agilità e di forza, o s'abbandona, osserva giustamente il Voigt, al bisogno di chiacchierare, come un fanciullo, il quale, avendo scoperto che può colla voce esprimere i suoi pensieri, parla anche quando non ha nulla da dire. Qualche volta si vede in lui apparire anche un primo germe di ciò che fu chiamato il Secentismo del Quattrocento. Il Petrarca, in sostanza, ha spezzato la rete medievale, in cui trovavasi allora incatenata l'intelligenza, ed ha col suo nuovo stile trovato il modo di parlar d'ogni cosa, manifestando chiaramente, spontaneamente tutto sè stesso.
Nel leggere le sue epistole, assai spesso ci reca maraviglia il vedere quanto era ardente in lui un amore quasi pagano della gloria. Pare qualche volta che esso sia il movente principale delle sue azioni, lo scopo della vita, e che si sostituisca al vero ideale cristiano. Dante s'era già fatto insegnare da Brunetto Latini come l'uom s'eterni; ma se nell'Inferno del suo poema i dannati si curano molto della loro fama nel mondo, ciò segue assai meno nel Purgatorio, dove Oderisi da Gubbio è condannato «per lo gran desio dell'eccellenza,» e scomparisce affatto nel Paradiso, in cui la terra è quasi dimenticata. Il Medio Evo cercava l'eternità in un altro mondo, il Rinascimento la cercava in questo, ed il Petrarca era già entrato nel nuovo ordine d'idee. La gloria, secondo lui, ispira l'eloquenza, le imprese magnanime, la virtù; ed egli non si stanca mai di cercarla, non ne è mai sazio, sebbene nessun uomo ne ottenesse in vita quanta ne ebbe lui. I Signori della repubblica fiorentina gli scrivevano «ossequenti e riverenti,» come ad un uomo, di cui «nè i passati videro, nè i posteri vedranno mai l'uguale.»[41] Papi, cardinali, principi e re si tenevano onorati d'accoglierlo in casa.[42] Un vecchio cieco, cadente, viaggiò tutta l'Italia, appoggiato a suo figlio e ad un suo discepolo, per abbracciare le ginocchia dell'uomo immortale, baciare la fronte che aveva pensato cose tanto sublimi; ed il Petrarca ci racconta tutto ciò con soddisfazione.[43] Il giorno che ricevette la corona poetica in Campidoglio (8 aprile 1341) fu il più solenne, il più felice della sua vita: non per me, egli dice, ma per eccitare altri alla virtù. Questo sentimento diviene qualche volta come il demone del Rinascimento. Cola di Rienzo, Stefano Porcari, Girolamo Olgiati e tanti altri furono mossi, meno da un vero amore della libertà, che dal desiderio d'emulare Bruto. Vicini al patibolo, non era più la fede in un altro mondo, ma solo la speranza della gloria in questo, ciò che dava loro animo ad affrontare la morte. Ed il Machiavelli esprime il pensiero del suo secolo, quando dice che gli uomini se non possono aver la gloria con opere lodevoli, la cercano con opere vituperevoli, pur che sopravviva la propria fama.[44] Quanto è diverso questo stato d'animo da quello del Medio Evo, e con quale straordinaria rapidità questo mutamento è avvenuto!
Tutto spinge il Petrarca, che trascina con sè i contemporanei ed i posteri, verso il mondo reale; egli ha un grandissimo bisogno di viaggiare, per vedere e descrivere: multa videndi amor ac studium.[45] Corre a Parigi, per riscontrare se son vere le maraviglie che si raccontano di quella città; a Napoli si pone a visitare minutamente gl'incantevoli dintorni della città con l'Eneide in mano, per guida; cerca i laghi d'Averno, d'Acheronte, di Lucrino, la grotta della Sibilla, Baia, Pozzuoli, e descrive tutto minutamente, rapito ad un tempo dalla bellezza della natura e dalle classiche memorie.[46] Virgilio era stato la guida di Dante nei tre regni dell'altro mondo, Virgilio è in questo la guida del Petrarca allo studio della natura. Una spaventosa tempesta scoppia di notte nel golfo di Napoli, ed egli salta dal letto; percorre la città; va alla marina; guarda i naufraghi; osserva il mare, il cielo, tutti i fenomeni: entra nelle chiese dove si prega, e scrive poi una lettera divenuta celebre.[47] Tutto ciò non ha più alcuna novità per noi, che siamo nati nel realismo moderno; ma bisogna ricordarsi che il Petrarca era primo ad abbandonare il misticismo del Medio Evo. Il singolare è che, per uscirne, si avvolgeva nella toga romana. Dante, è ben vero, ha qualche volta con tocchi maravigliosi descritto la natura; ma sono paragoni o sono accessorî che servono a mettere in rilievo le sue idee, i suoi personaggi; nel Petrarca, per la prima volta, la natura acquista un proprio valore, come nei quadri dei Quattrocentisti. Nelle sue descrizioni di caratteri v'è un realismo che ricorda i ritratti che fecero più tardi Masaccio, il Lippi e Mino da Fiesole; anch'egli disegna e colorisce il vero qual'è, solo perchè vero, senza altro scopo. Sente d'una certa Maria di Pozzuoli, donna di straordinaria forza, che vive sempre nelle armi, combattendo una guerra ereditaria, e fa una gita per vederla, parlarle e descriverla.[48] Vivissima è la descrizione dell'osceno disordine in cui era caduta la corte di Giovanna I, e del dominio che vi esercitava il francescano Roberto d'Ungheria. «Piccolo, calvo, rubicondo, colle gambe gonfie, marcio pei vizî, curvo sul suo bastone per ipocrisia e non per vecchiezza, avvolto in un lurido saio, che lascia scoperta metà della persona, per far pompa d'una mentita povertà, percorre silenzioso la reggia in aria di comando, sprezzando tutti, calpestando la giustizia, contaminando ogni cosa. Quasi nuovo Tifi o Palinuro, egli regge in mezzo alla tempesta il timone di questa nave che dovrà presto affondare.»[49] Altrove ci viene dinanzi, con una singolare evidenza, il fiero aspetto di Stefano Colonna, dicendo che, «sebbene la vecchiezza abbia raffreddato l'animo nel suo feroce petto, pure, cercando la pace, egli trova sempre la guerra, perchè deciso piuttosto a scendere nella tomba combattendo, che piegare l'indomito suo capo.»[50] Questi profili evidenti e parlanti, si presentano fra continue citazioni classiche; son come esseri viventi in mezzo a rottami dell'antichità, ed acquistano pel contrasto maggiore evidenza; ci fanno vedere, toccare con mano, come un nuovo mondo vada sorgendo insieme al rinascimento dell'antichità.
Se poi nel Petrarca cerchiamo non il letterato, ma l'uomo, allora troviamo che, per quanto egli fosse buono ed ammiratore sincero della virtù, v'era già in lui quella fiacca mutabilità di carattere, quella eccitabile vanità, quel dare alle parole quasi l'importanza stessa che ai fatti ed alle azioni, che formò più tardi l'indole generale degli eruditi nel secolo XV. Egli è uno di coloro che più hanno esaltato l'amicizia, a tutti prodigando tesori d'affetto nelle sue epistole; ma non sarebbe molto facile trovare nella sua vita esempî d'un'amicizia ideale e profonda come quella, per esempio, che trasparisce dalle parole di Dante per Guido Cavalcanti. Gran parte di quelle effusioni s'esauriva nell'esercizio letterario cui davano luogo. Si potrebbe dire che a ciò contradica la passione costante che il Petrarca ebbe per madonna Laura, la quale gl'ispirò quei versi immortali che egli disprezzò troppo, ma che pur formarono la sua gloria maggiore. Certo nel Canzoniere si trova la più vera, la più fine analisi del cuore umano; una lingua in cui i pensieri traspariscono come in purissimo cristallo, libera da ogni forma antiquata, più moderna della lingua stessa di molti scrittori del Cinquecento. Certo non può dubitarsi d'una passione vera e sincera; ma questo canonico che annunzia il suo amore ai quattro venti, che per ogni sospiro pubblica un sonetto, che fa sapere a tutti come egli sia disperato se la sua Laura non lo guarda, e intanto fa all'amore con un'altra donna, per la quale non scrive sonetti, ma da cui ha figli, a chi farà credere che la sua passione sia nel fatto qual'egli la descrive, eterna, purissima e sola dominatrice del suo pensiero?[51] Ed anche qui sorge dinanzi a noi, e risplende di nuovo la nobile immagine di Dante, che si nascondeva, per tema che altri s'accorgesse del suo amore, e scriveva solo quando la passione, divenuta più forte di lui, erompeva dal suo petto, sotto forma di poesia immortale. La Beatrice di Dante è ancora avvolta in un velo aereo di misticismo, e finisce col trasfigurarsi nella teologia, allontanandosi da noi; la Laura del Petrarca, invece, è sempre una donna vera e reale, di carne e d'ossa, che vediamo vicino a noi, che affascina col suo sguardo voluttuoso il poeta, il quale, anche nel suo maggiore esaltamento, resta sulla terra. Una terra dalla quale, il divino dovrà fra poco essere inesorabilmente escluso.
Nella condotta politica si vede assai chiara la mutabilità, per non dir peggio, del Petrarca. Amico dei Colonna, ai quali diceva di dover tutto, «la fortuna, il corpo, l'anima;»[52] amato da essi come figlio, accolto come fratello, li colmò sempre delle lodi più esaltate, abbandonandoli poi nel momento del pericolo. Quando infatti Cola di Rienzo cominciò in Roma lo sterminio di quella famiglia, il Petrarca, che era pieno d'una sconfinata ammirazione letteraria pel classico tribuno, lo incoraggiò a continuare nella distruzione dei nobili: «Verso di essi ogni severità è pia, ogni misericordia inumana. Inseguili con le armi in mano, quando anche tu dovessi raggiungerli nell'inferno.»[53] Ma ciò non gli impediva di scrivere, quasi nello stesso tempo, pompose lettere di condoglianza al cardinale Colonna: «Se la casa ha perduto alcune colonne, che monta? Resta sempre con te un saldo fondamento. Giulio Cesare era solo e bastò.»[54] Più tardi i Colonna furono per lui di nuovo Massimi e Metelli;[55] ma non cessò tuttavia di rimproverare al tribuno la sua debolezza, per non essersi disfatto dei nemici quando poteva.[56] È ben vero che si scusava dicendo, che egli non mancava di riconoscenza; sed carior Respublica, carior Roma, carior Italia.[57] Chi gl'impediva però di tacere? E questo repubblicano così ardente ammiratore del terzo Bruto, «che riunisce in sè, e supera la gloria dei due precedenti,»[58] poco dopo invitava l'imperatore Carlo IV a venire in Italia, «la quale invoca il suo sposo, il suo liberatore, e non vede l'ora che l'orma de' tuoi piedi si stampi su di essa.»[59] Non molto prima aveva esaltato anche Roberto di Napoli, dichiarando che la monarchia era l'unico mezzo per salvare l'Italia.[60] È noto poi quanti rimproveri facesse ai Papi, perchè avevano abbandonato Roma, che senza di essi non poteva vivere. Eppure il nostro giudizio viene assai temperato, quando vediamo che egli non s'accorgeva punto di queste contradizioni, perchè in sostanza tutti questi discorsi erano più che altro un esercizio letterario, non già l'espressione d'una vera e profonda passione politica, che volesse manifestarsi in atto. Dato il soggetto, la penna correva rapidissima dietro le traccie di Cicerone, seguendo l'armoniosa cadenza del periodo. Ma, e qui ricomparisce di nuovo la grande originalità del Petrarca, che parli di repubblica, di monarchia o d'impero, non è più fiorentino, ma italiano. L'Italia che egli vagheggia, si confonde, è vero, sempre col concetto dell'antica Roma, che vorrebbe ripristinare; ma in tutto questo suo sogno erudito, egli è il primo a vedere l'unità dello Stato e della patria. L'Italia di Dante è ancora medievale; quella del Petrarca, quantunque s'avvolga maestosamente nella toga degli Scipioni e dei Gracchi, è finalmente un'Italia unita e moderna. Così qui, come da per tutto, noi vediamo che il nostro autore, anche in ciò vero rappresentante del suo tempo, volendo tornare al passato, s'apre una via nuova all'avvenire. Veste sempre all'antica, alla romana, ma è sempre moderno. Non dobbiamo però mai dimenticare che la sorgente prima della sua ispirazione è letteraria, altrimenti cadremo in continui errori ed in giudizî fallaci.
Il Petrarca assale fieramente la giurisprudenza, la medicina, la filosofia, tutte le scienze del suo tempo, perchè non dànno mai quel che promettono, e tengono invece la mente inceppata tra mille sofismi. I suoi scritti sono spesso rivolti contro la scolastica, l'alchimia, l'astrologia, ed egli è ancora il primo che osi apertamente rivolgersi contro l'illimitata autorità di Aristotele, l'idolo del Medio Evo. Tutto ciò fa un grandissimo onore al buon senso, che lo sollevò al disopra dei pregiudizî del suo secolo. Ma s'ingannerebbe a partito chi volesse per ciò trovare in lui un ardito novatore scientifico. Il Petrarca non combatte in nome d'un principio o d'un metodo nuovo, ma in nome della bella forma e della vera eloquenza, che non ritrova nei cultori di quelle discipline, come non la ritrova nell'Aristotele mal tradotto e raffazzonato del suo tempo. La scolastica ed il suo barbaro linguaggio s'erano immedesimati con tutto lo scibile del Medio Evo, ed era questo barbaro linguaggio che il Petrarca combatteva in tutto lo scibile. Il Rinascimento italiano è una rivoluzione prodotta nello spirito umano e nella cultura dallo studio della bella forma, ispirata dai classici antichi. Questa rivoluzione, con tutti quanti i pericoli che doveva recare il cominciar dalla forma per arrivar poi alla sostanza, si manifesta la prima volta chiara e ben definita nel Petrarca erudito, che perciò fu a ragione chiamato da alcuni, non solo il precursore, ma il profeta del secolo seguente.
2. — GLI ERUDITI IN FIRENZE.[61]
L'opera iniziata dal Petrarca trovò subito in Firenze un grandissimo numero di seguaci, e di qui si diffuse rapidamente in tutta Italia. A Firenze, però, essa era il portato naturale delle condizioni politiche e sociali di quel popolo, in mezzo a cui anche i dotti d'altre provincie venivano ad istruirsi, a perfezionarsi, e v'acquistavano come una seconda cittadinanza. Nelle nostre antiche storie letterarie, che spesso si occupano troppo di aneddoti biografici e di fatti esteriori, si presentano alla rinfusa i nomi di questi eruditi, che sembrano essere tutti uomini sommi, avere la stessa fisonomia ed il medesimo merito, mirare a un identico scopo. Ma a noi importa conoscere solo quelli, cui si può attribuire una vera originalità in mezzo al lavoro febbrile che migliaia di altri, i quali già sono caduti o meritano di cadere in oblio, ripetevano meccanicamente. Il nostro scopo non è di dare un catalogo esatto dei dotti e dei loro scritti, ma di studiare la trasformazione letteraria ed intellettuale, che per opera loro si compiè in Italia.
I primi eruditi che si presentano sono amici, discepoli o copisti del Petrarca. Il Boccaccio fu dei più operosi nel secondarlo, raccolse molti codici, ammirò i classici latini e li imitò, promosse lo studio del greco, che fu dei primi a conoscere. Con tutto ciò l'opera sua, come erudito, manca di una vera originalità. I suoi scritti latini sulla Genealogia degli Dei; sulle Donne illustri; sui Nomi dei Monti, delle Selve, dei Laghi, ecc., sono più che altro, una vasta raccolta di antichi frammenti, senza grande valore filologico o filosofico. Ma lo spirito dell'antichità è penetrato in lui per modo, che si manifesta in tutte le sue opere, anche nelle italiane. La sua prosa volgare, infatti, se ne risente per la soverchia imitazione del periodo ciceroniano, e sembra annunziare anch'essa che il trionfo del latino sarà fra poco universale.
Dopo che due uomini come il Petrarca ed il Boccaccio s'erano messi per questa via, Firenze sembrò subito divenire come una grande officina d'eruditi. Discussioni e riunioni di dotti si facevano dappertutto, nei palazzi, nei conventi, nelle ville,[62] fra i ricchi, fra i mercanti, fra gli uomini di Stato: si scriveva; si viaggiava; si mandavano messi per cercare, comprare o copiare codici antichi. Tutto ciò non costituiva ancora un lavoro originale; ma pure si raccoglievano grandi materiali, e s'apparecchiavano i mezzi necessarî ad una vera rivoluzione nel campo delle lettere. L'importanza di questa attività non stava finora nei risultati immediati che si ottenevano; ma nell'energia e nelle forze che s'adoperavano e svolgevano per ottenerli. La città delle associazioni d'arti e mestieri era divenuta la città delle associazioni di letterati.