La prima di queste riunioni si formò nel convento di Santo Spirito, intorno a Luigi Marsigli o Marsili, agostiniano e dottore in teologia, che visse nella seconda metà del secolo XIV. Stato già amico del Petrarca, egli era uomo di mediocre ingegno; ma univa ad una grande ammirazione per gli antichi, una straordinaria memoria, il che lo rendeva adattissimo al conversare erudito: per lungo tempo i dotti fiorentini ricordarono nelle loro lettere il profitto cavato da quelle discussioni. Il Comento fatto dal Marsigli sulla canzone del Petrarca all'Italia, dimostra che egli non s'era ancora separato affatto dalla letteratura del Trecento.[63] I due più noti frequentatori della sua cella, Coluccio Salutati[64] e Niccolo Niccoli,[65] erano però entrati addirittura nella nuova via.

Il Salutati, nato in Val di Nievole l'anno 1331, fu anch'egli amico ed ammiratore del Petrarca; grande promotore dell'erudizione e grande raccoglitore di codici; autore di orazioni, dissertazioni, trattati latini in gran numero, pei quali venne a titolo d'onore, chiamato da Filippo Villani vera «scimmia di Cicerone.» Ma il suo stile poco semplice e non sempre corretto, la confusa erudizione non lo avrebbero fatto passare alla posterità, se le qualità morali non avessero dato anche alla sua opera letteraria una impronta originale. Di un carattere esemplare, amante della libertà, fu nel 1375 eletto segretario della Repubblica, che servì con fede ed ardore grandissimi sino alla morte. Animato dall'amore della patria e delle lettere, liberò lo stile della cancelleria fiorentina da tutte le forme scolastiche, sforzandosi di renderlo classico, ciceroniano, e fu così il primo che si provasse a scrivere le lettere diplomatiche e di affari come opere d'arte, ottenendo a' suoi tempi un successo grandissimo. Si narra che Galeazzo Maria Visconti dicesse di temere più una lettera del Salutati, che mille cavalieri fiorentini; certo è in ogni modo, che quando la Repubblica fu in guerra col Papa, le lettere scritte dal Salutati, il quale col suo stile magniloquente evocava le antiche memorie di Roma, contribuirono assai a far sollevare in nome della libertà molte terre della Chiesa. L'entusiasmo che destavano allora nell'animo degl'Italiani i nomi, le reminiscenze, le forme classiche era davvero singolare.

Ma l'opera del Salutati ebbe anche per l'avvenire conseguenze notevoli. L'aver messo la letteratura a servigio della politica contribuì molto a dare alla prima una importanza sempre maggiore, e ad affrettare quella radicale trasformazione della seconda, che ben presto doveva manifestarsi in Firenze. Alle convenzioni e formole antiche s'andò sostituendo una forma sempre più vera e precisa, la quale, come aveva forzato i letterati a passare dal misticismo alla realtà, così esercitò la sua azione anche sulla condotta degli uomini di Stato, e li indusse a trattar gli affari pigliando norma dalla natura delle cose, a dominare principi e popoli studiandone le passioni, senza lasciarsi vincolare da pregiudizi o tradizioni. In questo modo s'arrivò finalmente alla scienza politica del Machiavelli e del Guicciardini, che dovette alla erudizione più d'uno de' suoi maggiori pregi e difetti. L'uso ed abuso della eloquenza, della logica e della sottigliezza, per ottenere i proprî fini politici, condotto sino alla furberìa ed all'inganno, incominciò ben presto a divenire generale. Il Salutati restò però sempre d'animo sincero ed aperto.[66]

Sino all'ultimo giorno della sua vita egli continuò a studiare, ed a promuovere nella gioventù l'amore dei classici.[67] Aveva 65 anni, quando la voce corsa che Emanuele Crisolora di Costantinopoli sarebbe venuto in Firenze ad insegnare il greco, lo mise fuori di sè per la gioia, e parve ringiovanirlo. Nel 1406 morì in età di 76 anni, e fu sepolto in Duomo con solenni esequie, dopo che la sua vita venne celebrata in un discorso latino, alla fine del quale sul suo cadavere fu messa la corona poetica. D'allora in poi la Repubblica elesse a suoi segretarî quasi sempre uomini celebrati nelle lettere. La lunga serie, incominciata col Salutati, continuò fino a Marcello Virgilio, al Machiavelli, al Giannotti,[68] e l'esempio venne imitato anche nelle altre città italiane.

Niccolò Niccoli ebbe al suo tempo una gran fama, sebbene non fosse punto uno scrittore, ma un semplice raccoglitore intelligente di codici, i quali spesso copiava e correggeva di sua mano. Le cure che spese e i sacrifizî che fece per gli studî classici furono infiniti. Le sue ricerche di codici s'estesero in Oriente ed in Occidente, per mezzo di lettere e commissioni date a chiunque partiva da Firenze, o risiedeva per affari lungi dalla patria. Parco nel vivere, spese tutta la sua fortuna, caricandosi poi anche di debiti, per acquistar codici. La sua attività, la sua perizia eran tali, che da ogni parte si ricorreva a lui per aver notizia di antichi manoscritti; ed a lui devesi, in gran parte, se Firenze divenne allora il gran centro librario del mondo; se potè avere librai intelligenti come Vespasiano da Bisticci, che fu pure il biografo di tutti gli eruditi del suo tempo. Infaticabile si dimostrò il Niccoli anche nel chiamare a Firenze i dotti più reputati d'Italia, perchè venissero adoperati nello Studio o altrove. Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, il Traversari, il Crisolora, il Guarino, il Filelfo, l'Aurispa furono per opera sua invitati. Essendo però molto irritabile, la sua amicizia si mutava facilmente in avversione, ed allora egli perseguitava coloro che aveva protetti, e le sue persecuzioni, pel favore che godeva appo i Medici, erano molto pericolose. A lui ed a Palla Strozzi devesi la riforma dello Studio fiorentino, in cui promossero l'insegnamento del greco. Era così invasato dall'amore degli studî, che, quasi fosse un missionario religioso, fermava per via i ricchi giovani di Firenze, esortandoli a darsi alla virtù, cioè alle lettere latine e greche. Piero de' Pazzi che viveva solamente, come egli diceva, per «darsi bel tempo,» fu uno appunto dei convertiti alla nuova vita dell'erudito.[69]

La casa del Niccoli era un museo ed una biblioteca classica; egli stesso pareva una enciclopedia bibliografica vivente. Aveva raccolto 800 codici, valutati 6000 fiorini.[70] Nè deve oggi esser molto difficile immaginarsi la straordinaria importanza che aveva per gli studî una buona biblioteca, in un tempo nel quale la stampa non era trovata, ed il prezzo d'un codice superava assai spesso le forze degli studiosi, oltre di che non sempre si sapeva dove cercarlo. In tali condizioni, essendo la biblioteca del Niccoli liberamente aperta ad ognuno, tutti accorrevano da lui a studiare, a riscontrare, a copiare, a chiedere aiuti e consigli non mai negati. Circondato d'oggetti greci o romani anche nella sua parca mensa, «a vederlo così antico,» dice Vespasiano, «era una gentilezza.» Le puerilità del suo carattere, e gli scandali alquanto ridicoli della sua vita privata, a causa d'una serva che lo dominava, furono dimenticati per l'ammirazione che destava in tutti il suo zelo sincero, costante e disinteressato per le lettere. Morendo nel 1437, in età di 73 anni, l'unico pensiero che ebbe fu quello d'assicurare al pubblico l'uso de' suoi libri, che infatti formarono la prima pubblica biblioteca in Europa, mercè le cure de' suoi esecutori testamentarî, e la munificenza di Cosimo de' Medici, che rinunziò al credito che aveva di 500 fiorini, pagò altri debiti del Niccoli, e, ritenendo per sè una parte dei codici, ne pose in San Marco, ad uso del pubblico, quattrocento i quali aumentò poi a sue spese.[71]

Una terza riunione di dotti tenevasi nel convento degli Angioli, dove era Ambrogio Traversari, nato in Portico di Romagna l'anno 1386, e nominato generale dei Camaldolesi nel 1431. Uomo accorto ed ambizioso, amicissimo dei Medici, che insieme col Niccoli, col Marsuppini, col Bruni ed altri non pochi frequentavano la sua cella, aveva un gran tatto per conservare le amicizie anche dei più permalosi, e per tener viva la discussione, ma ben poca originalità letteraria. Fece traduzioni dal greco; scrisse un'opera intitolata Hodaeporicon, in cui si trovano varie notizie letterarie e le descrizioni de' suoi viaggi; ma le Epistolae sono l'opera sua principale, perchè le molte relazioni che ebbe con i dotti del suo tempo, ne fanno un monumento importante per la storia di quel secolo. Tutto questo però non basta a giustificare la gran fama che ebbe allora, la quale si mantenne viva anche più tardi, perchè il Mehus, pubblicandone le Epistolae, cercò, nella prefazione e nella biografia che le precede, di raccogliere intorno a lui la storia letteraria di quel secolo.

Infinito sarebbe il numero delle riunioni di dotti, se volessimo ricordarle tutte; in ogni modo però non è possibile dimenticare la casa dei Medici, ove ognuno di essi trovava accoglienza, protezione, ufficî. Colà si riunivano anche gli artisti e gli stranieri di qualche fama. Quasi tutti i più ricchi Fiorentini erano allora cultori o protettori delle lettere. Roberto dei Rossi, conoscitore del greco, passò la vita celibe nel suo studio, ed insegnò a Cosimo de' Medici, Luca degli Albizzi, Alessandro degli Alessandri, Domenico Buoninsegni. Il Nestore poi di questi aristocratici eruditi era Palla Strozzi, colui che col Niccoli riformò lo Studio fiorentino; che pagò di suo buona parte della somma necessaria per farvi venire ad insegnar greco il Crisolora, e spese moltissimo per avere codici antichi da Costantinopoli. Esiliato, senza giuste ragioni, si può dire anche iniquamente, da Cosimo dei Medici, all'età di 62 anni, si fece animo a sopportare questa sventura, e la perdita che ebbe poi della moglie e di tutti i figli, studiando a Padova sugli antichi autori fino all'età di 92 anni, quando scese nella tomba.[72]

E finalmente bisogna ricordar lo Studio fiorentino. In generale le Università italiane erano state sedi della cultura medievale e scolastica; l'erudizione era cominciata fuori di esse, spesso anche contro di esse. Ma a Firenze può dirsi invece che lo Studio fiorì e decadde con la erudizione. Fondato nel dicembre del 1321, languì, ora chiuso ed ora riaperto, fino al 1397, quando il Crisolora, coll'insegnamento del greco, iniziò da Firenze l'ellenismo in Italia. Più tardi decadde di nuovo, ma fu poi nel 1414 riformato per opera del Niccoli e dello Strozzi, i quali, valendosi d'un'antica legge, secondo cui gl'insegnanti non dovevano essere Fiorentini, vi chiamarono i più celebri uomini d'Italia e di Grecia, il che valse sempre più ad unire la cultura latina con la greca, e l'erudizione fiorentina con l'italiana. Nel 1473 lo Studio venne da Lorenzo de' Medici trasferito a Pisa, dove fu riaperta la celebre Università; ma a Firenze restarono alcune cattedre di lettere e di filosofia, occupate sempre da uomini celebri.[73]

Questo gran moto di studî, che abbiamo finora esaminato, non aveva prodotto, dopo del Petrarca e del Boccaccio, nessun uomo di grande ingegno. Tutto era stato un raccogliere, copiare, correggere codici; si erano apparecchiati i materiali per un nuovo progresso letterario, che però non era cominciato. Lo scrivere italiano era decaduto, ed il latino non aveva acquistato ancora qualità originali: abbiamo visto grammatici, bibliofili e bibliografi, non veri scrittori. Ma a poco a poco cominciò una nuova generazione d'eruditi, che manifestavano un vero e fino allora insolito valore. Questo era il resultato d'un processo naturale. Gli scrittori, sentendosi finalmente padroni della lingua latina, si cominciavano ad esprimere con una libertà e spontaneità, che dètte origine a nuove qualità letterarie ed anche filosofiche, ad una nuova letteratura. Le questioni grammaticali, esaminate e discusse da uomini di così acuto ingegno e di gusto così fine, com'erano allora gl'italiani, si trasformavano inevitabilmente in questioni filosofiche, il che fu principio di un nuovo progresso scientifico.