Ma vi furono ancora cause estrinseche, le quali affrettarono e provocarono una così notevole trasformazione, e prima fra queste fu lo studio del greco. Con esso vennero a contatto non solo due lingue, ma due letterature, due filosofie, due civiltà diverse. S'allargò ad un tratto l'orizzonte intellettuale, giovando a ciò non solo la maggiore originalità del pensiero e della lingua greca, ma ancora l'essere l'uno e l'altra molto diversi dalla lingua e dal pensiero latino. La mente italiana era così costretta ad uno sforzo maggiore, quasi ad un più lungo e difficile viaggio ideale, che richiedeva e svolgeva una maggiore energia intellettuale. Nel Medio Evo la lingua greca era stata assai poco nota in Italia; e molto fu esagerata la cognizione che n'ebbero in Calabria i monaci di San Basilio. I due Calabresi, Barlaam e Leonzio Pilato, l'avevano empiricamente appresa a Costantinopoli, ed il primo di essi ne insegnò i rudimenti al Petrarca, che, nonostante il grande ardore d'apprenderla, restò sempre col suo Omero dinanzi, senza capirlo.[74] Il secondo fu tre anni professore a Firenze, per opera del Boccaccio, che fece così istituire la prima cattedra di greco in Italia. Ma dal 1363 al 1396 questo insegnamento, che era stato abbastanza povero, tacque di nuovo. Gl'Italiani che volevano averlo, si trovarono, come il Guarino ed il Filelfo, costretti ad andare fino a Costantinopoli. E i primi profughi greci venuti fra noi giovarono meno assai che non si crede, perchè essi, ignorando l'italiano, conoscendo poco il latino, e molto spesso non essendo neppure uomini di lettere, non erano punto in istato di soddisfare una passione che pure stimolavano vivamente colla loro presenza. L'elezione di Emanuele Crisolora a professore dello Studio nel 1396 incominciò veramente un'èra nuova per l'ellenismo in Italia. Già professore a Costantinopoli, e vero uomo di lettere, egli potè dare un efficace insegnamento, ed ebbe per alunni i primi letterati di Firenze. Roberto de' Rossi, Palla Strozzi, Poggio Bracciolini, Giannozzo Manetti, Carlo Marsuppini andarono subito a seguire le sue lezioni. Leonardo Bruni, che allora studiava legge, nel sentire che si poteva finalmente apprendere la lingua d'Omero, e bere alla prima sorgente del sapere, lasciò tutto per poter divenire, come divenne, uno dei più celebri ellenisti del suo tempo.[75] Da quel momento chi non sapeva il greco, fu in Firenze un dotto a metà. E lo studio di questa lingua fece subito rapidi progressi, per l'arrivo di nuovi profughi, i quali erano in generale più colti dei primi, e trovavano il terreno meglio apparecchiato.[76] A tutto ciò s'aggiunse nel 1439 il Concilio fiorentino, che doveva riunire la Chiesa greca e la latina, ma valse invece ad unire lo spirito letterario di Roma e di Grecia. Il Papa ebbe bisogno d'interpetri italiani per capire i rappresentanti della Grecia, e così gli uni come gli altri, indifferenti del pari alle questioni religiose, quando s'avvicinarono, passarono subito dalla teologia alla filosofia, che in generale soleva essere anche più delle lettere coltivata dai Greci. Giorgio Gemisto Pletone il più dotto fra quelli che allora vennero in Italia, ammiratore entusiasta di Platone, seppe infondere la sua ammirazione in Cosimo de' Medici, e così ebbe origine l'istituzione dell'Accademia Platonica. Un grande ardore, una singolare operosità intellettuale cominciarono allora in Firenze, e noi vediamo finalmente da un lato apparire la nuova originalità letteraria, da un altro il principio d'un risorgimento filosofico.[77]
L'erudito che prima di tutti si dimostra adesso scrittore originale, è Poggio Bracciolini, nato a Terranuova presso Arezzo, l'anno 1380. Studiato il greco col Crisolora, andò con Giovanni XXIII al Concilio di Costanza, facendo parte della Curia, e vestendo l'abito ecclesiastico, senza aver preso gli ordini sacri, il che era assai comune fra gli eruditi, i quali, purchè non avessero moglie, si assicuravano così molti dei vantaggi serbati ai preti, di cui solevano dir pure un grandissimo male. Annoiato ben presto delle dispute e contese religiose, il Bracciolini si pose a viaggiare, ed in una sua lettera descrisse mirabilmente la cascata del Reno e i bagni di Baden, facendo di tutto ciò una pittura così viva da potersene anche oggi riconoscere la fedeltà.[78] Il suo latino, quantunque assai più corretto di quello dei predecessori, non manca di molti italianismi e neologismi; ma ha una spontaneità e vivacità tale che sembra una lingua viva: non è una semplice riproduzione, ma un vero e proprio rinascimento. E di certo il fiore dell'umanesimo dobbiamo cercarlo nel Poggio ed in altri suoi contemporanei, non già in coloro che, come il Bembo ed il Casa, ci dettero una imitazione più fedele, ma anche più meccanica e materiale. Dimenticando dizionarî e grammatiche, egli sente il bisogno di scrivere come parla; s'esalta in presenza della natura; cerca il vero e ride dell'autorità; ma resta pur sempre un erudito, il che non bisogna mai dimenticare. L'anno 1416 assisteva al processo ed al supplizio di Girolamo da Praga, descrivendo poi tutto in una sua lettera notissima al Bruni. È singolare l'indipendenza di spirito, con cui questo erudito della Curia papale ammirava l'eroismo del precursore di Lutero, proclamandolo degno della immortalità. Ma che cosa ammirava in lui? Non il martire, non il riformatore; dichiarava anzi che, se Girolamo aveva detto qualche cosa contro la fede cattolica, meritava il supplizio che ebbe. Ammirava in lui il coraggio d'un Catone e d'un Muzio Scevola; ammirava «la voce chiara, dolce, sonora; il gesto dignitoso e bene adatto ad esprimere lo sdegno o a muovere la compassione; l'eloquenza e la dottrina, con cui vicino al rogo citava Socrate, Anassagora, Platone, i Santi Padri.»[79]
Ben presto noi lo vediamo allontanarsi da Costanza per fare lunghi viaggi. Percorse la Svizzera e la Germania, cercando nei conventi antichi manoscritti, dei quali fu il più fortunato scopritore in quel secolo. A lui si debbono opere di Quintiliano, Valerio Flacco, Cicerone, Silio Italico, Ammiano Marcellino, Lucrezio, Tertulliano, Plauto, Petronio, ecc. Quando la notizia di queste scoperte arrivava a Firenze, la Città tutta era in gioia. Il Bruni gli scriveva, a proposito specialmente della scoperta di Quintiliano: «Tu sei ora divenuto il secondo padre dell'eloquenza romana. Tutti i popoli d'Italia dovrebbero muoversi per venire incontro al grande scrittore, che hai liberato dalle mani dei barbari.»[80] Molti altri lo imitavano allora in queste ricerche di codici. Dell'Aurispa s'affermava che ne aveva portati da Costantinopoli 238; del Guarino si ripeteva la favola che lo diceva incanutito ad un tratto, per avere in un naufragio perduti i molti codici che portava d'Oriente.[81] Ma nessuno fu mai operoso e fortunato quanto il Bracciolini.
In Inghilterra, presso il cardinale di Beaufort, egli trovossi come isolato, in una società di ricchi aristocratici senza cultura, che passavano gran parte della vita mangiando e bevendo.[82] In quei desinari, che lo tenevano a tavola perfino quattro ore di seguito, egli era costretto ad alzarsi e lavarsi gli occhi con acqua fresca, per non addormentarsi.[83] Pure il paese offeriva, per la sua novità, vasto campo alle osservazioni del Bracciolini, il quale fin d'allora assai acutamente, fra le altre cose, scorgeva il carattere proprio dell'aristocrazia inglese.[84] Infatti, sebbene venisse da Firenze, già tutta democratica, egli notava con sua grande maraviglia, che colà i mercanti arricchiti, i quali si ritiravano in campagna, a vivere delle loro rendite nelle proprie ville, erano dai nobili accolti e trattati alla pari. E così all'accorto viaggiatore del secolo XV non sfuggiva sin d'allora ciò che solamente parecchi secoli dopo notarono gli storici, che cioè l'aristocrazia inglese assai più facilmente delle altre si mescola con la borghesia e col popolo, di cui sostiene gl'interessi, a differenza di quanto avvenne nei paesi latini, dove essa rimase sempre separata ed ostile al popolo, che perciò ne volle la rovina. Ma la novità del paese, la varietà dei costumi e dei caratteri, le quali a Poggio Bracciolini mai non sfuggivano, che occupavano anzi di continuo la sua attenzione, non bastavano a compensarlo del poco conto in cui erano colà tenuti i dotti, e quindi sospirava l'Italia.
Ben presto, infatti, lo troviamo a Roma segretario della Curia romana, al tempo di Martino V. Ivi egli era di nuovo nel suo elemento. Passava le lunghe serate d'inverno coi suoi colleghi in una stanza della Cancelleria, che chiamavano il Bugiale, sive mendaciorum officina, perchè in essa raccontavano aneddoti veri o falsi, più o meno osceni, coi quali ridevano del Papa, dei cardinali, dei dommi stessi della religione, in difesa della quale scrivevano i Brevi. La mattina attendeva al suo ufficio che gli dava poco da fare, e poi componeva opere letterarie, fra cui furono allora i dialoghi sull'Avarizia e sull'Ipocrisia, vizî che egli diceva proprî del clero, che perciò flagellava a morte. Ma in questa specie di satire non si trova mai una seria intenzione; è invece lo stesso spirito mordace e scettico dei nostri comici e novellieri, che come lui ridevano della religione che professavano. Questi cercavano dipingere i costumi del tempo; gli eruditi volevano principalmente far prova di possedere il latino in modo da saper trattare argomenti sacri e profani, serî, comici ed osceni. Ecco tutto. Non c'era mai da sperare nessun alto scopo morale.
Il Bracciolini, infatti, che flagellava i corrotti costumi del clero, menava poi una vita tutt'altro che morigerata. E quando il cardinale di Sant'Angelo, scrivendo, gli faceva il rimprovero d'aver figli, il che non conveniva ad un ecclesiastico, e di averli poi da una concubina, il che non conveniva ad un laico, egli, senza punto sgomentarsi, rispondeva: «Ho figli, il che conviene ad un laico; li ho da una concubina, il che è antico costume del clero.» E, continuando la lettera, raccontava d'un abate il quale presentò a Martino V un suo figlio, ed essendone da lui biasimato, gli diceva, fra le risa della Curia, che ne aveva ben altri quattro, prontissimi sempre a prendere le armi per sua Santità.[85]
Venuto a Firenze con papa Eugenio IV, si trovò in mezzo ai dotti qui radunati, e fu subito in dispute assai violenti coll'irrequieto Filelfo, che insegnava allora nello Studio. Questi, essendo stato a Costantinopoli dove aveva preso una moglie greca, era quasi il solo in Italia che allora parlasse e scrivesse la lingua di Platone e d'Aristotele. Colla sua sconfinata vanità, col suo carattere irrequieto non dava pace a nessuno: attaccò i Medici e finì col doversi allontanare da Firenze. Allora cominciò a scrivere satire contro i dotti già stati suoi amici e colleghi, ed il Bracciolini gli rispose colle sue Invettive. Fu una guerra d'accuse indecenti, nella quale i due eruditi, ingiuriandosi crudelmente, facevano gara di abilità retorica e di maestria nella conoscenza del latino. Il Filelfo aveva il vantaggio di scrivere in versi, e quindi le sue ingiurie si ritenevano più facilmente a memoria; ma il Bracciolini, avendo maggiore ingegno e brio, scrivendo in prosa, poteva più facilmente dire tutto quello che voleva. Egli respingeva le ingiurie che «il Filelfo aveva vomitate dalla fetida cloaca della sua bocca,» ed attribuiva l'indecenza del linguaggio di lui alla educazione che aveva ricevuto dalla madre, «il cui mestiere era stato, diceva, di vuotar budella d'animali: così il fetore di lei emanava ora dal figlio.»[86] Lo accusava d'aver sedotto la figlia del proprio maestro, per sposarla e poi venderne l'onore, e finiva offrendogli una corona degna di tanta laidezza.[87] Nè ciò bastava, chè essi s'accusavano anco di vizî che il pudore impedisce oggi di nominare, e di cui i dotti parlavano allora senza ritegno, quasi ridendo, istigati dall'esempio degli scrittori greci e romani.
L'animo rifugge dal pensare che grande rovina morale tutto ciò dovesse portare nello spirito italiano. Ma Poggio scriveva le sue lodate Invettive in una deliziosa villa, dove aveva raccolto statue, busti, monete antiche, di cui si valeva a meglio comprendere l'antichità, ed iniziava così l'archeologia, come aveva già fatto a Roma descrivendone i monumenti. A lui pareva che questo fosse il paradiso dovuto ad uno spirito eletto, ad un letterato enciclopedico, destinato all'immortalità. Aveva allora 55 anni, e per sposare una giovanetta di cospicua famiglia, abbandonò la donna con cui aveva sino allora vissuto, da cui gli erano venuti quattordici figli, quattro dei quali, vivi e legittimati, restarono poi senza averi. Ma rimediò scrivendo un dialogo: An seni sit uxor ducenda, in cui difese la propria causa. Bastava uno scritto in latino elegante a risolvere i più difficili problemi della vita, ed a mettere in pace la coscienza. Per l'erudito del secolo XV, già lo dicemmo, le parole valevano quanto e più dei fatti: lodare con eloquenza la virtù era lo stesso che essere virtuoso. I più grandi uomini della Grecia e di Roma non dovevano forse la immortalità alla eloquenza con cui la loro vita era stata narrata da sommi scrittori? Che sarebbe della fama di Annibale, di Scipione, d'Alessandro, d'Alcibiade senza Livio, senza Plutarco? Chi sapeva scrivere con eloquenza il latino, non solo era sicuro della propria immortalità, ma poteva a suo arbitrio concederla anche agli altri.
Dalla Toscana Poggio tornò a Roma, e sotto il pontificato di Niccolò V, valendosi della grande libertà concessa agli eruditi, pubblicò scritti contro i preti, contro i frati, ed il Liber Facetiarum, in cui raccolse tutte le satire e le oscenità altra volta raccontate nel Bugiale, dicendo chiaro nella prefazione, che il suo scopo era di mostrare come il latino potesse e dovesse essere adoperato a dir tutto. Invano i rigoristi biasimarono questo vecchio che aveva ora settanta anni, e contaminava così la sua canizie: dopo che il Panormita aveva pubblicato l'Hermaphroditus, l'orecchio italiano s'era usato a tutto, e Poggio passava tranquillo il suo tempo nello scrivere oscenità, e nelle dispute letterarie. Una disputa l'ebbe allora col Trapezunzio, e finì a pugni; l'altra l'ebbe col Valla, e questa dètte origine da una parte all'Antidoto contro il Poggio, dall'altra a nuove Invettive. La questione versava sulle proprietà del latino e sui precetti grammaticali sostenuti nelle Elegantiae del Valla, il quale, essendo di un acume critico superiore, ebbe il vantaggio nella controversia. Ma anche qui la gara di oscenità fu scandalosa. Accusato d'ogni più disonesto vizio, il Valla rese pan per focaccia, senza gran fatto occuparsi di difendere sè stesso, anzi spesso dando prova d'un singolare cinismo. Così a Poggio che lo accusava d'aver sedotto la fantesca della propria sorella, rispondeva ridendo d'aver voluto provar falsa l'accusa fattagli dal cognato, che la sua morigeratezza, cioè, non derivasse da virtù dell'animo.[88] S'ingannerebbe però assai chi volesse dalla violenza delle ingiurie misurare la forza delle passioni. Le Invettive erano quasi sempre semplici esercizî retorici; i due contendenti scendevano nell'arena come istrioni venuti a dare spettacolo della loro destrezza e della loro nudità. Se però le passioni non erano reali, reale era pur troppo il danno morale che risultava da sì misero spettacolo.
Abbandoniamo dunque questo terreno fangoso e passiamo ad altro, giacche siamo ancora lontani dall'avere descritta tutta la prodigiosa attività del nostro autore. Le orazioni erano, dopo le epistole, il genere più popolare fra gli eruditi. In esse raccoglievano tutte quante le reminiscenze dell'antichità, e tutte quante le figure retoriche. La memoria era spesso la sola facoltà veramente necessaria al buon successo: — aveva una memoria eterna, citava tutti quanti gli autori antichi, — era l'elogio che Vespasiano soleva fare ai più celebri di questi oratori, i quali sembravano aver dei florilegi, cui ricorrere per ispirare la propria eloquenza. Si trattava d'un generale, e ricordavano tutte le grandi battaglie; si trattava d'un poeta, e si sciorinavano precetti di Orazio o di Quintiliano. Il soggetto principale svaniva dinanzi al bisogno di far servire tutto come un'occasione a render sempre più familiare l'antichità: lo stile era falso, l'artifizio continuo, le esagerazioni innumerevoli, e le orazioni funebri riuscivan sempre apoteosi. Un giorno che il Filelfo voleva accusare un suo persecutore, salì la cattedra, e cominciò in italiano: «Chi è cagione di tanti suspecti? Chi è principio di tante ingiurie? Chi è autore di tanti oltraggi? Chi è costui, chi è? Nominerò io tal mostro? Manifesterò io tal Cerbero? Dirollo io? Io certo il debbo dire, io il dico, io il dirò, se la vita n'andasse. Egli è il maledico ed il prodigioso, il detestabile ed abominevole.... Ahi! Filelfo, taci, non dire per Dio! Abbi pazienza. Chi sè medesimo contenere non può, male potrà alcun altro d'intolleranza e d'incostanza ammaestrare.»[89] Ecco ciò che allora sembrava modello d'eloquenza; e però non aveva torto Pio II, quando diceva che un'orazione fatta con arte poteva commovere solo gente di volgare intelligenza.[90] Il cardinale di Estouteville, francese di buon gusto, ascoltando l'elogio di S. Tommaso d'Aquino fatto dal Valla, ebbe ad esclamare: ma quest'uomo è impazzato![91] Eppure quelle orazioni erano allora talmente in voga, che nelle paci, nelle ambascerie, in tutte le solennità pubbliche o private, non poteva farsene a meno. Ogni corte, ogni governo, qualche volta anche le ricche famiglie, avevano il loro oratore ufficiale. E come oggi di rado v'è festa senza musica, così allora un discorso latino in versi o in prosa era il migliore trattenimento d'una società culta. Molti ne furono dati alle stampe, ma sono la parte minore; le biblioteche italiane ne contengono centinaia ancora inediti. Eppure in tutta questa abbondanza non si trovano mai esempi di vera eloquenza, se facciamo eccezione d'alcune fra le orazioni di Pio II, il quale non parlava sempre per mero esercizio letterario, ma spesso anche per giungere ad un fine determinato, ed allora non affogava nella retorica. Poggio Bracciolini era tenuto uno dei gran maestri del genere, e non mancò anch'egli di fare molte orazioni, specialmente in lode dei letterati amici che morivano. La facilità dello stile che pur cadeva spesso in verbose lungaggini, il brio, la disinvoltura ed il buon senso lo rendono più leggibile degli altri, ma non eloquente.