[311]. Il Sanuto, nei suoi Diarî, reca diverse lettere che affermano il sospetto esser caduto anche sugli Orsini. Ne parla anche il Manfredi, ambasciatore del duca di Ferrara in Firenze, nelle sue lettere del 12 agosto e del 22 dicembre 1497. Nella prima dice che il sospetto cadeva sugli Orsini, nella seconda su Bartolommeo d'Alviano. V. Cappelli, Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno al suo tempo, ecc.
[312]. Di ciò parla lungamente l'ambasciatore fiorentino Alessandro Bracci nelle sue lettere, che trovansi inedite nell'Archivio Fiorentino, e sono assai importanti. Quella però del 16 giugno, in cui era descritta appunto l'uccisione del duca di Gandia, manca nella filza. Archivio Fiorentino, Lettere dei Dieci di Balìa da maggio a dicembre 1497, Cl. X, dist. 4, num. 54, foglio 53.
[313]. Lettera di A. Bracci, in data 4 luglio 1497. Cod. cit., foglio 78.
[314]. Lettera di A. Bracci, in data 17 giugno 1497. Vedi Appendice, documento II.
[315]. Tutti gli storici del tempo raccontano a lungo la morte del duca di Gandia. Il Gregorovius nella sua Storia di Roma cita molti documenti originali, fra i quali pubblica una lettera assai notevole di Ascanio Sforza a Lodovico il Moro, in data del 16 giugno 1497. (Vol. VII, pag. 399, nota 1). Il Burcardo dà un minuto e tragico ragguaglio del fatto nel suo Diario; ne parlano il Matarazzo, il Malipiero, tutti i contemporanei, massime le lettere dei privati e degli ambasciatori residenti a Roma. Di queste il Sanuto riporta molte, dalle quali si vede la straordinaria impressione che la cosa aveva fatta in Roma, dove le fantasie s'erano assai esaltate. Una lettera del 16 giugno (Sanuto, vol. I, foglio 310) dice: «Maxima demonum caterva in basillica beati Petri audita et visa fuit per plures, et ibidem tot et tanta luminaria, ut ipsa basillica penitus a fundamentis supra ardere et comburi videretur: ecce quanta prodigia!» Lettere del 17 dicembre 1497 (vol. I, foglio 391), ed altre posteriori riportate dallo stesso (Vol. I, foglio 408), ripetono cose di simil natura. Abbiamo ancora le lettere del Papa che, annunziando il fatto espone il suo dolore ai potentati: da esse però non si cava nulla di nuovo. Nel discorso fatto in Concistoro, egli escluse i sospetti che erano caduti sopra Ascanio Sforza, sul principe di Squillace e sul signore di Pesaro, il che prova però che questi sospetti v'erano stati. Vedi Reumont, Geschichte, ecc., e Sanuto, Ragguagli storici, pubblicati dal Brown (Venezia, 1837-38), vol. I, pag. 74.
[316]. Di ciò parla a lungo il Sanuto, ne' suoi Diarî, vol. I, foglio 556 e 559. Alcuni brani ne riportò il Brown, op. cit., vol. I, pag. 212.
[317]. Gregorovius, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 88.
[318]. Il 19 luglio l'ambasciatore fiorentino A. Bracci scriveva che trattavasi del divorzio fra il signore di Pesaro e donna Lucrezia, «la quale Sua Beatitudine tre dì dopo la morte del duca di Gandia richiamò in Palazzo, dove sta assiduamente.» Nel separarsi dal signore di Pesaro, la Lucrezia si dichiarò disposta a giurare, che non aveva avuto alcuna relazione col marito, e che era perciò vergine. Al quale proposito aggiunge il Matarazzo, a pag. 72: «etiam advenga ad dio che fusse stata e fusse allor la più gran p.... che fusse in Roma.»
[319]. Il Reumont prima lo credette, nella sua Storia di Roma, figlio di Lucrezia, poi figlio del Papa, senza saper più ritrovare la madre. (Arch. Stor. It., ser. III, tomo XVII, disp. 2ª del 1873, pag. 329). I documenti pubblicati dal Gregorovius nella sua Lucrezia Borgia (vol. I, pag. 159 e segg.) gettano sul fatto una luce sinistra.
[320]. «De dilecto filio nobili viro Cesare Borgia.... et soluta (muliere).» Il Breve dice che Giovanni aveva allora tre anni vel circa. Gregorovius, Lucrezia Borgia, doc. 27.