[627]. Dispaccio 8 giugno.

[628]. Dispaccio 387, primo del 19 maggio 1503, e dispaccio 390, secondo del 20 maggio.

[629]. Questa lettera trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 1, e venne pubblicata dal Passerini, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 298. Se non che egli non interpretò bene il nome della persona, di cui si parla, leggendo Noch, invece di Troche, e quindi suppose che si trattasse d'un soldato ignoto. Nè si accorse che quel foglio contiene solo una copia fatta dal Machiavelli della lettera originale. Indotto forse in errore dall'aver questi un poco imitato la firma convenzionale, che il Valentino usava specialmente nelle lettere d'ufficio, suppose che fosse un ordine scritto dal Machiavelli e firmato dal Valentino. Dovè quindi supporre una gita ignota del Segretario fiorentino a Roma, e ne prese occasione a ritornare sull'altra sua ipotesi, che questi cioè fosse stato il consigliere della politica e degli assassinii del Valentino. Tutto ciò va in fumo quando si osserva il documento. La firma del Valentino non è autografa, ma imitata; manca quella di Agapito, che trovasi in tutti gli ordini del Valentino; non v'è sigillo nè bollo di alcuna sorte, e la lettera non ha indirizzo: dietro v'è però scritto, sempre di mano del Machiavelli e con qualche abbreviazione: 1503, di messer Troche. Il signor Nitti, op. cit., vol. I, pag. 223-24, nota (1), osservando che il 16 maggio il Machiavelli scriveva una lettera da Firenze, dubita giustamente della supposta gita a Roma; fa però un'altra ipotesi non meno impossibile, che il Valentino cioè mandasse al Machiavelli un foglio in bianco, colla sola sua firma, perchè questi vi scrivesse sopra l'ordine, nel modo che credeva. L'egregio signor Nitti però ha dovuto in quel momento dimenticare affatto chi erano i Borgia e chi era il Valentino, per poter fare una tale ipotesi. Perchè poi si dovesse mandare al Machiavelli una firma in bianco, trattandosi solo di scrivere una circolare come quella, non si capisce; ed in ogni caso il Valentino non avrebbe mai fatto tal cosa neppure con Agapito, con don Micheletto o chiunque dei suoi più fidi, fra i quali non si potrà mai mettere il Machiavelli. Notiamo in fine che non solo il 16, ma il 17, il 18, il 19, il 21 maggio, questi scriveva lettere da Firenze, come apparisce dai Registri dei Dieci nell'Archivio fiorentino (Cl. X, dist. 3, n. 108, da carte 2 a carte 12). La sua gita a Roma è, quindi, non solo improbabile, ma impossibile. Il Troccio fuggì da Roma il 19 maggio (Giustinian, dispaccio 19 maggio), e l'ordine d'arrestarlo è datato da Roma lo stesso giorno. Il Machiavelli dunque non può averlo scritto in nessun modo.

[630]. Giustinian, dispaccio dell'8 giugno 1503. Vedi in Appendice, doc. XXIII, la lettera dell'ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, in data 11 giugno, citata anche nella Storia del Gregorovius. Parrà singolare che un uomo come il Troccio s'occupasse di poesia; eppure ciò apparisce da due sue lettere, in cui chiede con grande premura alcuni sonetti alla marchesa di Mantova. Vedi anche, nella Lucrezia Borgia del Gregorovius, i documenti 42 e 43. Del resto simili fatti non erano punto rari nel Rinascimento italiano, come prova la vita di Sigismondo Malatesta di Rimini. È noto anche che il capitano G. G. Trivulzio, sopra tutte le cose perdute nella presa di Milano, deplorava quella di un Quinto Curzio, facendo grandi promesse e ricerche per averlo.

[631]. Dispaccio 19 giugno e nota.

[632]. Giustinian, dispaccio del 2 agosto 1503.

[633]. Dispaccio dell'8 giugno.

[634]. Giustinian, dispacci del 7 e 8 giugno 1503.

[635]. Dispaccio del 29 maggio.

[636]. Dispacci de' 7 giugno e 31 luglio.