[647]. «Et cum pugnis pestarunt eum ut capsam intraret, sine intorticiis vel lumine aliquo, et sine aliquo presbitero vel persona una vel lumine.» Burchardi, Diarium, loc. cit.
[648]. Lettera del 22 settembre 1503, in Gregorovius, Lucrezia Borgia, documento 49. Più tardi il cadavere di Alessandro VI fu dalle Grotte Vaticane portato in San Giacomo degli Spagnuoli, e poi in Santa Maria di Monserrato, dove si trova con quello di Calisto III, dietro l'altar maggiore, senza alcuna iscrizione. Anche quella che era stata messa in Santa Maria del Popolo alla Vannozza ed ai figli, fu tolta.
[649]. Il Giovio afferma che il cardinale gli disse di credere, che la sua malattia era conseguenza del veleno datogli dai Borgia. Se non che, le affermazioni del Giovio non sono sempre credibili, e poteva anche il cardinale, che pur s'era ammalato, credere d'avere avuto il veleno, quando da per tutto se ne parlava, senza che perciò il fatto fosse vero.
[650]. Sebbene anche gli scrittori più sinceramente cattolici abbiano dovuto riconoscere le colpe, i delitti e la pazza politica dei Borgia in genere e di Alessandro VI in specie, pure non mancarono mai gli apologisti, e neppure oggi, nonostante i molti nuovi documenti che parlano sempre più chiaro, mancano coloro che vorrebbero attenuare il giudizio severo della storia imparziale. A questa tendenza noi crediamo che abbia obbedito il signor R. Garnett (English Historical Review, aprile 1892, pag. 312-14) nel ripubblicare una parte della orazione funebre in onore di Alessandro VI, scritta e letta dal Vescovo di Gallipoli, dinanzi ai Cardinali che dovevano entrare in Conclave. Egli vorrebbe in essa trovare un'attenuazione autorevole dei giudizî, secondo lui, troppo severi di molti storici sui Borgia. Quale era il valore storico delle orazioni funebri ufficiali, pronunziate nei secoli XV e XVI, lo sanno tutti; e nessuno può, io credo, dare importanza a certe frasi convenzionali, in simili occasioni, allora universalmente ripetute.
Mi sembra piuttosto, che sia una prova sicura della pessima opinione, che tutti avevano allora di Alessandro VI, il sentir l'oratore ufficiale pronunziare, dinanzi ai Cardinali, molti dei quali creati dallo stesso Papa, parole come queste: «Quid plura? Adeo et sermone et ingenio confidebat ut videretur non quid aggrediendum, sed quid cupiendum cogitare. Unde tantam auri vim in pontificatu collegit, quantam nec ipse fortassis si viveret, rationem reddere posset. Forma etiam oris proceritateque corporis, ut nostis, egregius fuit. His autem naturae fortunaeque dotibus quomodo usus fuerit, quid apud vos attinet dicere, qui bene et fortasse melius nostis? Habet enim hoc etiam infelicitatis principatus, quod, in excelso positus, nihil celare potest.» E più oltre, dopo aver detto che una quatriduana febris lo portò via dal mondo, aggiunge, confermando sempre più le parole del Giustinian circa la morte e i funerali, d'averlo visto, «humili feretro iacentem, turpem, fetidum, et usque ad horrorem deformem.» Questa orazione parrà di certo una conferma assai notevole del pessimo concetto in cui i contemporanei tenevano Alessandro VI, specialmente se si pensa chi era l'oratore, chi erano gli uditori e quali erano il tempo ed il luogo in cui essa fu letta.
[651]. Et nescit quo se vertit, nec ubi reclinet caput. Giustinian, dispaccio 489, secondo del 19 agosto 1503.
[652]. Una lettera, in data 8 novembre 1503, firmata: Sigismundus doctor et clericus senensis, e indirizzata ad Alessandro Piccolomini, nipote di Pio III, dopo aver lodato la bontà di questo Papa, dice che esso «non poter morir in miglior termine che ora, che era esaltato in questa felicità, et prima che in quella lui si venissi a imbrattare; chè chi è in quello luogo, non può far di manco.... Lui non ha facto simonie; non ha fatto guerre a christiani; non ha facto homicidî, nè impiccar, nè far iustitia; non ha dissipato el patrimonio di San Pietro in guerre, in bastardi, nè in altra gente.» — Tale era il concetto, in cui erano allora tenuti i Papi! Questo Sigismondo, nato a Castiglione Aretino, eletto nel 1482 cittadino senese, fu autore di storie scritte in latino. La sua lettera venne pubblicata a Siena co' tipi dell'Ancora, nel 1877, per le nozze Piccolomini-Giuggioli, dal compianto signor Giuseppe Palmieri-Nuti.
[653]. Circolare del 20 agosto 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 129. Molte altre lettere del Machiavelli si trovano nella stessa filza. Citiamo solo quelle a carte 136, 139 e 148 che ci sembrano più importanti.
[654]. Lettera del 25 agosto, loc. cit., filza 107, a carte 136, e lettera del 12 settembre, a carte 156.
[655]. Lettera del 5 ottobre ad Americo Antinori, filza 107, a carte 171. Vedi Appendice, documento XXIV.