Uomo senza pregiudizî, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva ad essi piena libertà di parola, difendendoli dall'Inquisizione e da ogni pericolo. Così il Valla, che fu l'erudito più celebre nella Corte, potè scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose e filosofiche. Tutto ciò dava una fisonomia propria, una importanza speciale alla società erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio Beccadelli più noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394, egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una clamorosa celebrità, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di Hermaphroditus, è una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolità indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenità e vizî d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficoltà di stile o di lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi contro di lui furono pure assai vivi. Egli però, senza punto perdersi d'animo, menò vanto del suo libro, perchè aveva imitato gli antichi, e dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto simili oscenità, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua vita era invece senza macchia.[150] Il rumore continuò tuttavia assai grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasimò; i frati Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i detrattori, i quali «non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo, la poesia un altro.» E queste erano veramente le idee del secolo. Sigismondo re dei Romani coronò il Panormita in Siena poeta laureato, e l'Ermafrodito fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso, non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi Dicta et facta Alphonsi, ricevendone in premio mille ducati; poi, Alphonsi regis triumphus, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile; ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della Corte restò sempre il Valla, che contribuì non poco ad alimentare in Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo è inclinato. Un altro uomo eminente era colà Giovanni Gioviano Pontano; ma questi fiorì più tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella storia delle nostre lettere.
6. — I MINORI STATI ITALIANI.
Se noi ci volgiamo alle piccole città ed ai minori Stati d'Italia, vi troviamo la società sottoposta ad un numero così grande di scosse continue e violenti, lacerata da tanti e così sanguinosi delitti, che riesce impossibile immaginare come le arti e le lettere vi potessero mai fiorire. I piccoli tiranni erano di continuo esposti agli assalti dei vicini, o alle congiure che scoppiavano ogni giorno nei loro Stati. Quando si trattava di città come Ferrara o Bologna, la posizione strategica della prima, l'importanza del territorio che aveva la seconda, davano certo occasione a sempre nuove e mutabili vicende. Quando si trattava di principi come Alessandro Sforza di Pesaro, che aveva il sostegno del fratello a Milano, o di Federico d'Urbino, che era valoroso capitano di ventura, e poteva difendersi col suo proprio esercito, allora, se non s'evitavano sempre i pericoli, si riusciva almeno più facilmente a salvare lo Stato. Ma là dove simili aiuti mancavano, noi abbiamo una serie non interrotta di fatti sanguinosi, simili a quelli dei Baglioni in Perugia. Questi non arrivarono mai nella città ad una signoria sicura: era il predominio d'una famiglia, con un capo non sempre riconosciuto in essa, e un forte partito avverso, alla testa del quale si trovavano gli Oddi. Tutto era pieno d'armi e di bravi, e da un momento all'altro scoppiavano tumulti violenti. Verso la fine del secolo XV gli scontri dentro e fuori della città furono tanti e tali, che le case del contado ne cadevano in rovina, i campi erano devastati, i contadini facevano gli assassini, i cittadini si davano alle bande di ventura, e i lupi mangiavano «carne di cristiani.»[151] Eppure era questo il tempo, in cui fioriva a Perugia la più nobile, ideale e delicata pittura della scuola umbra: era sempre il contrasto medesimo che allora s'osservava per tutto in Italia.
Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini fu un altro dei piccoli tiranni, e fra i più singolari. Capitano di ventura rinomato, quantunque non avesse mai comandato grossi eserciti, si dimostrò più volte un vero mostro di crudeltà. Respinse la sua prima sposa, dopo averne ricevuta la dote; la seconda e la terza ammazzò per gelosia o vendetta; amò per altro con ardore fino alla morte la sua concubina Isotta. Insanguinato in mille delitti, era irreligioso e cinico oltre misura. Sulla sua tomba volle che si ponesse questa iscrizione:
Porto le corna ch'ogn'uno le vede,
E tal le porta che non se lo crede.
Negava Iddio, negava l'immortalità dell'anima, e quando arrivavano le scomuniche del Papa, domandava se gli scomunicati continuassero a gustare il buon vino ed i buoni pranzi. In occasione d'una gran festa, fece empire d'inchiostro la pila dell'acqua benedetta, per ridere dei fedeli che, senza avvedersene, si tingevano il volto.[152] Eppure anch'egli era circondato di letterati, ad alcuni dei quali donò terre, ad altri assegnò stipendî; e nel suo castello, Arx Sismundea, essi lodavano il principe e il suo amore per la bella Isotta, a cui fu innalzato nella chiesa di San Francesco un monumento, Divae Isottae sacrum, accanto a quello del suo amante. La chiesa stessa, a cui lavorò Leon Battista Alberti dal 1445 al 50, e che riuscì uno dei più eleganti, dei più belli edifizî del Rinascimento, porta in fronte il nome di Sigismondo, e nei fregi le lettere S(igismundus) ed I(sotta). Nei due lati esteriori si trovano nicchie destinate a servir di tomba ai soldati ed agli eruditi della Corte. E tutto questo non era in lui affettazione; rispondeva invece ad un bisogno reale del suo spirito culto ed artistico. Pio II che fu in aspra guerra con lui, e lo bruciò in effigie, scrisse, che egli «conosceva le istorie, aveva una grande cognizione della filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva.»[153]
A Ferrara, a Mantova, Urbino, le cose pigliavano ben diverso aspetto. Senza essere grandi centri, come Roma e Firenze, esse riuscirono ad avere una fisonomia ed importanza propria nella storia delle lettere. Più di tutte fu celebre Ferrara. La sua posizione strategica la rese in mezzo alle sue varie vicende, indipendente, non potendo nessuno dei grandi Stati italiani permettere che altri se ne impadronisse. I Signori d'Este che la dominarono e fortificarono, furono uomini d'ingegno e spesso anche di molto valor militare. Nell'interno del palazzo ducale seguirono spesso scene di sangue. Parisina, moglie del bastardo Niccolò III, innamoratasi d'un figlio naturale del marito, ebbe con l'amante tronca la testa (1425). E il Duca dovette poi consolidare il suo regno, combattendo l'avversa nobiltà, con ogni arte di guerra, con ogni sorta di tradimento. Succedono due bastardi di questo bastardo, Lionello e Borso. Più tardi Ercole, figlio legittimo di Niccolò III, strappa colle armi il dominio di mano al figlio di Lionello, facendo sanguinosa strage dei nemici. E così si continuò anche nel secolo XVI, quando il cardinale Ippolito fece cavare gli occhi al fratello Giulio, altro bastardo, perchè lodati dalla donna che corteggiavano insieme, e che ne adduceva al Cardinale la irresistibile bellezza, come causa della sua preferenza. L'operazione fu male eseguita, e dètte occasione ad altre tragedie nella infausta Corte, perchè Giulio, che era restato con un occhio solo, cospirò insieme con don Ferrante contro il comune fratello, il duca Alfonso I,[154] marito di Lucrezia Borgia. Il Cardinale rivelò la trama (1506), e i due fratelli furono condannati al carcere perpetuo, in cui don Ferrante morì, e donde Giulio fu liberato solo quando successe il duca Alfonso II (1559).
Pure questa appunto fu la Corte tanto celebrata per lo splendore di lettere e di arti fino ai tempi del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso, che la illustrarono coi loro nomi, colle loro opere immortali. Nel Medio Evo essa era stata città longobarda, feudale e cavalleresca, e non aveva nei secoli XIII e XIV partecipato al gran moto letterario che s'era visto a Firenze. Nel secolo XV fu invece una delle città d'Italia per lettere e cultura più fiorenti. I disordini della Corte, circoscritti principalmente dentro le mura del palazzo ducale, sembrava che di rado turbassero la città. Costruita secondo un disegno prestabilito, amministrata con ordine, v'accorrevano esuli da Firenze e da altre parti d'Italia; vi si fermavano, v'edificavano palazzi. Le vie, le case ora deserte, bastavano allora appena a contenere la popolazione. I suoi duchi provvedevano a tutto, e vi chiamavano dotti, fra i quali tiene il primo posto Guarino Veronese, che portando l'erudizione a Ferrara, dove così vive erano le tradizioni feudali e cavalleresche, vi promosse quel rinascimento letterario che ci dètte poi l'Orlando Innamorato, l'Orlando Furioso e tanti altri lavori, di cui la fama non perirà mai.[155]
Nato nel 1370 imparò il greco a Costantinopoli, di dove tornò con una ricca mèsse di codici, che gli erano così cari da far generalmente prestar fede alla favola, che egli incanutisse a un tratto, per averne perduto buona parte in un naufragio.[156] Insegnò prima a Firenze, poi a Venezia, dove ebbe a discepolo Vittorino da Feltre, nel quale infuse la sua dottrina e i suoi principî educativi. Chiamato nel 1424 da Niccolò III, per esser maestro di Lionello e professore nell'Università, dandosi con febbrile ardore al doppio ufficio, scrisse un numero assai grande di opere: traduzioni di Plutarco, Platone, Strabone e Luciano; biografie, grammatiche e più di cinquanta orazioni. Il merito principale di lui sta più che altro nel suo nobile carattere e nel suo insegnamento, nel quale ebbe grande originalità, e da cui ottenne resultati singolarissimi. Buon padre di famiglia, temperato e sobrio nel vivere, non mai maldicente, viveva fra i suoi scolari, dei quali aveva sempre piena la casa. Si diceva che erano usciti più dotti dalla sua scuola che Greci dal cavallo troiano. E veramente più di trenta de' suoi alunni furono celebrati come eruditi,[157] sebbene Vittorino da Feltre fosse il solo che arrivasse ad una fama duratura. Ma l'opera di Guarino va misurata dall'impulso che dètte agli studî in Ferrara, la quale fu dal suo insegnamento e dal governo di Lionello e Borso d'Este, suoi alunni, trasformata in una piccola Atene italiana. Egli continuò a lavorare con lo stesso zelo fino alla sua morte, avvenuta il 4 dicembre 1460, novantesimo della sua età, quando spirò fra le braccia de' suoi, amato e venerato da tutti.