I Gonzaga di Mantova, alcuni dei quali comandarono poderosi eserciti, non commisero mai quei delitti che resero così sanguinosa la storia degli Este. La loro Corte, è vero, fu assai splendida solamente nel secolo XVI, ai tempi del Bembo, del Bandello, dell'Ariosto e del Tasso, massime quando viveva la buona marchesa Isabella. Pure nel secolo XV Mantova fu illustrata dalla dimora colà di Vittorino Rambaldoni da Feltre (n. 1378, m. 1446), il primo educatore moderno, ed il più illustre discepolo di Guarino. Chiamato (1423) da Gio. Francesco Gonzaga, che gli dètte un lauto stipendio ed un locale, fondò in esso il suo celebre convitto, che prese il nome di Casa gioiosa, o semplicemente Gioiosa. Secondo alcuni avrebbe avuto questo nome per l'allegria che vi dominava in conseguenza dei buoni principî pedagogici; ma il vero è che l'edilizio in cui fu messo il convitto aveva già prima il nome di Zoiosa.[158] Vi s'insegnavano le lingue classiche, per le quali furono chiamati Greci assai rinomati, come il Gaza ed il Trapezunzio. A queste e ad altre discipline comuni alle scuole di quel tempo, s'aggiungevano la musica, la danza, il disegno, la ginnastica, l'equitazione. Il principio su cui si fondava la scuola di Vittorino, era: educare con la mente il corpo, per formare il carattere. E ciò potette riuscirgli principalmente perchè egli era un uomo d'animo elevato e nobilissimo, che spendeva tutto il suo stipendio per dare educazione gratuita ai poveri, i quali si trovavano nella sua scuola accanto ai figli del marchese di Mantova ed al giovane Federico da Montefeltro, che fu poi il celebre duca d'Urbino. Ed anche questa comunanza ed uguaglianza d'ogni ordine di cittadini nella scuola, era voluta dai principii pedagogici di Vittorino, che fu il primo a condurre l'istruzione e l'educazione secondo norme scientifiche.[159] I buoni frutti della Casa gioiosa si videro non solo a Mantova, ma anche altrove, giacchè per lungo tempo si riconobbero gli alunni di Vittorino da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto con la generale corruzione di quei tempi.
Ed a questa educazione si dovette in gran parte, se la Corte d'Urbino divenne un modello fra quelle d'Italia; se il duca Federico fu buono, leale e fedele, sebbene capitano di ventura. Celebrato universalmente per la sua capacità strategica, per la disciplina de' suoi soldati, e per essere allora il solo capitano, che non mancasse mai alla fede giurata o alla parola data: conosceva il latino, la filosofia, la storia; leggeva i classici e disputava assai volentieri di teologia. Queste cognizioni unite a quelle acquistate nel campo e nel governo, lo condussero a possedere, o almeno ad intendere quasi tutto lo scibile de' suoi tempi. La sua vita procedeva con ordine, come un orologio, e dei ritagli di tempo profittava sempre per disputare ed istruirsi. Accompagnando Pio II a Tivoli, sotto la sferza del sole, fra la polvere sollevata dai cavalli, al luccicare degli elmi e delle spade, discorreva col dotto Papa sulle armi degli antichi, sulla guerra troiana, e non riuscivano a mettersi d'accordo intorno ai confini dell'Asia Minore.[160] Il danaro raccolto dalle ricche paghe avute come capitano di ventura, spendeva nella pace a rendere più splendida la città e la Corte d'Urbino. Sembrava che del suo Stato volesse fare quasi un'opera d'arte. Il palazzo da lui costruito fu dei più celebri in Italia, non per ricchezza o sfoggio d'architettura, ma per gusto squisito. Vi teneva più centinaia di persone, a ciascuna delle quali affidava un ufficio determinato, con orario preciso e istruzioni scritte. Era come una grande scuola militare, alla quale molti signori mandavano i loro figli, per educarli alla disciplina delle armi ed alla eleganza dei modi. Il suo tesoro principalissimo era la ricca biblioteca, nella quale spese 30,000 ducati,[161] occupando per quattordici anni da trenta a quaranta copisti, in Urbino, Firenze ed altrove.[162] Procedette nel comporla con ordine grandissimo, seguendo in parte il concetto del Parentucelli,[163] ma cercando d'abbracciare tutto quanto lo scibile antico e moderno.[164] Così riuscì allora una cosa unica al mondo. Circondato da artisti italiani e stranieri, da soldati, non aveva seco gran numero d'eruditi; ma molti di essi corrispondevano con lui, e gli dedicavano le loro opere. Passeggiava disarmato in mezzo al popolo; desinava frugalmente all'aperto, ascoltando la lettura di Livio o d'altri antichi. Verso sera assisteva agli esercizî militari e ginnastici, che facevano i giovani sul prato di San Francesco. Il popolo amava il suo Duca, e i successori di lui ne seguirono le tradizioni.[165] Non si può dire che Urbino dèsse uno straordinario impulso alla cultura letteraria in Italia; ma si può ben dire che fu come uno splendido gioiello in mezzo agli Appennini, una città esemplare, la patria di molti uomini grandi, e di Raffaello che vale per tutti.
7. — L'ACCADEMIA PLATONICA.
Gli scrittori fino ad ora notati vissero, lo abbiamo già detto, in mezzo ad una moltitudine di altri, i cui nomi, celebri al loro tempo, andarono a poco a poco più o meno dimenticati. Non v'è stato invero un secolo che abbia dato luogo nella storia ad una così grande ecatombe di supposte celebrità, come il secolo XV. E ciò si spiega facilmente, perchè allora vi fu un doppio lavoro. Da un lato, volendo far rinascere l'antichità, sì dètte opera ad una imitazione e riproduzione assai spesso meccanica del passato, alla quale cooperarono coloro che sono stati poi dimenticati; dall'altro si ottenne un resultato nuovo ed inaspettato, che fu l'opera d'un numero assai minore di dotti, i cui nomi la storia deve più specialmente ricordare. E questo doppio ordine di fatti e di uomini si ritrova in quasi tutta la cultura del Rinascimento, nella filosofia non meno che nelle lettere. La filosofia sembra avere una grandissima e generale importanza fra gli eruditi; ma la più parte di essi avevano solo cavato dagli antichi scrittori un florilegio di frasi sulla gloria, sull'amicizia, sul disprezzo della morte, sul Sommo Bene, sulla felicità, la virtù, e le ripetevano sempre, senza che valessero mai a dirigere in qualche modo le loro azioni, nè a formare le loro convinzioni. In quelle frasi noi vediamo di continuo una strana mescolanza di Paganesimo e di Cristianesimo, che si trovano accanto ed in contradizione fra loro, senza che di ciò lo scrittore si occupi punto. Ben presto però si manifesta il bisogno di trovare alla vita umana un fondamento razionale, filosofico, il quale valga a spiegare ad un tempo la virtù pagana e la cristiana, facendo scomparire la troppo visibile contradizione. Allora incominciò il lavoro più o meno originale, iniziato dai neoplatonici e dall'Accademia che essi fondarono in Firenze.
Gli esuli greci non contribuirono tanto alla diffusione fra noi della loro lingua, che già s'era cominciata a studiare in Italia, e molto meno poi della erudizione letteraria assai fiorente prima del loro arrivo, quanto a rivolgere l'erudizione stessa verso lo studio dei filosofi antichi. La prima origine del platonismo o, per meglio dire, del neoplatonismo in Italia, si deve infatti a Giorgio Gemisto, soprannominato Pletone, per l'ammirazione che professava a Platone. Nato nel Peloponneso, secondo alcuni, secondo altri solo rifugiato colà da Costantinopoli, egli era il più dotto e autorevole di quanti Greci vennero al Concilio fiorentino. Ed era poi così convinto, anzi entusiasta del platonismo, che s'aspettava da esso anche un rinnovamento religioso. Ciò fece dire ai detrattori di lui, che voleva far rivivere il Paganesimo; ma stando ai suoi scritti, a quelli dei seguaci, ed a ciò che risultò veramente dalle sue dottrine, è più giusto il dire, essere egli convinto che il Cristianesimo avrebbe trovato nuova conferma nella filosofia di Platone, e poteva perciò, sotto altra forma e, secondo lui, più razionale, essere rinnovato. Esaminando le differenze che passano tra la filosofia platonica e l'aristotelica, in un opuscolo che divenne assai celebre,[166] egli dava, come è facile immaginare, la preferenza alla prima, e riduceva tutta la controversia ad una sola questione. I due grandi filosofi ammettono, egli diceva, che la natura operi, non a caso, ma secondo un fine. Aristotele però sostiene che a questo fine si giunge inconsapevolmente, non consulto; Platone invece sostiene più giustamente, che la natura è razionale, è consapevole, consulto agit: la sua è un'arte divina, perchè è Dio che opera in essa.[167] Un'ardentissima disputa sorse intorno a siffatta questione, la quale può sembrare a noi di nessuna importanza, ma ne aveva allora una grandissima. Per essa infatti s'apriva la via al panteismo, ed il concetto del Dio personale, che presso gli Ebrei era stato solo un Dio onnipotente, che nel Cristianesimo era divenuto il Dio padre dei credenti, si trasformava fra noi nel concetto dell'Assoluto filosofico.[168] Gli eruditi greci e italiani, senza rendersi chiara ragione di ciò che facevano, presentivano pure l'importanza grandissima della questione, e però si fermavano tanto intorno ad essa.
Giorgio Scolario e Teodoro Gaza, ambedue greci ed aristotelici, attaccarono fieramente Pletone col solito linguaggio plateale degli eruditi d'allora. Il cardinale Bessarione, volendo metter pace, si lasciò sfuggire che giudicava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio, il quale con più furore che mai si scagliò contro tutti, attaccando lo stesso Platone. Il Bessarione pubblicò allora un'opera voluminosa, In Calumniatorem Platonis, nella quale, pur respingendo gli attacchi di G. Trapezunzio, cercava colla sua facile e molto diffusa eloquenza latina, priva d'ogni originalità letteraria o filosofica, di conciliare tutte le opposte sentenze. Secondo lui Aristotele e Platone dicevano, in sostanza, la medesima cosa. Questa disputa agitata fra i Greci non ebbe una vera importanza filosofica, restando là dove l'aveva lasciata G. G. Pletone; ma richiamò la mente degl'italiani ad una parte dell'erudizione che avevano fin allora troppo trascurata, essendo stato lo studio da essi fatto sui filosofi greci più che altro letterario. G. G. Pletone intanto, senza perder tempo nel rispondere alle ingiurie, prima di tornarsene in patria, seppe infondere nell'animo di Cosimo de' Medici tanta ammirazione per le dottrine platoniche, che lo lasciò deliberato a dare ogni opera per propagarle in Italia, e ripristinare in essa l'antica Accademia.
Ad ottenere questo scopo, Cosimo col suo pratico buon senso, capì che bisognava cercare prima di tutto un uomo adatto, e credè di averlo trovato in un giovinetto che, nato nel 1433 da un medico di Figline, s'era dato a seguir con ardore gli studî del padre. — Tuo figlio, disse Cosimo, è nato a curare gli animi, non i corpi; — e lo accolse, in età di 18 anni, nella propria casa, destinandolo ad essere il futuro campione del platonismo. Questo giovane era Marsilio Ficino, il quale, messosi all'opera con grandissimo zelo, dopo cinque anni di studio, presentò un lavoro sulla filosofia platonica, fatto però solo con le traduzioni. Cosimo lodò molto l'operosità del suo protetto, e gli regalò una villetta presso Careggi, ma gli consigliò di studiare il greco per lavorare sulle fonti. E da quel tempo sino alla fine di sua vita, il Ficino non fece altro che studiare Platone ed i neoplatonici, scrivendo un gran numero di traduzioni e di trattati originali aggiungendo a ciò l'insegnamento che dava ai figli ed ai nipoti di Cosimo, più tardi anche ad una numerosa scolaresca nello Studio fiorentino.
Chi espone le opere del Ficino fa la storia del platonismo in Italia; chi narra la vita di lui fa la storia dell'Accademia Platonica. I suoi seguaci si contentarono di ripeterne le idee, e l'Accademia nacque e morì con lui. Essa non era veramente altro che, una riunione di amici e discepoli, i quali, protetti dai Medici, si radunavano intorno a lui, per discutere di filosofia platonica. Somigliava alle riunioni tenute già nella cella del Marsigli o del Traversari; se non che alle adunanze dell'Accademia, i Medici, specialmente Lorenzo, assistevano più spesso, con più ardore le promovevano, e le materie filosofiche che in esse si disputavano, ebbero un'eco assai più clamorosa in tutta Italia. Alcune delle adunanze si tennero di state nella foresta di Camaldoli; altre più solenni si tenevano ogni anno in Firenze, e nella villa dei Medici a Careggi, il giorno sette di novembre, che, secondo la tradizione alessandrina, era il giorno della nascita e della morte di Platone.[169] L'uso di celebrarlo con solennità, osservato fino ai tempi di Plotino e di Porfirio, veniva ora, dopo 1200 anni, così diceva il Ficino,[170] ripreso. Si cominciava con un desinare, a cui seguiva una disputa filosofica, che finiva generalmente con un'apoteosi e quasi un inno religioso al sommo maestro. Riunioni e dispute meno solenni si tenevano in molte occasioni diverse, ma sempre nello stesso modo familiare e libero.
Il nome di Accademia veniva solo dalle dottrine professate ad imitazione di quelle di Platone. Non aveva, per quanto sappiamo, proprî statuti o regolamenti. S'adunava di solito nella villetta del Ficino presso Careggi; la tenevano unita la sua persona, la sua dottrina, l'ardore de' suoi amici e discepoli.[171] Il che se da un lato la riduce a poca cosa come istituzione, da un altro ne accresce l'importanza storica, perchè la dimostra un prodotto naturale e spontaneo della società in cui nacque. Infatti, mutate appena le condizioni intellettuali e sociali che l'avevano creata, non fu più possibile mantenerla in vita. Essa procedette assai regolarmente fino al 1478; scoppiata allora la sanguinosa congiura dei Pazzi, e incominciate le persecuzioni, gli animi restarono turbati; mancò la tranquillità necessaria alle contemplazioni filosofiche, e le riunioni, già molto diradate, cessarono del tutto colla morte del Ficino. Quelle che si tennero dipoi negli Orti Oricellarî, alle quali assisteva anche il Machiavelli, avevano ben poco da fare col Platonismo, come dimostrano chiaro i suoi dialoghi Dell'Arte della Guerra, e le congiure che ivi si tramarono. Il nome di platoniche, che pure ebbero queste adunanze, si direbbe qualche volta un pretesto per nascondere il loro vero scopo. I tentativi fatti nel secolo XVII da Leopoldo de' Medici per ripristinare l'Accademia, appartengono ad un altro tempo, hanno altro significato, e ben poca importanza nella storia della scienza.[172]
Quasi tutti coloro che scrissero dell'Accademia Platonica e del Ficino, si fermarono a raccogliere minutamente aneddoti biografici e letterarî, cose tutte che hanno un valore assai secondario.[173] Importa invece moltissimo conoscere quale è il merito intrinseco delle dottrine, quale la ragione della grandissima popolarità che ebbero nel secolo XV, quale l'ingegno di coloro che le trovarono o propagarono. In verità, quando si guarda il numeroso elenco dei platonici che si raccolsero intorno al Ficino, reca meraviglia l'osservare che due soli meritano davvero qualche lode come scrittori di opere filosofiche. Uno di essi è Cristoforo Landino, il celebre commentatore di Dante e del Petrarca, ellenista reputato, professore nello Studio, autore delle Disputationes Camaldulenses,[174] nelle quali si dà lungo e minuto ragguaglio delle platoniche discussioni. L'altro è Leon Battista Alberti, sommo artista, poeta, prosatore, erudito, scienziato, uomo universale, precursore di Leonardo da Vinci per la prodigiosa varietà delle sue doti intellettuali. Ad essi s'univano altri minori: Donato Acciaioli, Antonio Canigiani, Naldo Naldi, Peregrino Agli, Alamanno Rinuccini, Giovanni Cavalcanti, che era l'amico più intimo del Ficino, ed altri molti. Pure fra tutti costoro, senza eccettuare neppure il Landino e l'Alberti non se ne trova uno solo che sia vero filosofo: ripetono sempre le stesse idee, e sono le idee del Ficino. Ben si può ricordare che Angelo Poliziano e Lorenzo de' Medici, ingegni certo eminenti, furono anch'essi dell'Accademia Platonica; ma tutti i loro scritti li dimostrano letterati e non filosofi. Pico della Mirandola venne solamente più tardi, neppur lui con originalità filosofica, a farsi propagatore delle idee del Ficino. Ma, pochi o molti, di che cosa parlavano, quali erano e che valore avevano queste dottrine, che trovavano tanti e così ardenti sostenitori?