La nostra meraviglia in vero cresce quanto più noi ci avviciniamo ad essi. Nelle sue Disputationes Camaldulenses il Landino ci rappresenta gli Accademici, durante la state del 1468[175] nel delizioso convento di Camaldoli, adunati colà per godere il fresco, e disputare di filosofia. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino e suo fratello, Alamanno Rinuccini, Leon Battista Alberti allora venuto di Roma e Marsilio Ficino. Dopo aver sentito la messa, andavano all'ombra, sotto gli alberi della foresta, ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla vita attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai poco originali, doversi preferire la prima; Lorenzo de' Medici invece opponendogli che l'una e l'altra sono del pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene, ed abbiamo una serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo comento su Virgilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare, che nell'Eneide si trova nascosta tutta quanta la dottrina platonica e tutta la dottrina cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa. E queste allegorie, le quali facevano dire ad Angelo Maria Bandini, nel riferirle, che i platonici gli sembravano spesso aver perduto la testa,[176] sono ciò su cui essi più di tutto insistono, quasi fosse parte sostanziale della filosofia.

Noi ci volgiamo ora a cercare i discorsi tenuti in uno dei più solenni desinari dell'Accademia, che fu dato nella villa di Careggi, il 7 novembre 1474,[177] per ordine di Lorenzo il Magnifico, sotto la presidenza di messer Francesco Bandini. Qui è lo stesso Ficino che ne stende la minuta narrazione.[178] Gl'invitati al banchetto, scelti dal Bandini furono nove, perchè nove erano le Muse: Antonio degli Agli vescovo di Fiesole, Marsilio Ficino e suo padre, C. Landino, Bernardo Nuzi, Giovanni Cavalcanti, Tommaso Benci, Carlo e Cristoforo Marsuppini. Finito il desinare, cominciò la lettura del Simposio di Platone, e i discorsi tenuti in casa di Agatone furono stranamente esposti dai convitati. Fedro dice nel Simposio, che l'amore ispira l'eroismo, è nato subito dopo del Caos e prima degli altri Dei, è ammirato da chiunque ammira la bellezza. E il Cavalcanti comenta: Iddio principio e fine di tutti i mondi crea gli angeli, che a loro volta formano per mezzo dell'anima universale, creata da Dio, le terze essenze. Queste sono le anime di tutte le cose, e quindi anche dei varî mondi, ai quali dànno vita, perchè il corpo è formato dall'anima. Quando il Caos incomincia a pigliar forma, sente appetito di bellezza, cioè amore; e perciò appunto, secondo Platone, l'amore precede gli altri Dei, i quali sono una cosa stessa cogli angeli. E qui il Cavalcanti comincia a dimostrare come gli angeli sono la stessa cosa che gli Dei antichi, e come le terze essenze sono le idee di Platone e le forme di Aristotele ad un tempo. Ma non si contenta di ciò, e continua dicendo che le terze essenze, create dagli angeli, divengono a loro volta anch'esse identiche agii antichi Dei; e neppure basta, anzi segue una tal confusione da non potere più tener dietro all'autore. Giove è il cielo, Saturno e Venere sono i due pianeti di questo nome; ma essi sono anche le terze essenze o le anime del cielo e dei due pianeti; sono le tre Divinità degli antichi, ed anche tre angeli; sono finalmente l'anima del mondo in quanto essa intende, muove e genera.[179] Ciò che risulta di più chiaro in mezzo a tanta confusione, si è che per gli accademici, Cristianesimo e Paganesimo debbono formare una sola e medesima cosa col Platonismo. L'allegoria è la chiave di vôlta di questo edifizio, o meglio artifizio, nel quale le cose non significano mai sè stesse, ma divengono geroglifici e simboli di altre; e siccome tutto ciò è arbitrario, così esse possono sempre significar tutto quel che si vuole.

Aristofane, uno degl'interlocutori, dice nel Simposio, che in origine v'erano tre sessi, uomini, donne e promiscui, cioè individui che, uomini e donne ad un tempo, avevano due teste, quattro mani, ecc. Questi esseri promiscui vollero lottare cogli Dei, e furono perciò divisi in due metà, una delle quali cerca sempre l'altra; quindi è che solo nella loro riunione possono gli amanti essere felici. Se però i mortali continuano nel proprio orgoglio, saranno puniti con una nuova divisione; e sarà curioso allora, prosegue Aristofane, vederli girare pel mondo come basso-rilievi, con mezza testa, con un occhio, una mano, un piede solamente. Il Landino, cui tocca comentare questo singolare discorso, non cerca l'origine della leggenda, nè la spiegazione mitologica di essa. L'anima, egli dice, fu creata da Dio integra, ornata di lume divino che guarda alle cose superiori, di lume naturale, ingenito che guarda alle inferiori. Ma l'uomo peccò di superbia, volle uguagliarsi a Dio, credendo che potesse bastargli il lume naturale, ingenito; il suo pensiero restò allora rivolto alle sole cose corporali, e la prima unità fu spezzata. Se continuerà nel suo orgoglio, affidandosi tutto al lume naturale, sarà punito di nuovo col perdere anche questo.[180] Ecco la facile spiegazione di tutto.

Ultimo a parlare fu Cristoforo Marsuppini, il quale concluse comentando il bellissimo discorso di Alcibiade, e le parole che questi, in fine del Simposio, rivolge a Socrate. Il comento è fatto dall'oratore, esponendo le idee di Guido Cavalcanti sull'amore, e parlando del divino furore, pel quale l'uomo, sorgendo al disopra della propria natura, in Deum transit. Per esso Iddio trae l'anima caduta nelle cose inferiori, nuovamente alle superiori. E tutto finisce con un elogio dell'amor socratico, ed un inno al divino Amore o sia allo Spirito Santo, che ha ispirato la discussione ed illuminato gli oratori platonici.[181]

Questi filosofi che vogliono avvicinare il Paganesimo ed il Cristianesimo, lo spirito e la materia, il divino e l'umano, Dio e il mondo, non riuscendo a trovare l'unità razionale di tutto ciò, riducono ogni cosa a simboli, a geroglifici. Eppure la grande popolarità e la immensa efficacia di questa filosofia sulla letteratura e sulla cultura del secolo, non può mettersi in dubbio da nessuno; non le si può quindi negare una grande importanza storica. E questa nasce da un nuovo modo di concepire il mondo, che apparisce chiaro abbastanza, anche in mezzo alla nebbia delle più strane allegorie. Pei platonici il mondo è divenuto il gran Cosmo fisico e morale, creato dall'amor divino, immagine del Dio che l'abita, e che essi risguardano non già come una persona vivente, ma come l'Unità suprema del tutto, lo Spirito universale, l'Assoluto. E questo concetto, per opera loro, penetra nella letteratura della seconda metà del secolo XV, la informa e ne determina il carattere. Quindi è chiaro che il Platonismo italiano, senza nessun grande valore scientifico, è pure un elemento importantissimo della nuova cultura.

Ma, per conoscerlo pienamente, è pur necessario fermarsi sulle opere di colui che seppe meglio formularlo ed insegnarlo. Marsilio Ficino ebbe una sconfinata ammirazione per tutta quanta la filosofia antica; lesse e volle assimilarsi Platone, Aristotele, i neoplatonici, ogni brano che trovava citato di Confucio, Zoroastro, ecc. Tutto ciò che essi dicono è sacro per lui, solamente perchè antico; e così i suoi scritti diventano una vasta congerie di elementi diversi, senza che egli ritrovi un vero principio dominatore ed organico, che possa valere a costituire un sistema, e dargli diritto al nome di filosofo originale. Le allegorie neoplatoniche, che G. Pletone e gli altri suoi connazionali portarono fra noi, sono il solo mezzo con cui egli sappia riunire i diversi elementi. Pure il Ficino si propose uno scopo assai notevole, che comincia a farci intravedere la sua importanza filosofica. In mezzo al trionfo dell'antichità pagana, egli vide che il Cristianesimo non poteva cadere; ma vide del pari che la sola autorità dei profeti, della Bibbia, della rivelazione non bastava più allora a sostenerlo e mantenerlo vivo negli animi. Bisognava dunque ricorrere alla ragione, a quella che era per lui la vera filosofia, cioè alla filosofia antica; ora fra i varî sistemi, quello che meglio di tutti si prestava allo scopo, era senza dubbio il Platonismo. Così nacque in lui il pensiero, e lo dichiara egli stesso, di fondare il Cristianesimo sulla dottrina platonica, di provare anzi che sono una sola e medesima cosa, e che l'uno è la conseguenza logica dell'altra. Questa dottrina parve allora una nuova rivelazione, ed è per essa che egli accendeva le candele innanzi a Platone, e lo adorava come santo. Nel suo libro Della Religione Cristiana, infatti, i più solidi argomenti che egli trovi a sostegno di essa, sono i responsi delle Sibille, i vaticinî che della venuta di Gesù Cristo fecero Virgilio, Platone, Plotino, Porfirio. La vita di Socrate è per lui un simbolo continuo della vita di Gesù, le dottrine dell'uno e dell'altro sono identiche. Così l'antichità veniva ribenedetta dal Cristianesimo, che a sua volta era dimostrato vero dall'antichità. Che cosa poteva avere maggiore importanza per gli eruditi del secolo XV? Il Ficino era così pieno, così entusiasta di queste sue idee, che qualche volta, più che l'inventore d'un nuovo sistema, sembrava credersi il fondatore d'una nuova religione.

Scrisse un gran numero di epistole, traduzioni e trattati in latino; ma il più grande e solido monumento alla sua fama fu la prima e, per molto tempo, la sola buona traduzione di tutte le opere di Platone. A questa lavorò indefessamente gran parte della vita, meditando anche un'opera che doveva raccogliere sistematicamente, in organica unità, le sue dottrine. Al quale proposito egli ci dice, che fu lungamente incerto se quest'opera dovesse essere una esposizione filosofica dell'antica religione pagana, ovvero una dimostrazione del Cristianesimo, fatta coll'aiuto dell'antica filosofia. Prevalse il secondo concetto; ma la nuova opera fu tuttavia intitolata Theologia Platonica, il che ben dimostra qual fosse l'ordine delle idee, in cui era entrato l'autore. Essa riuscì una vasta ed incomposta enciclopedia erudita, scritta con uno stile confuso e scolorito, difetto che si trova in tutte quante le sue opere, perchè, sebbene egli avesse consumata la vita intera sui classici, la incertezza delle idee gli rendeva impossibile acquistare una vera originalità e vigorìa di stile.

Nel leggere attentamente la Theologia Platonica, si direbbe più di una volta, che i materiali ivi accumulati comincino come a fermentare, e che seguano fra loro assimilazioni spontanee, di cui l'autore stesso non si rende conto. Vi è in fatti qualche cosa che può dirsi un resultato del pensiero del secolo, un progresso impersonale della scienza, di cui il Ficino sembra più lo strumento che l'autore. La quistione del consulto o non consulto agit nella natura, diviene, sin dal principio, quella intorno a cui tutte le altre s'aggruppano, ed è da lui risoluta nel modo stesso che aveva fatto Gemisto Pletone. Egli distingue nel mondo due diverse categorie di anime. Le une sono intellettuali ed universali; le altre sensibili, mortali, ma anch'esse razionali. Queste, che chiama le terze essenze delle cose, si trovano in tutta la natura, e l'animano. La terra, la luce, l'aria, i pianeti hanno, ciascuno, la loro terza essenza, e ciò spiega come la terra produca le piante, nell'acqua si generino animali, ecc. Le terze essenze inoltre sono divise in dodici ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco; ma s'uniscono e confondono fra loro, formando anime o terze essenze più generali. Così nel nostro pianeta vi sono l'acqua, la terra, l'aria, che hanno, ciascuna, la loro terza essenza; ma questo pianeta ha anche la sua propria e più generale, che tutte le comprende.

L'uomo poi ha due anime, l'una razionale e sensibile, che è la terza essenza del corpo, col quale essa muore; l'altra, intellettuale, immortale, infusa direttamente da Dio. Per mezzo di questa, la creatura si trova in relazione, e può venire in contatto col Creatore: in essa si specchiano tutte le altre, che infondono vita nell'universo. Così l'uomo è un microcosmo; può discendere fino agli animali, alla natura inanimata, e salire agli angeli, a Dio che gli parla e lo guida. Gli astri, le piante, le pietre stesse hanno poi colle loro terze essenze diretta influenza sulle passioni, sul destino di lui. E con ciò si viene a dimostrare la verità delle scienze occulte, a cui il Ficino prestava una fede quasi puerile. Attribuiva a Saturno la sua continua malinconia; ogni giorno mutava con scrupolosa diligenza i suoi amuleti, dai quali mai non si separava. Su tutte queste cose egli scrisse un trattato, De vita coelitus comparanda,[182] che bisogna leggere per vedere fino a qual punto arrivassero i pregiudizî d'un uomo così dotto, e d'un secolo tanto progredito. La fede che ebbero nelle scienze occulte gli uomini più notevoli del Rinascimento, è un'altra delle non poche contradizioni che noi osserviamo in quel tempo. Pure, chi bene la esamina, s'accorge che essa era alimentata dal bisogno di sostituir sempre alle spiegazioni soprannaturali una naturale, anche quando la scienza non era in grado di trovarla.

Se ora guardiamo questa filosofia del Ficino nella sua generale unità, apparisce assai chiara la tendenza irresistibile a cercare un'anima universale e razionale, la quale sembra infatti, ne' suoi scritti, confondersi col mondo e con Dio stesso. Le sue terze essenze, che sono una cosa sola colle idee di Platone, colle forme d'Aristotele, e s'uniscono poi fra loro in anime più generali, come potrebbero non riunirsi tutte in un'anima sola? Il mondo non è, secondo le stesse parole del Ficino, un grande animale vivente? La natura non ha essa un'anima razionale che consulto agit? Se non che, innanzi a queste che pur sono le conseguenze naturali, inevitabili delle sue premesse, il nostro autore s'arresta quasi spaventato, perchè egli deve accettare e spiegare la creazione dal nulla, e non può rinunziare al Dio personale del Cristianesimo.