Quando però viene ad esporre filosoficamente la creazione, torna sempre alle stesse idee, e s'avvicina di nuovo alle conseguenze da cui rifugge. Iddio concepisce (ed il concepire nella mente divina equivale al creare) l'anima sensibile delle cose, e l'anima immortale, angelica. Con questa Esso forma gli angeli, per mezzo dei quali crea le terze essenze, che sono a lui tanto inferiori che non può degnarsi di crearle direttamente. In noi, però, come vedemmo, oltre l'anima del corpo, ve n'è una immortale, creata, infusa da Dio, e per mezzo di essa la debole creatura umana può ascendere fino al divino ed eterno. A bene esaminarla, la creazione del Ficino è una emanazione; il suo Dio è l'anima e l'unità del mondo, anzi la sola definizione che egli sappia darne è: l'Unità assoluta di tutte le cose. Il Panteismo, conseguenza logica di questo concetto, è nell'aria stessa del secolo XV, che non trova altro modo di conciliare Dio e la natura, il divino e l'umano. Già scientificamente abbozzato dal Cusano, reso popolare dal Ficino, venne poi esplicitamente formulato e sostenuto dal Bruno. Se non che il Cusano ed il Bruno sono veri pensatori e filosofi, il Ficino è invece un erudito che filosofeggia senza vera originalità. Il concetto panteistico si manifesta nelle sue opere in un modo indistinto e confuso, quasi inconsapevole; ma ciò appunto lo dimostra un resultato dei bisogni generali del tempo, lo rende subito popolare, e lo fa penetrare largamente nella letteratura. Nelle poesie di Lorenzo il Magnifico, del Poliziano, dell'Alberti, in molti anche dei prosatori contemporanei, il Dio personale s'è mutato nell'Assoluto, il mondo è il gran Cosmo da esso abitato ed animato, la natura lungi dall'essere disprezzata, è quasi divina anch'essa. Questa trasformazione, come dicemmo, si deve appunto al Ficino ed all'Accademia Platonica, che scompariscono senza lasciare un nuovo sistema, ma lasciano invece un nuovo modo di vedere il mondo, e di concepire Iddio.

L'ardore entusiasta del Ficino, nello spiegare le nuove dottrine, trovò un'eco grandissima in Italia e fuori. Alle lezioni che dava nello Studio, accorrevano uditori d'ogni parte del mondo. Molti Inglesi tornarono in patria, portandovi l'ellenismo italiano; anche il Reuchlin, quando passò per Firenze, fu più che mai convertito alle nuove idee, le quali già trovavano grande favore in Germania, dove aiutarono la Riforma religiosa, che cominciò colla interpetrazione individuale delle Sacre Scritture, e col mettere il credente in diretta comunicazione col suo Creatore, senza bisogno di alcun intermediario: in Italia invece le conseguenze dell'erudizione restarono sempre letterarie e scientifiche.

Giovanni Pico della Mirandola, tanto celebre in tutta Europa, era chiamato fra noi la Fenice degl'ingegni, per la conoscenza che si diceva avesse di ventidue lingue, per la grande erudizione, la straordinaria memoria, al che si aggiungeva la bontà del suo carattere, l'amabile e gentile aspetto, l'avere egli, di famiglia principesca, abbandonato tutto pei suoi studî. Esaltato dalle lodi che gli facevano, e da una filosofia che colle sue allegorie pretendeva di abbracciare l'universo, propose una specie di singolare torneo scientifico, che doveva darsi in Roma. Aveva ridotto lo scibile in 900 conclusioni, su ciascuna delle quali si offeriva pronto a dare risposta a tutti i dotti, che invitava promettendo di pagare il viaggio ai più poveri. L'esperimento non si fece, per le difficoltà frapposte dal Papa, all'autorità del quale Giovanni Pico fu sempre ossequentissimo. Pure anche quest'uomo che levò allora così gran fama di sè, fu in sostanza un ingegno non molto diverso dagli altri seguaci del Ficino. Le sue cognizioni erano estese, ma superficiali; i suoi giudizî, guidati più dall'entusiasmo che dalla critica. Egli trovava le poesie di Lorenzo de' Medici superiori a quelle di Dante e del Petrarca. Della più parte delle ventidue lingue che pretendeva avere studiate, conosceva poco più che l'alfabeto e gli elementi grammaticali. Tuttavia, ellenista e latinista fra i valenti, fu ancora dei primi a promuovere gli studî orientali. Ma nè i suoi scritti italiani o latini, e molto meno la sua filosofia, hanno alcuna originalità. Voleva conciliare Averroè ed Avicenna, Scoto e San Tommaso, Platone ed Aristotele, per combattere i nemici della Chiesa. Ciò doveva portarlo di necessità ad unirsi col Ficino, che voleva appunto combattere «la religione dell'ignoranza e la filosofia della miscredenza.» Amico dei Medici, egli finì ammiratore entusiasta del Savonarola, e fu sepolto in San Marco, dopo che lo ebbero, secondo la sua ultima volontà, vestito dell'abito dei Domenicani.[183] Cessò di vivere nel 1494, anno memorabile nella storia dell'Italia e di tutta l'Europa.

8. — RISORGIMENTO DELLA LETTERATURA ITALIANA.

I Platonici e gli eruditi scompariscono ora assai rapidamente dalla scena, e la letteratura nazionale che s'è andata per sì lungo tempo apparecchiando, comincia a manifestarsi in tutto il suo nuovo splendore.

Nel secolo XV il nostro volgare era assai decaduto, per colpa principalmente degli eruditi, che o scrivevano latino, o forzavano l'italiano ad una artificiosa imitazione del latino. L'anno 1441 fu fatto nel Duomo, in occasione della dimora in Firenze d'Eugenio IV, un solenne esperimento letterario, chiamato Accademia Coronaria, perchè si prometteva una corona d'argento a chi leggesse i migliori versi italiani sull'amicizia. Ed il premio non fu potuto concedere, tanto riuscirono miserabili quelle poesie, che anche oggi nessuno può leggere senza restar maravigliato del gusto corrotto e del puerile artificio. S'ingannerebbe però chi credesse che lo scrivere in volgare fosse stato allora abbandonato del tutto. Canzoni italiane, composte da scrittori poco noti, ma non poco numerosi, venivano cantate dal popolo delle città e delle campagne, e in italiano si scrivevano le lettere familiari, molti racconti, novelle, cronache. Era una letteratura in gran parte fatta pel popolo, ed a cui il popolo in più modi pigliava parte, senza che si potesse dire popolare nel vero senso della parola. Ed andò, col procedere del secolo XV, crescendo sempre d'importanza, fino a che i dotti, abbandonato il latino, tornarono anch'essi all'italiano, iniziando così un secondo grande periodo nella storia delle nostre lettere.

I Platonici vanno messi appunto fra coloro che primi tornarono alla lingua volgare. Cristoforo Landino aveva molto aiutato a ciò, promovendo coi suoi Commenti lo studio di Dante e del Petrarca. Ma a Leon Battista Alberti spetta un luogo ancora più onorevole. Nato (l'anno preciso è incerto) circa il 1404 a Venezia, dove la sua famiglia era esiliata, si dimostrò subito uomo singolarissimo. D'una gran forza e bellezza, egli riusciva mirabilmente in tutti gli esercizî del corpo, in tutte le opere d'ingegno. Era valente nella musica, nel canto, nelle arti del disegno, nelle lettere e nelle scienze, tanto le morali, quanto le matematiche o naturali, nelle quali molte scoperte sono a lui attribuite.[184] Il Landino, il Poliziano[185] ed altri esaltarono, non solo la universalità di questo singolare ingegno, ma, quello che ora più importa notare, anche i suoi meriti nel promuovere lo studio e l'uso dell'italiano, cosa che risulta assai chiara anche dalla lettura delle sue opere, sebbene intorno ad alcune di esse si siano fatte e si facciano molte dispute. Alcune poesie dell'Alberti hanno di certo una freschezza e spontaneità grande;[186] ma ciò potrebbe far meraviglia se il Poliziano e Lorenzo de' Medici non ci dimostrassero che la Musa italiana già si ridestava allora animata da uno spirito nuovo, quasi rinascendo per seconda giovinezza. La sua prosa è veramente molto artificiosa per la continua imitazione del latino; pure merita una particolar menzione l'opera intitolata: La cura della famiglia, e specialmente il terzo libro di essa, L'Economico o Il Padre di famiglia, in cui si descrive appunto il buon padre, ed il miglior modo di governare la casa. Questo è quasi un lavoro a parte, e nella prefazione che lo precede, l'Alberti piglia le difese della lingua italiana, che dichiara non punto inferiore alla latina, ed aggiunge di voler fare uso d'uno stile «nudo e semplice.[187]» Infatti la sua prosa qui è assai più spontanea del solito, tanto che egli sembra voler fare uno sforzo per tornare all'aurea semplicità del Trecento.

L'Economico è generalmente noto nella forma assai più disinvolta e popolare che ricevette da Agnolo Pandolfini, col titolo: Del governo della famiglia; ed è in questa forma uno dei più bei monumenti della nostra letteratura. Si è da alcuni sostenuto che il Pandolfini avesse copiato e migliorato l'Alberti, da altri invece il contrario. Certo è però che il primo scrive in una lingua parlata, molto ricca ed evidente, sebbene non sempre irreprensibile affatto nella grammatica, mentre l'Alberti è più corretto grammaticalmente, ma è più pesante, non ba di certo la semplicità del Pandolfini. Nel suo linguaggio si vede l'innesto della forma popolare con la erudita, le quali non sono ancora ben fuse insieme, rimanendone offuscato il nativo splendore della prima. Non è ancora accertato pienamente quale dei due libri sia l'originale, quale il rifacimento; ma il trovarlo diffuso sotto due forme diverse, prova certo che esso esprime i sentimenti e le opinioni del tempo, il che lo rende importante non solo nella storia della lingua e della letteratura, ma ancora in quella della società italiana.[188]

Quest'opera, massime nella forma che gli ha dato il Pandolfini, sembra scritta da un uomo vissuto tra la fine del secolo XIV e il principio del XV, il quale, dopo aver preso parte al governo della città, si ritira disgustato in villa, per darsi al comporre. Così abbiamo in essa una fedele descrizione dello stato sociale, morale e intellettuale degl'Italiani nel secolo XV, quale vanamente cercheremmo negli storici. Qui v'è sopratutto un profondo disgusto della vita politica, «vita d'ingiurie, d'invidia, di sdegni e di sospetti.[189]» Lo spirito italiano già si sente condannato a rinchiudersi in sè stesso, senza trovare nella sua coscienza il conforto della vita religiosa. La virtù gli sembra risultare unicamente dal bisogno d'un benessere quasi artistico, «è tutta lieta e graziosa.[190]» Ciò che si vuole è solo: non aver l'animo alterato da alcuna cupidigia, pentimento o dolore;[191] mantenere non mai disturbata l'armonia interiore. L'onestà è il più bello ornamento della donna, che il vizio rende volgare e brutta.[192] Trasparisce anche assai chiara la nuova tendenza infusa nello spirito italiano dal Platonismo. In questo libro infatti la virtù risulta da una legge necessaria della nostra natura, non da alcun comando di autorità superiore. Quando il capo della famiglia prende moglie, la conduce innanzi al domestico tabernacolo della Madonna, e là pregano inginocchiati, non la Vergine o i Santi, ma il Sommo Iddio. Nè si raccomandano per avere la felicità di un'altra vita, ma solo perchè sia loro dato di godere i beni di questo mondo. La moglie deve saper governare la casa con l'accortezza e la gentilezza, per mantenere sempre l'armonia generale, e perchè tutti siano felici. Noi siamo come dinanzi a un quadro di Masaccio o del Lippi. Non v'è nessuno slancio, nessuna aspirazione verso l'infinito, v'è un'armonia che si contenta di sè, che è come il principio universale della vita, quale l'intendevano allora gl'italiani. Ogni piccolo accessorio di questo quadro ci pone dinanzi agli occhi la democrazia fiorentina, con la sua raffinatezza e la sua civile uguaglianza. In quasi tutta Europa il contadino era ancora attaccato alla gleba, in una condizione servile; egli qui è già divenuto il tormento del suo padrone. Vuole che gli sia comperato il bue, la giumenta, le pecore; vuole che gli sian pagati i debiti, gli sia data la dote per la figliuola, fatta la casa e fornite le masserizie: nè mai si contenta.[193]

Ma fra le sorgenti della nuova letteratura, specialmente della prosa, che sono pur molte, dobbiamo qui menzionare le corrispondenze politiche e diplomatiche, che in questo secolo divengono davvero uno dei più notevoli monumenti letterarî, che abbia non solo l'Italia, ma l'Europa. Esse non erano scritte per esercizi di retorica erudita, ma per condurre gli affari ad un fine determinato, e giunsero perciò subito ad una semplicità, spontaneità e lucidezza veramente singolari.