Nelle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, recentemente pubblicate,[194] si vede ancora lo sforzo con cui lo scrittore cercava innestare l'incolto, ma ingenuo linguaggio popolare col periodo latino degli eruditi; si vede il processo di formazione della nuova prosa. Questo sforzo è cessato, e la prosa politica italiana ha superato ogni incertezza, senza però ancora nascondere del tutto i due elementi da cui risulta, nelle lettere di Lorenzo dei Medici, delle quali il Guicciardini stesso fece i più alti elogi.[195] In esse si scorge da un lato la popolare disinvoltura con cui scriveva questo discepolo del Ficino e amico del Poliziano, e da un altro quella mirabile prudenza con cui egli cercava mantenere l'equilibrio fra gli Stati italiani, la grande autorità che esercitava su di essi, in tutta la Penisola. Quando Ferdinando di Napoli vuol fare una lega particolare col Papa, Lorenzo subito s'adopera, perchè si levi «questa scintilla d'alterazione in Italia,»[196] e si faccia invece una pace generale. Quando sua figlia Maddalena sposa Franceschetto Cibo, figlio naturale del Papa, egli subito avverte, che non intende stringere legami a danno della pace generale d'Italia, nè fare lontani disegni per l'avvenire, a cui bisogna, invece, «pensare dì per dì, e secondo che si troverà il suono ballare.»[197] Quando il Papa vuol chiamare in Italia il duca di Lorena, egli s'adopera a tutt'uomo per impedirlo, ponendo innanzi i molti pericoli, cui essi sarebbero andati incontro, e ricordando «che non è in mano degli uomini tenere la briglia alla fortuna.» Il duca di Milano, Lodovico il Moro, sempre vario e mutabile ed ambizioso, che ogni ora fa nascere nuove complicazioni, va trattato, egli dice, come porta la sua natura, secondandolo, cioè, fino a che è possibile senza pericolo; ma in modo da «restare a cavallo,» quando egli volesse mutare.[198] È quindi tanto più necessario tenersi amici i Veneziani, «per aver sempre qualche àncora in «mare.»[199] E quando suo figlio Giovanni, a 17 anni già da un pezzo cardinale, parte per Roma, Lorenzo lo avverte dei pericoli, cui va incontro in una città così corrotta, e gli ricorda che a Firenze giova l'unione colla Chiesa, e che «l'interesse della casa nostra ne va con «quello della Città; sicchè voi dovete essere in ciò buona catena, e non vi debbono, in ogni caso, mancare modi di salvare, come si dice, la capra e i cavoli.»[200] — Questa prosa disinvolta, popolare, efficace, divenne subito generalissima in Toscana, e Lorenzo de' Medici fu dei primi ad usarla, come fu dei primi ancora a scrivere poesie volgari.

Nel Trecento era seguìto fra noi un innesto di due poesie, che facilmente si possono distinguere anche oggi nei sonetti, nelle canzoni, nella stessa Divina Commedia. Una era semplice, chiara, spontanea; ispirazione, se non del tutto, certo assai più popolare dell'altra, che era artificiosa, allegorica, scolastica, cortigiana, imitazione francese o provenzale. Da questa unione d'elementi diversi, il genio nazionale aveva, aiutandosi sin d'allora collo studio dei classici, cavata una letteratura nuova. Ed essa discese assai facilmente nel popolo, che, rapìto, dominato da un'arte a lui superiore, e pur da lui intesa e gustata, sembrava non aver quasi più bisogno d'altre canzoni o d'altri racconti suoi proprî. Ma in sul finire del secolo XIV i letterati scrivevano latino, ed il popolo, che in mezzo alle lotte della libertà, aveva assai progredito anche nella cultura, dovette altrimenti provvedere ai bisogni del suo spirito. Per tutta la campagna toscana[201] s'udirono allora nuove canzoni, rispetti, strambotti; e nelle città si moltiplicarono prodigiosamente le novelle, i racconti d'avventure cavalleresche, che dalla Francia s'erano diffusi tra noi, e le sacre rappresentazioni. Tutto ciò naturalmente in lingua volgare.

Alcuni rispetti, alcuni strambotti e qualche canzone sgorgarono veramente dal cuore del popolo. Essi risuonano ancora oggi fra le valli toscane, dove, osserva il D'Ancona, sono come l'eco dell'ultima creazione d'un popolo che perdeva allora la sua libertà.[202] Ma altri non pochi, e i racconti cavallereschi, e le sacre o profane rappresentazioni non si possono dire creazione impersonale del popolo, perchè erano invece composti da una specie di cantastorie, che, sorti dal popolo per il quale scrivevano, non mancavano d'una qualche cultura, sebbene assai imperfetta. Noi vi troviamo spesso reminiscenze classiche ed artificî retorici, ben di rado vera spontaneità popolare. V'è però una certa semplicità ed anche una certa ingenua delicatezza di sentire, che attestano l'origine di questi lavori, e ricordano come il popolo fosse allora assai meno corrotto degli uomini culti e di tutti gli ordini superiori della società. Gli eruditi scrivevano l'Ermafrodito, le Invettive, oscenità d'ogni sorta: i cantastorie narravano le fantastiche prodezze dei cavalieri erranti; gli amori infelici d'Ippolito e Dianora, e la loro eroica abnegazione;[203] le sventure di Ginevra degli Almieri, che, uscita dalla tomba in cui fu sepolta viva, non è riconosciuta nè dal marito nè dalla madre che la fuggono, ma solo dal primo amante, da cui era stata per forza separata, e che ora la salva,

Mischiando la letizia col dolore.[204]

La poesia italiana del secolo XV fu dai letterati fondata in gran parte su questa poesia che spesso è chiamata popolare, quantunque tale propriamente non sia. Ed in verità i canti dei letterati e quelli del popolo s'intrecciano fra noi per modo, e tanta azione e reazione esercitano gli uni sugli altri, che il distinguerli è spesso impresa molto malagevole anche alla critica dei più acuti ed intelligenti. Comunque sia di ciò, uno dei primi, non solo a proteggere, ma a promuovere e coltivare la nuova poesia, fu Lorenzo de' Medici. A lui che fondava la tirannide, appoggiandosi sul popolo contro i Grandi, conveniva molto farsi conoscere anche come poeta del popolo, massime in una città come Firenze, dove il dominio intellettuale era la base più solida al dominio politico. Le stampe del tempo ce lo rappresentano, di fatti, in mezzo alla moltitudine, occupato a cantar poesie.

Per render giustizia al valore letterario di Lorenzo, non è necessario in modo alcuno seguire i ditirambi del Roscoe e del Ruth, che vorrebbero farne addirittura un genio.[205] Egli fu in poesia ciò che era stato in tutto il resto, conoscitore degli uomini, osservatore accorto, di gusto finissimo, senza però un animo abbastanza elevato per giungere alle somme altezze dell'arte. Ne è una prova la storia che ci fa egli stesso delle sue prime ispirazioni. Quando morì la bella Simonetta, amata da Giuliano dei Medici, molti poeti, fra cui il Poliziano,[206] ne scrissero le lodi. Lorenzo, per fare anch'egli qualcosa di simile, s'immaginò d'aver perduto la sua amata; ma poi ne cercò una addirittura, la trovò in Lucrezia Donati,[207] giovane bella e d'ingegno, e si diè subito a scrivere versi d'amore. Tutto ciò non gl'impediva di far trattare pel suo matrimonio con Clarice Orsini a Roma. E la madre Lucrezia Tornabuoni scriveva allora al marito Piero dei Medici, così ragionando della fidanzata: «È di recipiente grandezza, e bianca, et ha sì dolce maniera, non però sì gentile come le nostre; ma è di gran modestia, e da ridulla presto a nostri costumi. Il capo non ha biondo, perchè non se n'ha di qua; pendono i suoi capegli in rosso, e n'ha assai. La faccia del viso pende un poco tondetta, ma non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma mi pare un po' sotiletta. Il petto non potemo vedere, perchè usano ire tutte turate; ma mostra di buona qualità.... La mano ha lunga e isvelta. E tutto raccolto, giudichiamo la fanciulla assai più che comunale.[208]» E dopo una così minuta descrizione del corpo, non una parola sola dell'animo, dell'ingegno e del carattere. Lorenzo poi che il 4 giugno 1469, in età di ventun'anno, si fidanzava con questa fanciulla, scriveva nei suoi Ricordi: «Tolsi donna,... ovvero mi fu data.»[209]

E le sue poesie, che pure han molto valore, lo dimostrano degno figlio di questa madre. A diciassette anni descriveva le labbra, gli occhi, i capelli dell'amata; lodava i monti, il praticello fiorito, il fiume, la solitudine campestre, in cui poteva contemplare l'immagine di lei, lungi dal rumore della città. Fin d'allora troviamo in esse gusto finissimo, disinvoltura, forma spontanea e qualche volta anche troppo popolare: egli descriveva la natura ed il mondo reale con una evidenza propria d'osservatore acutissimo. Queste qualità vanno più tardi risplendendo sempre di più nei varî componimenti di Lorenzo, giacchè egli sinceramente ammirava il bello, amava la vita campestre, ed era un vero artista, un pittore del mondo esteriore. Alla potenza descrittiva s'aggiunge nei Beoni uno spirito mordace e satirico; ma l'indole propria della sua poesia apparisce principalmente nelle Canzoni a ballo, che egli prese dal popolo, dando ad esse la loro vera forma, e nei Canti Carnascialeschi, che esistevano appena in germe, e che egli sollevò a dignità letteraria, divenendo così il creatore del genere.

Il pensiero dominante in queste poesie è: godete oggi della vita, abbandonatevi ai piaceri, e non pensate al domani. Non esitate, o giovanetti, colle donne, e voi

Arrendetevi, belle,

A' vostri innamorati,