Rendete e' cuor furati,
Non fate guerra al maggio.[210]
L'accorto politico, che voleva addormentare il popolo nei sensi, ai quali egli medesimo s'abbandonava, qui manifesta tutto sè stesso, ritrovando la sua massima spontaneità di stile e freschezza di forma. Ma qui ancora si vede, che la sua è un'arte corruttrice, la quale in ciò appunto trova la propria condanna. Se nelle Canzoni a ballo è contento del dolce far niente e d'una vita sensuale, nei Canti Carnascialeschi va ancora più oltre. Alcuni di essi ci pongono innanzi, con molto brio, figure mitologiche, piene di vita; altri invece descrivono oscenità tali, che oggi non si potrebbero neppure accennare, e che allora venivano senza ritegno cantate nelle pubbliche vie, ed erano opera d'un principe ammirato in tutto il mondo civile. Egli dirigeva le feste e le mascherate carnevalesche, chiamando in suo aiuto scultori e pittori,[211] per renderle più allegre, e per fare colla eleganza del gusto penetrare più addentro la corruzione dei costumi; faceva comporre la musica che doveva accompagnare le sue oscene canzoni, e mescolandosi coi letterati, cogli artisti e col popolo, era l'anima e la guida di tutti questi baccanali. Non si può tuttavia negare che Lorenzo, trattando varî generi di poesia, che trovò diffusi nel popolo, e sollevandoli a vera dignità di arte, fu promotore d'una rivoluzione letteraria, nella quale, se alcuni dei contemporanei lo superarono, egli ebbe pure una parte che gli torna a sommo onore.[212]
Il vero rinnovatore della poesia italiana nel secolo XV fu però Angelo Ambrogini da Monte Pulciano, chiamato il Poliziano. Nato il 14 luglio 1454, fu sino al 1474 discepolo nello Studio Fiorentino, dove ascoltò il Ficino, l'Andronico, l'Argiropulo, il Landino. A sedici anni aveva cominciato una traduzione d'Omero, che lo fece chiamare dal Ficino l'omerico fanciullo, e gli assicurò per sempre la protezione di Lorenzo, il quale l'accolse nella propria casa, e lo volle maestro di suo figlio Piero.[213] A 29 anni era professore d'eloquenza greca e latina nello Studio, ed alle sue lezioni accorrevano non solo Italiani, come Pico della Mirandola e i Medici stessi, ma stranieri d'ogni nazione. Poco di poi, nel 1486, fu nominato canonico della Cattedrale. In breve tempo la sua fama aveva riempito tutta Italia e passato anche le Alpi. Dimostrò un grande acume critico, specialmente paragonando i testi antichi, nelle sue Miscellanee; collazionando poi l'edizione delle Pandette, pubblicata a Venezia nel 1485, sul codice Laurenziano, conosciuto col nome di Pandette d'Amalfi, fece osservazioni che forse furono troppo lodate, ma che pur dimostravano di che grande aiuto la filologia poteva essere alla giurisprudenza.[214]
Il merito principale del Poliziano sta però nelle poesie, e spesso anche le più belle prolusioni che leggeva dalla cattedra non erano che versi latini, nei quali restò senza rivali fin dalla prima giovinezza. A diciotto anni i suoi versi greci erano stati molto lodati; ma egli aveva addirittura fatto maravigliare il mondo colla sua elegia latina in morte di Albiera degli Albizzi. In essa pare che il sentimento pagano per la bella forma, e l'eterea gentilezza dei pittori del Quattrocento si siano riuniti; che la lingua italiana si sia fusa con la latina, la quale, pur essendo morta, pareva ritornata ad essere lingua parlata e viva, tante erano la sua vivacità, la sua freschezza. Si direbbe che il soffio della poesia popolare italiana rianimi adesso di nuova vita l'erudito, e lo renda capace di ricondurre il suo latino alla primitiva spontaneità greca. In questa elegia troviamo la medesima inarrivabile eleganza, lo stesso lusso di descrizioni, ed anche la stessa composizione, qualche volta alquanto artificiosa, delle immortali Stanze italiane. Bellissime sono le ultime parole della moribonda al marito, che osserva, atterrito, il pallore crescere di momento in momento sul volto dell'amata, la quale
Illius aspectu morientia lumina pascit,
e già si sente come rapire nell'altra vita:
.... Heu! nostro torpet in ore sonus;
Heu rapior! Tu vive mihi, tibi mortua vivam.
Caligant oculi iam mihi morte graves.