Questi pregi che il Poliziano ebbe sin dal principio, aumentarono sempre, come può vedersi, fra le molte altre, nella poesia in morte della bella Simonetta, e in quella stupenda sulle viole.[215] Leggendo questi versi, che sono più classici di quanti se ne scrissero prima dagli eruditi, il lettore qualche volta, quasi obliando sè stesso, crede di vedere il latino trasformarsi nel nuovo e più bel fiore della poesia italiana, la quale rinasce davvero sotto i suoi occhi. È ora infatti che la crisalide italiana rompe l'involucro latino, dentro cui s'era lungo tempo nascosta, e comparisce finalmente alla luce del sole.
Il Poliziano resta immortale nella storia della letteratura italiana, come autore delle Stanze per la Giostra di Giuliano de' Medici, perchè esse incominciano addirittura il secondo e non meno splendido periodo della nostra poesia. Formano il principio d'un poema che non va oltre la quarantesimasesta ottava del secondo libro, restando interrotto, assai probabilmente, per la morte di Giuliano nella congiura dei Pazzi.[216] Esse sono però un lavoro di tal natura, che soffre assai poco da questa interruzione, mancandovi ogni unità, ogni materia epica, a segno tale che riesce in vero assai difficile argomentare come il poeta avrebbe potuto continuarlo e come finirlo. Il suo gran pregio sta tutto in una forma limpida, elegante, cristallina, d'una freschezza impareggiabile. L'ottava, osserva giustamente il Carducci, che era stata diffusa nel Boccaccio, stemperata nel Pulci, aspra ed ineguale in Lorenzo, acquista nel Poliziano unità, armonia, colore, varietà, quel carattere che poi ha sempre serbato. Posto fra la letteratura originale, primitiva del Trecento, e quella più varia, raffinata, e pur sempre d'imitazione, che fiorisce nel Cinquecento, egli riunisce le grazie dell'una col vigore dell'altra, somigliando in ciò ai pittori del Quattrocento, che resero assai più gentile la pittura di Giotto, più perfetta la tecnica dell'arte, senza ancora cadere nel convenzionale, che comincia ben presto nel Cinquecento. Tutto questo però, non bisogna dimenticarlo, è vero solo per la forma; giacchè quanto alla sostanza il Poliziano non ha certo nè l'altezza o il vigore di Dante, nè la fantasia dell'Ariosto. Ma è una forma che può dirsi poesia essa stessa, e riproduce la natura con una eleganza inarrivabile. Le donne del Poliziano non sono così mistiche ed aeree come quelle di Dante, non così sensuali come quelle dell'Ariosto; hanno una delicatezza e dolcezza che innamora; ricordano il Lippi ed il Ghirlandaio. La bella Simonetta è nelle Stanze sensibile e visibile, ma non manca di bellezza ideale:
Ridegli attorno tutta la foresta,
. . . . . . . . . . . . . .
L'aer d'intorno si fa tutto ameno,
Ovunque gira le luci amorose.[217]
Il poeta non cerca che il vero, ma è un vero elegante, gentile sempre. Le immagini, liberate dal misticismo medievale, sembrano giovarsi della veste mitologica, in cui spesso le vediamo avvolte, per meglio fare indovinare le forme del corpo, dal quale non vogliono mai separarsi. La loro nudità apparisce di tratto in tratto splendida, quasi luminosa, per un classico smalto, ed una pagana freschezza tutta propria del Rinascimento. Ed invero, per citare anche un esempio d'altro autore, chi, dopo aver letto, nella Vita Nuova o nella Divina Commedia, la descrizione della Beatrice, sempre vicina a trasformarsi nella teologia, legge la ben nota ballata d'Olimpo da Sassoferrato:
La brunettina mia
Con l'acqua della fonte
Si lava il dì la fronte