E il seren petto, ecc.,[218]

s'accorge subito della distanza, e capisce il mutamento che è seguito nello spirito italiano.

Il Poliziano sollevò i Rispetti o gli Strambotti del popolo a dignità nuova, con tal gusto e tale eleganza, «che primo forse in poesia,» dice il Carducci, «dette l'impronta dell'atticità ai fiorentinismi, e la finitezza dell'arte all'espressione famigliare.[219]» La ballata poi, che già nel Trecento aveva ricevuto una forma letteraria, e, così ingentilita, era rimasta nel popolo; che servì di modello alle molte laudi spirituali composte in tutto il secolo XV, ed anche a Lorenzo de' Medici, che seppe darle nuova forma letteraria, venne dal Poliziano sollevata fin quasi all'altezza dell'ode, senza che con ciò perdesse la sua primitiva semplicità.[220] Non mancano in queste liriche, allusioni sensuali, le quali ricordano che egli era compagno di Lorenzo: il Poliziano però non perdè mai il pudore, come spesso seguì al suo Mecenate. Coll'Orfeo il Poliziano si provò anche nel dramma; ma è un dialogo che riesce qualche volta lirico, senza arrivar mai ad un vero conflitto di passioni. La poesia drammatica nasce tardi assai nella vita d'un popolo, quando cioè il suo spirito e la sua lingua sono arrivati ad una sana e vigorosa maturità. L'Italia v'era appena giunta, quando divenne preda degli stranieri, che distrussero le sue istituzioni e la sua indipendenza, la oppressero e travagliarono per modo, che le impedirono di trovar la via d'uscire, in questo genere essenzialmente nazionale, da quella imitazione latina, da cui s'era altre volte liberata.

Il Poliziano, poi che aveva un gusto assai fine e quasi greco, non poteva in nessun caso essere l'uomo capace di elevarsi alla vera altezza drammatica, creando il teatro che a noi mancava. Si capirà facilmente perchè il suo genio non potesse volare troppo alto, quando si pensi alla vita di cortigiano e d'adulatore che menava. Fa qualche volta sdegno il vedere come l'autore di versi tanto gentili, ne scrivesse altri pieni delle più basse adulazioni. Ciò non può scusarsi neppur col ricordare che pel suo Mecenate egli aveva un affetto veramente sincero e profondo. Era accanto a Lorenzo il giorno che scoppiò la celebre congiura dei Pazzi, e fu primo a chiudere la porta della sagrestia appena lo vide là dentro ricoverato. Quando Lorenzo tornò dal suo pericoloso viaggio di Napoli, egli lo salutò con bellissimi versi latini, che paiono d'un amante all'amata; e quando morì, lo pianse con parole di grandissimo dolore, seguendolo poco dopo nella tomba. Ma ciò non toglie che quando il poeta s'umilia dinanzi al suo protettore, chiedendo perfino abiti vecchi, si senta una profonda compassione, e si capisca che così non si sale mai alle maggiori altezze dell'arte.

La letteratura del Trecento era stata, può dirsi, esclusivamente toscana; quella del Rinascimento fu invece nazionale. Gli eruditi infatti si trovano, come vedemmo, in ogni parte della Penisola, ed ora anche gli scrittori in lingua volgare cominciano a sorgere contemporaneamente e coi medesimi caratteri in diverse provincie. Così se dal Poliziano e da Firenze andiamo verso il Mezzogiorno, incontriamo Giovanni Gioviano Pontano. Nato a Cerreto (1426) nell'Umbria, si recò ben presto a Napoli, dove fu ministro ed ambasciatore di Ferdinando d'Aragona; lo accompagnò per tutto; lo consigliò negli affari più gravi di Stato, nei quali ebbe sempre parte principalissima; fu maestro di Alfonso II. A poco a poco divenne napoletano affatto, e può dirsi che meglio d'ogni altro rappresenti lo stato della cultura in quella Corte ed in quel tempo. Uomo d'affari, diplomatico accorto, ed uno dei più celebri eruditi, istituì l'Accademia Pontaniana, trasformando quella già fondata da Antonio Panormita col titolo di Porticus Antoniana. Scrisse un numero infinito di opere filosofiche, fisiche, astrologiche, politiche, storiche, sempre in latino. Ma in tutte queste opere si vede chiaro che l'erudizione era già vicina a subire una trasformazione. I trattati della Fortezza, della Liberalità, della Beneficenza, ecc., come pure quello del Principe, non sono altro che dissertazioni senza alcuna originalità, raccolte diffuse di sentenze morali. Le sue varie opere astrologiche riuniscono tutti quanti i pregiudizî del tempo, senza neppur tentare di fondarli su qualche pretesa teoria filosofica, come presumeva di fare il Ficino. — Il sole, cuore del cielo e dell'universo, è principio generatore delle cose. La costellazione del Cancro, che influisce sui corpi freddi, si dice casa della luna, perchè quando questo pianeta, di sua natura umido e freddo, si trova in quella costellazione, acquista maggiore efficacia. — Anche la sua storia della Guerra Napoletana tra Giovanni d'Angiò e Ferdinando d'Aragona, sebbene abbia una certa importanza, per essere scritta da un contemporaneo, è piena di digressioni inutili, si perde in considerazioni astrologiche, e manca di critica.[221] Ma chi vuol conoscere davvero il Pontano, e scoprire dove è il valore de' suoi scritti, un valore tutto letterario, deve leggere i Dialoghi e le poesie latine, specialmente le liriche.

Qui si osserva subito lo stesso fenomeno che nel Poliziano: un gusto classico finissimo; uno stile lucido, evidente, spontaneo come di chi usa una lingua viva, perchè anche qui la nuova vita del latino nasce dall'innesto di esso col linguaggio parlato dall'autore, che però non è il fiorentino, ma un italiano napoletanizzato. Dal che deriva, per quanto sia grandissimo l'ingegno poetico del Pontano, una innegabile inferiorità di forma ne' suoi scritti, di fronte a quelli del Poliziano; l'atticismo toscano dà al latino di questo una greca eleganza che non si può del pari ritrovare nell'altro. Tuttavia è certo che anch'egli riesce mirabilmente nell'adoperare il latino ad esprimere il pensiero moderno, e dove non gli basta, latinizza parole italiane o napoletane, e va innanzi spedito come uno che parli la lingua imparata sin dalla cuna. Nei dialoghi, il Caronte, l'Antonio, l'Asino, che sono tutti lavori d'immaginazione, in elegante prosa latina, spesso interrotta da poesie bellissime, v'è una dipintura dei costumi napoletani, di feste popolari, di scene campestri e d'amore; una serie d'aneddoti pieni di brio tale, che par di leggere le pagine più belle del Boccaccio. La festa del porcello a Napoli, l'indole delle città italiane, la corruzione dei preti a Roma, le dispute ridicole dei pedanti, e l'accanimento con cui perseguitano la gente, per una particella o un ablativo non adoperati secondo le loro regole, spesso fallaci, hanno una potenza descrittiva, una freschezza, una vis comica tali da far mettere il Pontano fra gli uomini di vero genio letterario. Egli scrive in latino, ma il suo spirito, il suo ingegno sono moderni, e le sue opere sono perciò un vero gioiello della letteratura italiana. Nel suo Antonius vediamo i Napoletani seduti all'ombra, motteggiare chi passa; il Pontano vivo parlante; un figlio che racconta le querele di casa; un poeta che, preceduto da un trombetto, sale, secondo l'uso napoletano del tempo, sopra un poggio a recitare la descrizione d'una battaglia, di tanto in tanto abboccando il fiasco di vino. Poi leggiamo l'ode di Galatea inseguìta da Polifemo, una delle sue più belle:

Dulce dum ludit Galatea in unda,

Et movet nudos agilis lacertos,

Dum latus versat, fluitantque nudae

Aequore mammae, etc.;