Per questi Galli che con gran furore

Vengon per disertar non so che loco....

Sebbene i pregi dell'Orlando Innamorato sieno molti, tali in fatti che il Berni si pose a riscriverlo sotto altra forma, e l'Ariosto lo continuò nel suo Orlando Furioso; pure la mancanza di lima, e quindi una lingua non sempre correttissima, spesso troppo ferrarese, impedirono che divenisse popolare davvero, ed acquistasse quella fama che pur meritavano l'ingegno ed il carattere dell'autore, a cui faceva difetto l'atticismo toscano. Egli era un erudito così profondamente immerso nel suo mondo fantastico, che quando si presentavano a lui le immagini e gli eroi dell'antichità, per renderli più evidenti, li paragonava a quelli della Cavalleria, nella quale si sentiva come più a casa sua.

L'Ariosto, nato a Ferrara dove il Bojardo era stato educato, fu il primo che sapesse superare tutte quante le difficoltà del non essere toscano, e con lui la nostra lingua potò dirsi finalmente italiana. Con una lima paziente, dotato veramente del genio della forma, giunse con l'arte ad una spontaneità meravigliosa, ed aprì la via a coloro che lo seguirono. Non erudito com'era il Boiardo, ignaro del greco, aveva però molto più vivo il sentimento della bellezza classica. Al contrario di ciò che soleva fare il suo predecessore, aveva bisogno di paragonare gli eroi cavallereschi ai personaggi del mondo pagano. I suoi cavalieri erranti hanno il senno di Nestore, l'astuzia d'Ulisse, il coraggio d'Achille; le loro donne son belle come se Fidia le avesse scolpite, hanno la voluttà di Venere, il senno di Minerva. Egli torna di continuo al suo Virgilio ed al suo Ovidio; ma, come osserva il Ranke, sembra tornarvi per ricondurli, colla potenza della sua fantasia, al primitivo Omero. Simile assai più al Pulci che al Boiardo, non si occupa molto di cercare l'intreccio, l'insieme, l'unità degli avvenimenti; ma vuol ritrarre invece i fuggevoli momenti della mutabile realtà, e descrivere le passioni individuali. I fatti della sua vita e del suo tempo s'introducono nel poema sotto forme abbastanza visibili, e qualche volta si crede vederli anche là dove non sono, tale e tanta è l'evidenza che il poeta sa ritrovare. Perciò se l'Orlando Furioso continua il racconto dell'Orlando Innamorato, letterariamente si connette invece col Morgante del Pulci, che si può chiamare il creatore del genere, quantunque tanto si giovasse de' suoi precursori.

Ma l'Ariosto è già fuori del periodo di cui ci siamo finora occupati: dobbiamo dunque fermarci. Osserveremo tuttavia per concludere, che sino dai tempi della Divina Commedia e del Decamerone, la letteratura italiana aveva cominciato col liberare lo spirito umano dalle nebbie medievali, riconducendolo alla realtà. Nella poesia e nella prosa aveva sempre cercato l'uomo e la natura. Fermatasi nel suo cammino, a cagione del disordine politico e della decadenza sociale, che sovvertì ogni cosa nel secolo XIV, essa chiese aiuto all'antichità, per poter continuare nell'antica sua strada. E così, dopo la metà del secolo XV, noi vediamo ricomparire anche più chiaro lo stesso realismo, non solamente nelle lettere, ma nelle scienze, nella società, nell'uomo. Il bisogno infatti di studiare e conoscere il mondo, liberandosi dai vincoli di ogni autorità, di ogni pregiudizio, creò la nuova letteratura e la nuova scienza, iniziò il metodo sperimentale, spinse ai più arditi viaggi, rianimò quasi di una seconda vita tutto quanto lo spirito italiano. Fatto meraviglioso, perchè seguiva in mezzo al più profondo sconvolgimento della società, la quale, corrompendosi e decadendo, faceva germogliare i grandi elementi della cultura moderna.

Allora, come fu giustamente osservato, sembrava che fosse nella società italiana scomparso ogni distinzione di classe e di sesso: i Mecenati e i loro cortigiani, discorrendo di lettere o di scienze, si trattavano come uguali, e si davano del tu; la donna studiava il latino, il greco, la filosofia, e qualche volta governava gli Stati, accompagnava, armata, in campo i capitani di ventura. A noi oggi reca grande meraviglia, quasi profondo disgusto, quando sentiamo i più osceni discorsi fatti in quel secolo alla presenza, non solo di culte matrone, ma anche d'ingenue fanciulle; quando sentiamo ragionar di politica come se la coscienza non esistesse. Ma l'uomo del Rinascimento credeva che si potesse dire, esaminare e descrivere senza scrupoli, tutto quello che si osava fare. E ciò non era sempre effetto della sua corruzione, ma spesso invece conseguenza del suo realismo, bisogno di uno spirito osservatore ed indagatore. Egli sembrava vivere in una calma olimpica, sempre padrone di sè, sempre col sorriso ironico sulle labbra; ma era una calma apparente. Egli in realtà soffriva per la disarmonia interiore del suo animo, per la mancanza d'ogni equilibrio fra il vuoto del cuore e l'attività febbrile della mente, la quale pareva qualche volta che delirasse come in una ebbrezza inconsapevole. I rottami del mondo medievale che l'uomo del Rinascimento aveva distrutto, e quelli dell'antichità che aveva disseppellita, cadevano intorno a lui e su di lui prima che egli avesse trovato il principio generatore d'un mondo nuovo, e potesse convertire in propria ed organica sostanza tutti gli avanzi del passato.

Sia che gl'Italiani, dopo aver create le grandi unità dell'Impero romano e del Cattolicismo, fossero divenuti incapaci di creare una società nuova, fondata solo sul libero individualismo moderno, a cui pure avevano aperto la via, anzi lo avevano con l'opera loro formato; sia che le invasioni straniere li avessero fermati nel mezzo del cammino, certo è che paiono spesso come smarriti e incerti di loro medesimi. Abbandonano ogni fede in Dio, ma credono nel fato e nella fortuna;[243] disprezzano la religione, e studiano con ardore le scienze occulte. Quasi ogni repubblica, ogni principe, ogni capitano di ventura aveva il suo astrologo, a cui chiedeva l'ora propizia per firmare un trattato, cominciare una battaglia. Cristoforo Landino e Battista Mantovano tiravano l'oroscopo delle religioni; il Guicciardini ed il Machiavelli credevano negli spiriti aerei; Lodovico il Moro, che aveva una fede illimitata nella propria prudenza, non osava muovere passo senza consultare l'astrologo. La ragione che voleva tutto spiegare, si trovava invece di fronte alla propria impotenza.

Il sentimento del bello si direbbe che fosse allora l'unica e più sicura guida della vita umana, la quale sembrava cercasse immedesimarsi coll'arte. Nel Cortegiano del Castiglione vediamo fino a qual punto il gentiluomo del secolo XVI poteva, per questa via, ingentilire e nobilitare sè stesso; ma vediamo ancora che debole fondamento aveva la sua morale coscienza. La virtù, quando non risulta in lui da un felice temperamento, viene cercata solo perchè gentile e graziosa ed elegante, come dice il Pandolfini. Grandi, invero, dovettero essere le qualità dell'ingegno e anche del carattere degl'Italiani, se in mezzo a così profonda incertezza, essi non solamente non rovinarono affatto, ma spinsero poderosamente innanzi la scienza, l'arte, la società umana. Del resto, fu quello un periodo di transizione, che mal si può giudicare nella sua irrequieta mutabilità, se non si esamina come conseguenza del passato, e preparazione necessaria dell'avvenire. Ad un tratto le invasioni straniere soffocarono ogni vita politica fra noi, ed il Rinascimento italiano restò come istantaneamente petrificato dinanzi ai nostri occhi, con tutte le sue incertezze, le sue contradizioni. E forse perciò appunto riesce materia di grande insegnamento per noi. In esso vediamo infatti assai chiara la notomia del passato che si trasforma, scorgiamo le origini della società moderna, impariamo a conoscere i primi germi di molti fra i nostri presenti difetti nazionali.

IV. CONDIZIONI POLITICHE DELL'ITALIA ALLA FINE DEL SECOLO XV

1. — ELEZIONE DI PAPA ALESSANDRO VI.